Il 18 maggio 1978, pochi giorni dopo la morte di Aldo Moro, l’Italia era ancora immersa in una coltre di smarrimento, fango e sgomento, quando Italo Calvino pubblicò sul «Corriere della Sera» un articolo intitolato Le cose mai uscite da quella prigione. Con la consueta lucidità, lo scrittore rifletteva sulla «possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore» e sollevava il problema del dialogo tra il prigioniero e i suoi carcerieri manifestando «la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre, più di quelli di Cesare e di Bruto e di Antonio, perché i carnefici non raccontano mai nulla e Moro non sarebbe più tornato». La morte del testimone integrale e la propensione al silenzio dei suoi assassini: da questa velenosa miscela scaturiva, secondo Calvino, l’impossibilità di raccontare quella vicenda con gli strumenti e i metodi della storia.
(«Venerdì di Repubblica», 13 gennaio 2012)
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