babele

Al termine della Resistenza, con la nascita della democrazia repubblicana, i partiti di massa e i sindacati hanno conosciuto una notevole fortuna come promotori attivi di rappresentanza politica. Nonostante le profonde diversità ideologiche e culturali acuite dalla «guerra fredda» tutti i partiti presenti in Parlamento, non solo quelli del cosiddetto arco costituzionale, hanno avuto il merito di concentrare nell'Assemblea il confronto politico e la competizione per il governo del paese. In questo modo le grandi organizzazioni di massa hanno provato a riempire il tradizionale distacco fra le istituzioni e la società civile raggiungendo traguardi insperati per l'ancora giovane democrazia italiana.

(Il sole 24 ore, 29 agosto 2010)



 

 


Ammetto di aver voluto fare lo spiritoso quando fissai l'appuntamento davanti al Caffè Giolitti. Mi rispose che si ricordava il giorno dell'inaugurazione, nel 1900, e aveva proprio voglia di riassaporare un bicchierino di rosolio. Quando arrivai, era già seduto al tavolino con davanti un'enorme coppa di gelato, i baffoni a manubrio irrimediabilmente incremati. Osservava incuriosito il via vai di gente che oltre la vetrina sciamava nella calura estiva, le canottiere sudate, i bermuda colorati, ai piedi delle strane pantofole che lasciavano scoperte protuberanze bitorzolute.

(Il sole 24 ore, 24 agosto 2010)


 

Il dramma di Cossiga, dentro il turbine della tragedia Moro, è racchiuso in una foto scattata in una giornata grigia che lo ritrae in ginocchio davanti alla cappella ove è seppellito l'uomo di governo democristiano: il volto deformato dai singhiozzi e segnato dal rimorso, la mano a coprire il viso in un gesto di estremo riserbo catturato dal fotografo; eppure il cancello è chiuso, la tomba irrimediabilmente inavvicinabile per tanti, ma soprattutto per lui. È noto che quei 55 giorni lo marchiarono a fuoco sul piano fisico e psicologico: i capelli si imbiancarono di colpo, la pelle iniziò a riempirsi delle macchie della vitiligine. In quella primavera 1978 Cossiga aveva 50 anni che incominciarono a pesare di botto sulle sue spalle, insieme con le scelte compiute, le responsabili omissioni, le fiducie mal riposte, i ferali errori, il potere avuto e quello che ancora lo attendeva.

(Il sole 24 ore, 18 agosto 2010)

 

Il modo in cui è stata respinta la mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo rivela come l'Italia si appresti a vivere uno scenario che ha il sapore del deja vu, solo a parti invertite: sembra il gioco dell'oca. Se nel 2006 era Prodi a dover contrattare giorno per giorno la sua maggioranza, nei prossimi mesi assisteremo a un'analoga azione da parte di Berlusconi, che, a parole, minaccerà le elezioni anticipate un giorno sì e l'altro pure, ma, nei fatti, proverà a stare in piedi aprendo il calciomercato, come già ai tempi del governo Prodi, intercettazioni docet.


(Il sole 24 ore, 5 agosto 2010)

 

 

 

Alla vigilia della pausa estiva il presidente della Camera Gianfranco Fini ha continuato a smarcarsi dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi giocando in attacco sul filo del fuorigioco: un modulo calcistico che prevede un notevole dispendio di energie e dunque richiede uno stato di forma impeccabile e una continua attenzione ai movimenti d'insieme dei giocatori in campo.

(Il sole 24 ore, 27 luglio 2010)


Gli italiani impararono a conoscere Eleonora Chiavarelli,  morta a Roma a 94 anni,  nei giorni della tragedia di 32 anni fa, quando il marito Aldo Moro fu sequestrato e poi ucciso. Sempre lontana dai riflettori, le uscite pubbliche limitate a quelle imposte dal protocollo,  fu una donna tenace e dignitosa che all'improvviso si trovò nell'occhio del ciclone, impegnata a dipanare una matassa inestricabile in cui il filo della ragion di stato si intrecciò con le trame dell'efferatezza terroristica.

(Il Sole 24 ore, 20 luglio 2010)


Più di ogni altro paese d'Europa, l'Italia è soffocata da interessi particolari: corporazioni, direttivi dei partiti che scelgono i candidati, lobbies, massonerie. Reti segrete che si sovrappongono agli interessi generali della società. Democrazia zoppa se possiamo ancora chiamarla democrazia...

