babele

Il corpo italiano è sottoposto a una fibrillazione ormai ventennale che ripropone continue variazioni sul tema di un medesimo conflitto: Berlusconi sì, Berlusconi no, oppure dipende. I più ottimisti per descrivere questa lunga fase osano ancora parlare di "transizione" e intanto i loro capelli si sono fatti sempre più bianchi. In realtà, un sistema politico che per due decenni indossa lo stesso abito narrativo è lì a dire che quel vestito, bello o brutto che sia, lo ha scelto e da esso si sente rappresentato. 

(Il Sole 24 ore, 6 marzo 2010)

È strana l'atmosfera di questa campagna elettorale: ovattata nei modi, povera nei contenuti, ove tutti sembrano riposizionati entro una ritualità delle buone maniere che nasconde con difficoltà il fuoco che cova sotto la cenere. Sono trascorsi poco più di due mesi dall'episodio del Duomo, da quando un esaltato lanciò una statuina contro Berlusconi e lo ferì al volto.
Un tempo confuso e sospeso che sembra una parentesi, una bolla in cui le parti in causa recitano un copione già scritto.

(Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2010)



«Scrivere la storia comparativa comporta dei movimenti che non sono diversi da quelli che servono per suonare la fisarmonica. Le due società paragonate sono spinte l'una verso l'altra, ma solo per essere nuovamente separate». Con queste parole John H. Elliott, Regius Professor Emeritus di storia moderna a Oxford, uno dei più autorevoli storici viventi, compendia la sua ponderosa ricerca sugli Imperi dell'Atlantico. America britannica e America spagnola, 1492-1830, pubblicata nel 2006, che la casa editrice Einaudi manda oggi in libreria nella sua traduzione italiana.

(Il Sole 24 ore, 14 febbraio 2010)


Con procedure diverse sono stati scelti i candidati del centrosinistra in due regioni di strategica importanza come la Puglia e il Lazio. È inevitabile che gli amanti della politologia discetteranno sui criteri di selezione adottati (primarie sempre, primarie mai, solo quando conviene, solo quando non conviene), ma ciò che più importa sono gli esiti «a prescindere», ossia le possibilità che i due candidati prescelti avranno di vincere contro il centrodestra e poi, eventualmente, di governare le due regioni. Anzi, la variabilità degli stili adottati nel Lazio e in Puglia è lì a dire che intorno alle primarie non si gioca affatto una battaglia di principio, ma di più scaltre convenienze, un puro mantello metodologico depositato sul nudo corpo della politica, a coprire convincimenti, rapporti di forza e interessi.

(Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2010)

Il dibattito aperto dall'editoriale del direttore del Sole 24 Ore sull'attendibilità del web, la necessità di darsi regole condivise insieme con strumenti di verifica delle informazioni e le vivaci reazioni del cosiddetto popolo della Rete sono la spia dell'importanza delle questioni sollevate dall'articolo e della sensibilità con cui sono vissute da una parte degli utenti di internet.


(Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)

Nei giorni scorsi il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha proposto di fissare un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle prime classi elementari, medie e superiori. L'idea non sembra solo ispirata a principi di buon senso, ma è anche condivisibile per ragioni di carattere culturale, civile e politico. Anzitutto, non appare opportuno creare delle concentrazioni di studenti stranieri in determinate classi e scuole che tendono a configurarsi - come è stato detto - in ghetti di fatto, ossia a diventare il prolungamento scolastico di agglomerati urbani ad alta densità di immigrazione.

(Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2010)

La bomba della 'ndrangheta esplosa davanti alla Procura generale della Repubblica di Reggio Calabria è un segnale inquietante perché colpisce i simboli e i luoghi delle istituzioni, laddove sono più fragili ed esposti che altrove. Quando si colpisce una Procura della Repubblica si vuole «attaccare il cuore dello Stato», una formula antica e lutulenta che ricorda come la strategia adottata dalle cosche sia intimamente terroristica.

(Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2010)


 


 

 

La teoria della ragion di Stato, elaborata dal gesuita Giovanni Botero nel 1589 (una decina di anni prima di essere accolto come precettore dei figli del duca di Savoia Carlo Emanuele I), è importante nella storia del pensiero europeo perché informerà la cultura politica del Seicento e oltre, a prescindere dalla distinzione, nell'ambito del cristianesimo occidentale, tra cattolici e protestanti. La riflessione di Botero si concentra sul ruolo di scambio e vicendevole vantaggio che egli auspica si instauri tra la religione e il potere politico col fine di un rafforzamento reciproco dei due ambiti giacché i buoni fedeli sono destinati a essere anche dei sudditi obbedienti.

(Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2009)


Il linguaggio della politica italiana è ammalato e non da oggi. Si tratta di un problema serio perché noi siamo il nostro linguaggio (verbale, corporeo, visivo) con il quale comunichiamo i pensieri e quindi le intenzioni del nostro agire.
Si dice che il dittatore Francisco Franco amasse ripetere: «Si è padroni dei propri silenzi e schiavi delle proprie parole». In effetti, le parole sono importanti, ci servono per dire il mondo e rappresentarlo, ma «chi parla male, pensa male» urlava Nanni Moretti contro la vittima di turno delle sue nevrosi postmoderne. 

(Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2009)

Oggi sono quarant'anni esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso possa avere la massima soddisfazione possibile; l'opinione pubblica dovrebbe evitare di alimentare due cortine fumogene, all'apparenza opposte, ma in realtà complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell'ennesimo mistero italiano irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia, in cui i sacerdoti dell'occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.

(Il Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)

«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica»

«Il popolo viola è già politica, ma i partiti evitino strumentalizzazioni...». Miguel Gotor, giovane storico all'Università di Torino, è convinto che in Italia si sia aperta una fase nuova ma non si fa illusioni: «Il tramonto di Berlusconi sarà lungo e velenoso ». Ritiene che l'«antiberlusconismo democratico» sia un fenomeno importante. «Dobbiamo sapere però che in Italia ci sono due minoranze mobilitate, berlusconiani e antiberlusconiani. Il resto è altrove».

Quindi lei è convinto che si stia chiudendo l'era Berlusconi? 
«Credo sia in crisi la leadership di Berlusconi. Su questo aspetto ho tre certezze. La prima è che l'uscita di scena sarà lunga, difficile e velenosa. La seconda è che sarebbe un errore pensare di sconfiggere il premier attraverso la via giudiziaria o con una spallata. Se mi passa la metafora:come in un combattimento "Sumo" Berlusconi deve essere "schienato" per via elettorale. Cioè messo a terra, ma politicamente: il centrosinistra deve entrare nel suo blocco sociale ».

(l'Unità, 9 dicembre 2009)


Il 12 dicembre saranno trascorsi quarant'anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella sede della Banca nazionale dell'Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell'aiuola antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente morto nei locali della Questura». Se l'ambivalenza raggiunge persino i "luoghi della memoria", fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.
(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009) 

In questi giorni è nelle sale il film La prima linea, liberamente tratto da un libro di Sergio Segio, tra i fondatori dell'omonima organizzazione armata, che seminò disperazione e morte tra il 1976 e il 1980. 

Una delle prime scene della pellicola mostra la ricostruzione manierata di un corteo studentesco, uno fra i tanti che hanno percorso le strade italiane dal 1968 in poi; all'improvviso la regia stringe sui manifestanti schierati nella prima linea del corteo, parte la dissolvenza e compare il logo del gruppo terroristico, appunto Prima linea. 


(Il Sole 24 ore, 29 novembre 2009)
 

Un adagio mai troppo abusato recita che «i quotidiani l'indomani servono per incartare il pesce». A smentirlo è l'antologia Giornalismo italiano, in uscita per i tipi Mondadori a cura di Franco Contorbia, il quale ha vinto la scommessa di edificare un monumento al giornale di carta, in una stagione in cui si discute del suo superamento, quando sembra ormai destinato a essere sopraffatto dalle nuove tecnologie e dai ritmi di una comunicazione sempre più veloce.