 Sono convinto di sì, anche se non da oggi l'Italia è una democrazia difficile che richiede ai suoi cittadini un impegno e un'attenzione civile fuori dal comune. Il problema odierno, dentro la cornice di garanzia europea, non è tanto quello della quantità e delle forme assunte dalla democrazia, ma della sua qualità che tende a impoverirsi sempre di più. Non è una difficoltà solo italiana, ma riguarda in generale l'Occidente e in particolare l'Europa. Certo, da noi ricorrono in forma più acuta alcune costanti della storia nazionale come la delegittimazione dell'avversario, la rarefazione di un sentimento di coesione, la concentrazione e la sovrapposizione di interessi economici e politici, la scarsa autonomia delle professionalità, un pronunciato spirito di fazione. Ripeto, sono problemi antichi che in momenti di crisi come questo riemergono con virulenza e offrono l'impressione - sempre ricorrente e sbagliata - di una crisi senza ritorno. Non è così perché proprio in questi momenti l'Italia è sempre stata capace di ritrovare in se stessa le energie migliori per reagire.

(Il Fatto quotidiano, 18 luglio 2010) 

"Ghe pensi mì": al rientro dal suo viaggio a Panama, Berlusconi si è espresso in dialetto milanese per raccogliere le energie necessarie a fronteggiare una crisi di appannamento della sua leadership senza precedenti. Il messaggio ha raggiunto chi di dovere e il capo della Lega Bossi, sfoderando un repertorio di simboli e immagini propri della mitologia leghista più tradizionale, si è detto convinto che il presidente del Consiglio "se la caverà"  perché una di queste mattine, novello Alberto da Giussano, "si alzerà , scoprirà che la spada è ancora affilata e la userà per fare la guerra". 

(Il sole 24 ore, 18 luglio 2010)

 

 

La principale novità di queste ultime settimane è che il premier Berlusconi non è più attaccato a causa dei propri comportamenti privati o abitudini sentimentali come è avvenuto in un recente e poco commendevole passato, ma per ragioni di carattere più propriamente politico. Siamo tra quanti ritengono che l'esperienza del Cavaliere sarà ancora lunga e ricca di sorprese, ma è fuor di dubbio che essa stia attraversando una fase di stallo e una crisi di prospettive senza precedenti.

(Il sole 24 ore, 1° luglio 2010)

È di ieri l'altro l'attacco del Wall Street Journal in cui si afferma che «l'Italia non è come le altre democrazie occidentali». Nulla di nuovo sotto il sole. Se vogliamo restare con il viso schiacciato sulla vetrina della contemporaneità, sarà sufficiente ricordare la P38 poggiata su un piatto di spaghetti dello Spiegel nel 1977, le copertine dell'Economist del 2001 su Berlusconi «unfit to lead Italy», le reazioni isteriche della stampa francese all'indomani della sconfitta ai Mondiali del 2006, quando fu orchestrata una campagna mediatica in cui sembrava che l'Italia, fortunata ai rigori, avesse vinto grazie all'insulto razzista di un masnadiere.

(Il sole 24 ore, 18 giugno 2010)


 

 

«Credevate nella rivoluzione?»: con questa domanda Vittorio Foa si rivolse una volta all'amico Alfredo Reichlin, dirigente comunista di lungo corso e rispettato protagonista della vita politica italiana degli ultimi cinquant'anni. Il volume Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica (Laterza, euro 15) prova a rispondere al quesito con una partecipazione esistenziale e civile fuori dal comune. 

(Il sole 24 ore, 6 giugno 2010)

 

Due fili tanto sottili da sembrare invisibili uniscono la trama bipolare italiana: il primo va da Berlusconi a Vendola passando per Veltroni, il secondo da Fini a D'Alema passando per Casini. Tali personalità, seppur divise in destra, sinistra e centro, sono accomunate da una medesima cultura politica.

(Il sole 24 ore, 24 maggio 2010)

Iniziare a leggere il libro intervista Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire (Chiarelettere, euro 14) è come passeggiare attraverso i viali e le geometriche prospettive di un giardino all'italiana con due amici che parlano fra loro: l'uno è un giornalista e studioso di queste vicende, Giovanni Fasanella, che sa porre le giuste domande, l'altro è un magistrato di lunga esperienza, Rosario Priore, che ha dedicato la sua vita professionale a indagare sul caso Moro, sulla strage di Ustica, sul tentato omicidio di Giovanni Paolo II e sui principali casi di eversione degli ultimi trent'anni. Il perno della discussione ruota intorno a una domanda semplice nella sua brutalità: per quale ragione l'Italia, dal 1969 in poi, è stata dilaniata da una violenza politica diffusa di opposto colore che ha assunto le forme dello stragismo e quelle dell'omicidio selettivo provocando centinaia di morti e migliaia di feriti?