(Il Sole 24 ore, 6 novembre 2009)

 

 

Addio meglio gioventù

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«Non abbiamo né passato, né futuro, la storia ci uccide»: questa scritta, come un graffito di disperato nichilismo, comparve sui muri dell'università di Roma durante il movimento del '77. Allora erano trascorsi solo nove anni dal '68, ossia da quando una generazione imbevuta di inquiete, ma vitali speranze si era posta l'obiettivo di dare «l'assalto al cielo» al grido di «vogliamo tutto». 

(Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009)

Se è vero che è morto, è uscito di scena come ci saremmo aspettati, imitando un personaggio pirandelliano, ad esempio «Il fu Mattia Pascal»: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, nel cuore della campagna francese ove abitava da molti anni, lontano dallo sguardo indiscreto del mondo. Lo ha scoperto il giornalista Giovanni Fasanella che voleva entrare in contatto con lui per intervistarlo, ma al telefono una voce impastata di ferma cortesia gli ha risposto: «No, mi spiace, Corrado Simioni è deceduto».

(Il Sole 24 ore, 29 ottobre 2009)

 

Nelle ore in cui si sta scegliendo il segretario nazionale del Pd, nell'attesa di essere invasi dal prevedibile trionfalismo sui grandi numeri dei partecipanti al voto, non è inutile riflettere sulla cultura politica oggi predominante in quel partito che il meccanismo delle primarie rivela agli occhi dell'opinione pubblica.

La domanda da cui partire è la più brutale: a che cosa servono queste primarie? Si risponderà: per eleggere il segretario del Pd non solo grazie al voto degli iscritti, ma anche a quello dei suoi potenziali elettori. 

(Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2009)

Chi legge in queste settimane i principali giornali stranieri ha l'impressione che non riescano a comprendere con equilibrio, e dunque a raccontare con esattezza, il nostro paese ai loro rispettivi pubblici nazionali. Il più delle volte si accostano all'Italia mescolando sguardo folklorico e superficialità, malcelato senso di superiorità e sciatteria analitica, moralismo e disattenzione, oscillando tra l'antico disprezzo per the Italians/les Italiens/los Italianos e l'ostentazione di un aristocratico distacco.

(Il Sole 24 ore, 13 ottobre 2009)

 

Leggere il libro di Lucio Magri Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci (Il Saggiatore, euro 21) nei giorni in cui i cinema offrono la visione di Baarìa di Giuseppe Tornatore è un'esperienza consigliabile che produce curiosi cortocircuiti intellettuali. In entrambe le opere si parla della storia dei comunisti italiani e uno dei bozzetti narrativi più riusciti del film è quello in cui il protagonista Peppino, ormai vecchio e disilluso ma sempre fiero del suo percorso di militanza e di riscatto, spiega al figlio in partenza per il nord che lui aveva voluto abbracciare il mondo intero, ma le sue braccia si erano rivelate troppo corte.

(Il Sole 24 ore, 11 ottobre 2009)

 

Perché la sinistra europea, quella che un tempo chiamavamo socialdemocrazia, continua a perdere contro il centro-destra, pur in tempi di crisi economica che dovrebbero, in teoria, incoraggiarla? Per capirlo, almeno per quanto riguarda l'Italia dobbiamo tornare a qualche giorno fa. Nel corso della presentazione di un libro di Biagio De Giovanni, A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio), Massimo D'Alema ha affermato che ci sarebbe «un anti-berlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano. Questa concezione di una minoranza illuminata che vive in un Paese disgraziato è l'approccio peggiore, subalterno, che possiamo avere. Piuttosto bisogna sforzarsi di capire le ragioni della destra. Una destra nuova, post-liberale, anzi spesso illiberale».

(Il Sole 24 ore, 30 settembre 2009)


Marco Bellocchio nel corso della sua ormai lunga carriera ha affrontato a più riprese il tema del rapporto fra cinema e storia. Per restare ai film più recenti, basti ricordare Buongiorno, notte (2003), in cui si è soffermato sulla tragica vicenda del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, oppure Vincere (2009), ove ha ricostruito una storia sino a oggi poco conosciuta al grande pubblico, quella dell'esistenza di un figlio segreto di Benito Mussolini rinchiuso insieme con sua madre in manicomio fino alla morte prematura di entrambi.

(Il Sole 24 ore, 20 settembre 2009)

La lingua con cui un uomo politico esprime le proprie idee non è meno importante delle idee stesse, dal momento che il lessico, il fraseggio, le metafore, le ricorrenze e i tic espressivi di un oratore possono rivelare le sue effettive intenzioni, quasi a prescindere dal contenuto formale del dettato.

(Il Sole 24 ore, 12 settembre 2009)

 

È di qualche giorno fa la notizia che l'enciclopedia on-line Wikipedia, lanciata su internet il 15 gennaio 2001, dopo anni di crescita esponenziale delle diverse voci che la compongono, ha subito per la prima volta una battuta di arresto.

(Il Sole 24 ore, 27 agosto 2009) 

La piazzetta in cima alla torre è stracolma di gente, gli spettatori locali sono appollaiati sui loro deliziosi balconcini fioriti, i villeggianti stipati dentro l'arena, ovunque un soffice vento caldo proveniente dal mare che balugina sullo sfondo, oltre il dolce declinare delle colline irradiate dalla luce obliqua del tramonto.

(Il Sole 24 ore, 15 agosto 2009)

I tre partiti di Bologna

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Quando la politica è debole tende a rinviare ad altri le proprie responsabilità. Oggi tocca agli storici, cui viene rivolto l'appello a occuparsi della strage di Bologna, una richiesta da rispedire al mittente per alcune buone ragioni.

(Il Sole 24 ore, 9 agosto 2009)

Le lancette della politica italiana si dirigono verso l'agognata pausa estiva. L'opposizione appare divisa tra un eccesso di analisi politologica senza respiro e quanti spiano dal buco della serratura nella pruriginosa attesa di nuove performance del presidente del Consiglio, le due facce di una medesima crisi di ispirazione e prospettive.

(Il Sole 24 ore, 2 agosto 2009)

 

Dopo anni trascorsi a discettare di doppio Stato, di lealtà diverse e sovrapposte e di sovranità limitata delle classi dirigenti della penisola, oggi gli studiosi dell'Italia contemporanea inclinano a dirsi immuni da questa retorica storiografica e si profondono in giuramenti affatto diversi, a guisa di formule propiziatorie utili a delimitare i confini della propria cittadinanza storiografica (e non solo).

 (Il Sole 24 ore, 26 luglio 2009)

La vicenda della candidatura di Beppe Grillo a segretario del Pd segna un nuovo capitolo. Dopo che i dirigenti nazionali, appellandosi a cavilli burocratici, avevano rispedito al mittente la proposta come irricevibile, ieri il comico genovese è riuscito a tesserarsi presso il circolo irpino di Paternopoli. Tale Andrea Forgione, segretario della locale sezione, ha dichiarato di volere lanciare «una forte provocazione alla dirigenza del Pd» e vive così il suo quarto d'ora di celebrità. 

(Il Sole 24 ore, 18 luglio 2009)

All' epoca del sequestro Moro, aveva solo sette anni. Di quei giorni gli sono rimasti dei ricordi confusi, una macchia di nero allungata sulle bare, le vedove della scorta che piangono i loro morti. «Sono i miei primi ricordi civili», racconta Miguel Gotor, giovane modernista prestato con successo alla storia contemporanea.

(la Repubblica, 15 luglio 2009)

Valentino Parlato mi accoglie con qualche esitazione mista a curiosità nella sua casa al centro di Roma, che  nasconde, pur trovandosi al secondo piano, un sorprendente giardino pensile. Nell'ingresso attira la mia attenzione il ritaglio ingiallito di un giornale incorniciato: «6 persone rimpatriate per attivismo comunista sovversivo», recita il titolo del Neo Sunday Ghibli dell'11 novembre 1951. Tra gli imbarcati sul piroscafo Celio, che riporterà a casa i «sovversivi», c'è il ventenne Parlato. La sua avventura dentro la sinistra italiana inizia da lì, dal trauma di quell'espatrio forzato dalla Libia in mano agli inglesi, dove era nato perché il padre lavorava all'ufficio delle imposte di Tripoli ai tempi della colonizzazione fascista. 