(Il sole 24 ore, 23 maggio 2010)

           

 

Il 1980 fu un anno terribile per l'Italia perché il terrorismo raggiunse l'apice della sua spinta sovversiva. Ormai la memoria di quegli eventi si fa confusa o è del tutto assente: confusa per chi c'era e, davanti a una minestra fumante, guardava il telegiornale in silenzio, come se ascoltasse un quotidiano bollettino di una guerra incivile; assente per chi non c'era e non è stato educato a ricordare.
In quel tragico anno il terrorismo "rosso" (le Br, Prima linea, il pulviscolo di organizzazioni nate per imitare i fratelli maggiori) uccise 24 uomini; quello "nero" (con i Nar) ne assassinò 4, rendendo inoltre la sua manovalanza disponibile a perpetrare il più grave attentato della storia repubblicana, quello della stazione di Bologna, dove il 2 agosto 1980 morirono 85 persone. 

(Il sole 24 ore, 8 maggio 2010)

 Il 25 aprile dell'anno scorso Berlusconi tenne a Onna, paese raso al suolo dal terremoto di pochi giorni prima, un discorso sulla Liberazione in cui affermava che «La Resistenza è - con il Risorgimento - uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà». L'indomani l'Italia si risvegliò festeggiando i fasti di una nascitura «Berluscolandia», una «città invisibile», ma concretissima che non sarebbe dispiaciuta a Italo Calvino, edificata intorno al punto massimo del consenso raggiunto dal presidente del Consiglio: uomo del fare, messo alla prova con successo dalla tragedia dell'Aquila, ma al tempo stesso mite e saggio, finalmente inclusivo secondo i consigli di Gianni Letta e con un'impronta ispiratrice di antica marca democristiana. 

(Il sole 24 ore, 25 aprile 2010)

 

Il discorso di Fini alla direzione nazionale di ieri ha definitivamente chiarito, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che lo scontro in atto con Berlusconi non è provocato da ragioni di carattere personale o di potere. Un concetto impegnativo ha assediato il suo discorso, quello di eresia. Fini ha pronunciato questa parola decine di volte per negarla, ma così facendo l'ha amplificata finendo per rafforzarla tra qualche applauso e molti fischi.
Il dissenso si basa su quattro punti di non poco momento se si vuole continuare a militare nello stesso partito.


(Il sole 24 ore, 23 aprile 2010)

Per ascoltare la conferenza e vedere l'intervista clicca qui


  • L'uso pubblico della storia contemporanea
             - i reazionari, i conservatori, i rivoluzionari
             - i riformisti
             - cosa vuol dire uso pubblico della storia


  • L'inquadramento storico degli anni Settanta
            - il concetto di crisi
            - il concetto di reduce
            - storia, memoria e verità 


  • Crisi di che cosa?
            - crisi economica. L'austerity
            - l'Autunno Caldo - il movimento operaio
            - la gambizzazione
            - crisi dei partiti
            - crisi sociale: operai, studenti, donne
            - i referendum
            - il doppio volto della crisi

  • La tempesta del terrorismo
          - Il terrorismo di sinistra e il terrorismo di destra
          - lo stragismo neofascista 

La politica è l'arte del possibile, ma anche dell'imprevedibile. In pochi, dopo l'esito delle elezioni regionali, avrebbero preventivato una radicalizzazione del conflitto tra Berlusconi e Fini. Quei risultati piuttosto sembravano instaurare le condizioni di una coabitazione difficile, ma necessaria, favorita dall'eccezionale occasione di una quiete elettorale di tre anni, che preparava una palingenetica età delle riforme.



(Il sole 24 ore, 17 aprile 2010)

La Lega ha stravinto le elezioni regionali e un simile successo richiede una spiegazione che rinunci a ogni semplificazione. La Lega si afferma nella parte più produttiva del paese, in una delle zone più ricche d'Europa e del mondo non perché razzista e secessionista. In Veneto alle politiche del 2006 aveva l'11,1% dei voti, oggi ha il 35,15% e un raccolto tanto copioso in un solo quadriennio non è certo il frutto di una propaganda impostata su questi temi di rottura: evidentemente c'è dell'altro.