(Il Sole 24 ore, 12 luglio 2009) 

L'attuale gruppo dirigente del centro-sinistra sembra colpito da una brutta sindrome, quella del perdismo. Un tic cultural-politico che impedisce loro, subita una sconfitta elettorale, di archiviarla per ripartire di slancio verso nuove sfide. In fondo, è una forma di deresponsabilizzazione: dal 1994, quando Berlusconi è sceso in campo, sono trascorsi quindici anni in cui il centro-sinistra ha espresso tre presidenti della Repubblica e ha governato per oltre la metà del tempo. Ha vinto due volte le elezioni e tre le ha perse, un 3-2 che nel calcio sarebbe il segno di una partita combattuta.

(Il Sole 24 ore, 11 luglio 2009) 

Honoré de Balzac amava ripetere: «ogni grande fortuna, nasconde un grande crimine». Non sorprende, dunque, la scoperta che l'origine delle ricchezze dei Rothschild e dei Freshfields si fondi sul mercato degli schiavi. Si direbbe: è il capitalismo bellezza! Perché sono tanti gli imperi economici ad avere avuto un inizio imbarazzante e, purtroppo, una quota fissa di economia criminale è una voce sempre a bilancio. 

(Il Sole 24 ore, 28 giugno 2009)

«Carlo sta bene, è un pochino smagrito. Ha un'aria più da uomo serio. Mi domando se ci sciuperanno tutta la gioventù». Con queste parole la moglie di Carlo Rosselli, Marion Cave, esprimeva la propria preoccupazione per l'imminente processo al marito, accusato di avere favorito la fuga in Francia di Filippo Turati. Ne seguì la condanna e dunque il confino, prima a Ustica e poi, dal dicembre 1927, nell'isola di Lipari.

(Il Sole 24 ore, 14 giugno 2009)

Soffia a destra impetuoso il vento d'Europa: da Londra a Parigi, da Berlino a Sofia. La stessa prevedibile composizione del futuro parlamento chiarisce la portata della vittoria del fronte conservatore: ai popolari dovrebbero andare 263 seggi contro i 163 dei socialisti. Un successo globale, quindi, che merita un tentativo di spiegazione complessiva, anche perché la destra vince dove governa come in Francia e in Germania, ma anche quando è all'opposizione come in Spagna e in Inghilterra.

(Il Sole 24 ore, 9 giugno 2009)

La lettera che il presidente della Repubblica Napolitano ha indirizzato ai prefetti in occasione della festa del 2 giugno ricorda all'opinione pubblica italiana i rischi connessi al crescere delle tensioni sociali nel paese.

Da un lato, le recenti manifestazioni no-global di Roma, che pur limitandosi ad azioni dimostrative di protesta, hanno preventivamente costretto la polizia a blindare la città nel timore di infiltrazioni dei Black block, soliti mettere a ferro e fuoco i centri ove si riuniscono i capi di governo e i ministri del G8.

( Il Sole 24 ore, 2 giugno 2009)

Onorevoli Deputati, Onorevoli Senatori, è per me un onore essere stato invitato a ricordare la figura di Enrico Berlinguer, uno dei maggiori protagonisti della storia dell'Italia repubblicana, e di ciò ringrazio i parlamentari del Partito Democratico. Mi è stato chiesto, nello specifico, di soffermarmi su un aspetto della politica di Berlinguer che non ha avuto una particolare fortuna nel dibattito pubblico italiano, quello dell'austerità. Si tratta di un tema che la crisi economica dei nostri giorni ha riportato in auge non tanto come proposta di politica economica, ma piuttosto come suggestione di ordine morale che conserva, forse oggi più di ieri, elementi di stringente attualità.

L'austerità obamiana di Berlinguer

Un'idea attuale del suo pensiero per una nuova qualità dello sviluppo

 L'idea di austerità di Berlinguer è fra le più significative e tortuose del suo pensiero, ma non può essere ridotta a una semplice istanza moralistica o a un rifiuto intransigente del mondo dei consumi. In realtà, la questione mi sembra più profonda e grave. Berlinguer nel 1977 era convinto di una crisi imminente del modello di sviluppo capitalistico, un pensiero spiegabile con la crisi petrolifera del 1973, con la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam, con la diffusione di regimi socialisti in Africa, con la crisi sociale presente nelle principali aree urbane del pianeta. 

(Europa, 22 maggio 2009)

«Stop ai lavavetri a Firenze, pena l'arresto». Era fine agosto del 2007 e sui media nazionali impazzava l'ordinanza di un assessore alla sicurezza e vivibilità urbana, Graziano Cioni, che trasformava spugna, spatola di gomma e secchio in tanti corpi di reato.

(Diario, maggio 2009)

La recita antifascista

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Ieri, tre ore di lezione, la finestra spalancata sull'incipiente primavera, la Mole alle spalle, alle spalle della Mole il profilo delle Alpi. E da quella finestra sale lungo l'aria frizzantina una voce megafonata, che disturba e incuriosisce al tempo: «Fuori i fascisti dall'università!». Cosa succede?

(La Stampa, 20 marzo 2009)

Oggi Barbie compie 50 anni. Il 9 marzo 1959 venne presentata alla fiera del giocattolo di New York come «un nuovo tipo di bambola dalla vita reale»: bionda e con gli occhi azzurri, il nasino all'insù e la bocca a cuoricino, alta e con le gambe slanciate, il vitino di vespa ma le forme prosperose, il piedino di fata già predisposto a calzare tacchi vertiginosi. In realtà, Barbie aveva una progenitrice «ariana», dal momento che era la rielaborazione statunitense di un modello di bambola - di nome Lilli - commercializzato in Germania nel 1955 da un'industria di giocattoli che aveva fatto fortuna vendendo soldatini sotto il nazismo.

(La Stampa, 9 marzo 2009)

Il ruolo svolto dalle gerarchie ecclesiastiche nella storia del nostro paese è un orientamento antico che si basa su profonde e robuste radici storiche. All'origine dell'annosa questione sono le particolari condizioni di formazione dello Stato italiano che raggiunse l'unità soltanto dopo avere ridotto lo Stato della Chiesa ai minimi termini politici, territoriali, militari ed economici. Per secoli esso si era esteso da Terracina, al sud, fino a Bologna, al nord, occupando una superficie di circa 40.000 mila chilometri quadrati e tagliando in due la penisola italiana. Ma nel corso del Risorgimento la storia, con la perentorietà e l'evidenza delle sue lezioni confermò la rabdomantica preveggenza del noto giudizio di Niccolò Machiavelli, per il quale «non essendo adunque stata la Chiesa potente da potere occupare la Italia, né avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la [Italia] non è potuta venire sotto uno capo, ma è stata sotto più principi e signori, da' quali è nata tanta disunione e tanta debolezza che la si è condotta a essere stata preda, non solamente de' barbari potenti, ma di qualunque l'assalta».

(Diario, 20 febbraio 2009)

L'arte della fuga

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«Yes, the end», così ieri Elle Kappa commentava con fulminante sarcasmo le dimissioni di Veltroni, ma non ne saremmo tanto sicuri. Infatti, l'ormai ex segretario del Pd è un maestro nell'arte della fuga, una virtù che non dovrebbe mancare al buon politico. Nel 2001, da segretario dei Ds, lasciò il partito ai minimi termini organizzativi ed elettorali per candidarsi a sindaco di Roma e attendere da quello scranno il prevedibile evolversi degli eventi; nel 2007, da sindaco dell'urbe abbandonò la capitale, prima per fare il segretario del Pd e poi  per concorrere al governo del paese, lasciando a Rutelli la gestione di una sconfitta sempre più annunciata. E di nuovo, rispetto al comunismo, quando ancora fumavano le brucianti macerie del muro di Berlino: «Io? Mai stato comunista».

(La Stampa, 19 febbraio 2009)

I documenti sono come le rondini, uno solo non fa primavera. Per valutare una fonte, dunque, occorre approfondire il contesto in cui essa è prodotta. La nota del vescovo Riva, redatta nei primi giorni del gennaio 1975, anticipava la disponibilità di Paolo VI, manifestata il 22 dicembre 1975, a rivedere il concordato. Riva era parte di un fronte ecclesiastico favorevole a questo progetto, a cui apparteneva, fra gli altri, il cardinale Pignedoli.

(La Stampa, 17 febbraio 2009)

La storia tragica di Eluana è sottoposta in queste ore ai venti della strumentalizzazione politica più cinica ed è persino ridotta - horribile dictu - ad argomento di campagna elettorale nelle contrade di Sardegna.

(La Stampa, 8 febbraio 2009)


Nel gennaio 1974, ben prima dunque dell'esplosione del movimento del '77, Oriana Fallaci intervistò Giorgio Amendola. La giornalista era rimasta sorpresa dal fatto che il dirigente comunista avesse utilizzato l'espressione «fascismo rosso» per descrivere la propensione alla violenza politica dei «partitini» extra-parlamentari nati sulle ceneri del movimento del '68. 

(La Stampa, 6 febbraio 2009)

La decisione della Santa Sede di rimettere la scomunica ai 4 vescovi lefebvriani ha suscitato la perplessità e le condivisibili rimostranze di molti cittadini italiani, appartenenti alla comunità ebraica e non solo. Prevediamo l'obiezione dei radicali, cattointegristi o laicisti che siano: sono questioni interne alla Chiesa e quindi «silenzio e obbedienza, quando si pronuncia il papa», oppure «chi se ne importa, sono affari loro».
(La Stampa, 28 gennaio 2009)

È trascorso un anno dalla caduta del governo di Romano Prodi, ma sembra un secolo. Oggi, come persino la moglie del Presidente del Consiglio ricordava ieri sulla Stampa, il quadro politico del centro-sinistra appare attraversato da una profonda crisi di fiducia e di prospettive, che ci consegna un Partito Democratico isolato, incapace di tonificare il proprio elettorato e di aggregare nuovi consensi, in sofferenza per l'iniziativa di Di Pietro, colui che sulla carta avrebbe dovuto essere il suo principale alleato. Se per un attimo guardiamo, senza alcuna nostalgia, a quella che fu la Sinistra arcobaleno non scorgiamo altro che pulsioni scissionistiche, lo spettro di ulteriori e inutili frammentazioni e i soliti onirismi comunisti che non preannunciano nulla di buono.
(La Stampa, 24 gennaio 2009)

Nel settembre 1930 Benedetto Croce tenne a Oxford una conferenza in cui denunciava una «sorta di decadenza del sentimento storico quando non addirittura uno spiccato atteggiamento antistorico» dell'età sua, caratterizzata da una diffusa debolezza morale, nevrosi e disperazione che si riverberavano in un'irreversibile perdita di valore della storia. In effetti, in quei mesi, per Croce non c'erano soverchi motivi di ottimismo, non solo in Italia, dove, dopo la stipula dei Patti Lateranensi si andava consolidando il regime fascista, ma soprattutto in Europa in cui ormai si era infranta l'onda della crisi economica dell'ottobre 1929.
I libri, come certi amori, a volte ritornano. È questo il caso dell'Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, un successo editoriale quando fu pubblicato nel 1976 per i tipi Einaudi, oggi riproposto dalla Minimum fax (euro 14) con una prefazione di Sergio Luzzatto e una nota della figlia dell'autore Simona. Un libro postumo due volte: Salierno è morto nel 2006 e la storia che racconta è ormai lontanissima da noi, eppure, a distanza di oltre 30 anni, si rinnovano le ragioni del suo interesse.

Un adagio mai troppo abusato recita che la storia si fa con i documenti. Tuttavia, per quanto concerne lo studio di temi come il terrorismo e lo stragismo o di personalità come Moro, la strada per i ricercatori si trasforma spesso in un percorso a ostacoli, ricoperto da uno stratificato pulviscolo di diffidenza, ostruzionismo e opacità dei comportamenti, che rende il loro cammino ancora più arduo. 

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