(Il sole 24 ore, 31 marzo 2010)

 

Centocinquanta anni meno uno: è iniziato nei giorni scorsi il conto alla rovescia per le celebrazioni dell'unità di Italia. Il nostro paese arriva all'appuntamento stanco e sfiduciato, avviluppato in un mediocre e litigioso presente e, quel che è peggio, all'apparenza incapace di progettare il proprio futuro. Le ragioni sono diverse, due le principali. Anzitutto, la difficoltà di immaginarsi dentro un nuovo scenario mondiale in cui il ruolo e lo spazio dell'Italia saranno necessariamente inferiori a quello di media potenza degli ultimi 60 anni. Un dato di fatto che dipende dall'energico galoppare economico e tecnologico di altri protagonisti globali, dalla Cina, all'India, al Brasile, che stanno già spostando le gerarchie fra le nazioni e consolideranno le loro posizioni.

(Il sole 24 ore, 28 marzo 2010)


Martedì 16 marzo ricorre l'anniversario della strage di via Fani, quando Aldo Moro fu sequestrato e gli agenti della scorta Raffaele Jozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi vennero trucidati da un commando terrorista. Col trascorrere degli anni, la strage di via Fani, il rapimento e la morte dell'uomo politico democristiano si sono trasformati in un luogo paradossale della memoria pubblica italiana giacché tutti sono inclini ad affermare il valore simbolico e periodizzante di quei 55 giorni nella storia repubblicana, ma non esiste probabilmente un altro argomento in grado di suscitare divergenze interpretative tanto profonde e laceranti e un comune sentimento di irrisolutezza.

(Il Sole 24 ore, 14 marzo 2010)

Il corpo italiano è sottoposto a una fibrillazione ormai ventennale che ripropone continue variazioni sul tema di un medesimo conflitto: Berlusconi sì, Berlusconi no, oppure dipende. I più ottimisti per descrivere questa lunga fase osano ancora parlare di "transizione" e intanto i loro capelli si sono fatti sempre più bianchi. In realtà, un sistema politico che per due decenni indossa lo stesso abito narrativo è lì a dire che quel vestito, bello o brutto che sia, lo ha scelto e da esso si sente rappresentato. 

(Il Sole 24 ore, 6 marzo 2010)

È strana l'atmosfera di questa campagna elettorale: ovattata nei modi, povera nei contenuti, ove tutti sembrano riposizionati entro una ritualità delle buone maniere che nasconde con difficoltà il fuoco che cova sotto la cenere. Sono trascorsi poco più di due mesi dall'episodio del Duomo, da quando un esaltato lanciò una statuina contro Berlusconi e lo ferì al volto.
Un tempo confuso e sospeso che sembra una parentesi, una bolla in cui le parti in causa recitano un copione già scritto.

(Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2010)



«Scrivere la storia comparativa comporta dei movimenti che non sono diversi da quelli che servono per suonare la fisarmonica. Le due società paragonate sono spinte l'una verso l'altra, ma solo per essere nuovamente separate». Con queste parole John H. Elliott, Regius Professor Emeritus di storia moderna a Oxford, uno dei più autorevoli storici viventi, compendia la sua ponderosa ricerca sugli Imperi dell'Atlantico. America britannica e America spagnola, 1492-1830, pubblicata nel 2006, che la casa editrice Einaudi manda oggi in libreria nella sua traduzione italiana.

(Il Sole 24 ore, 14 febbraio 2010)


Con procedure diverse sono stati scelti i candidati del centrosinistra in due regioni di strategica importanza come la Puglia e il Lazio. È inevitabile che gli amanti della politologia discetteranno sui criteri di selezione adottati (primarie sempre, primarie mai, solo quando conviene, solo quando non conviene), ma ciò che più importa sono gli esiti «a prescindere», ossia le possibilità che i due candidati prescelti avranno di vincere contro il centrodestra e poi, eventualmente, di governare le due regioni. Anzi, la variabilità degli stili adottati nel Lazio e in Puglia è lì a dire che intorno alle primarie non si gioca affatto una battaglia di principio, ma di più scaltre convenienze, un puro mantello metodologico depositato sul nudo corpo della politica, a coprire convincimenti, rapporti di forza e interessi.

(Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2010)

Il dibattito aperto dall'editoriale del direttore del Sole 24 Ore sull'attendibilità del web, la necessità di darsi regole condivise insieme con strumenti di verifica delle informazioni e le vivaci reazioni del cosiddetto popolo della Rete sono la spia dell'importanza delle questioni sollevate dall'articolo e della sensibilità con cui sono vissute da una parte degli utenti di internet.


(Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)

Nei giorni scorsi il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha proposto di fissare un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle prime classi elementari, medie e superiori. L'idea non sembra solo ispirata a principi di buon senso, ma è anche condivisibile per ragioni di carattere culturale, civile e politico. Anzitutto, non appare opportuno creare delle concentrazioni di studenti stranieri in determinate classi e scuole che tendono a configurarsi - come è stato detto - in ghetti di fatto, ossia a diventare il prolungamento scolastico di agglomerati urbani ad alta densità di immigrazione.

(Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2010)

La bomba della 'ndrangheta esplosa davanti alla Procura generale della Repubblica di Reggio Calabria è un segnale inquietante perché colpisce i simboli e i luoghi delle istituzioni, laddove sono più fragili ed esposti che altrove. Quando si colpisce una Procura della Repubblica si vuole «attaccare il cuore dello Stato», una formula antica e lutulenta che ricorda come la strategia adottata dalle cosche sia intimamente terroristica.

(Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2010)


 


 

 

La teoria della ragion di Stato, elaborata dal gesuita Giovanni Botero nel 1589 (una decina di anni prima di essere accolto come precettore dei figli del duca di Savoia Carlo Emanuele I), è importante nella storia del pensiero europeo perché informerà la cultura politica del Seicento e oltre, a prescindere dalla distinzione, nell'ambito del cristianesimo occidentale, tra cattolici e protestanti. La riflessione di Botero si concentra sul ruolo di scambio e vicendevole vantaggio che egli auspica si instauri tra la religione e il potere politico col fine di un rafforzamento reciproco dei due ambiti giacché i buoni fedeli sono destinati a essere anche dei sudditi obbedienti.

(Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2009)


Il linguaggio della politica italiana è ammalato e non da oggi. Si tratta di un problema serio perché noi siamo il nostro linguaggio (verbale, corporeo, visivo) con il quale comunichiamo i pensieri e quindi le intenzioni del nostro agire.
Si dice che il dittatore Francisco Franco amasse ripetere: «Si è padroni dei propri silenzi e schiavi delle proprie parole». In effetti, le parole sono importanti, ci servono per dire il mondo e rappresentarlo, ma «chi parla male, pensa male» urlava Nanni Moretti contro la vittima di turno delle sue nevrosi postmoderne. 

(Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2009)

Oggi sono quarant'anni esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso possa avere la massima soddisfazione possibile; l'opinione pubblica dovrebbe evitare di alimentare due cortine fumogene, all'apparenza opposte, ma in realtà complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell'ennesimo mistero italiano irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia, in cui i sacerdoti dell'occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.

(Il Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)

«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica»

«Il popolo viola è già politica, ma i partiti evitino strumentalizzazioni...». Miguel Gotor, giovane storico all'Università di Torino, è convinto che in Italia si sia aperta una fase nuova ma non si fa illusioni: «Il tramonto di Berlusconi sarà lungo e velenoso ». Ritiene che l'«antiberlusconismo democratico» sia un fenomeno importante. «Dobbiamo sapere però che in Italia ci sono due minoranze mobilitate, berlusconiani e antiberlusconiani. Il resto è altrove».

Quindi lei è convinto che si stia chiudendo l'era Berlusconi? 
«Credo sia in crisi la leadership di Berlusconi. Su questo aspetto ho tre certezze. La prima è che l'uscita di scena sarà lunga, difficile e velenosa. La seconda è che sarebbe un errore pensare di sconfiggere il premier attraverso la via giudiziaria o con una spallata. Se mi passa la metafora:come in un combattimento "Sumo" Berlusconi deve essere "schienato" per via elettorale. Cioè messo a terra, ma politicamente: il centrosinistra deve entrare nel suo blocco sociale ».

(l'Unità, 9 dicembre 2009)


Il 12 dicembre saranno trascorsi quarant'anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella sede della Banca nazionale dell'Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell'aiuola antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente morto nei locali della Questura». Se l'ambivalenza raggiunge persino i "luoghi della memoria", fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.
(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009) 

In questi giorni è nelle sale il film La prima linea, liberamente tratto da un libro di Sergio Segio, tra i fondatori dell'omonima organizzazione armata, che seminò disperazione e morte tra il 1976 e il 1980. 

Una delle prime scene della pellicola mostra la ricostruzione manierata di un corteo studentesco, uno fra i tanti che hanno percorso le strade italiane dal 1968 in poi; all'improvviso la regia stringe sui manifestanti schierati nella prima linea del corteo, parte la dissolvenza e compare il logo del gruppo terroristico, appunto Prima linea. 


(Il Sole 24 ore, 29 novembre 2009)
 

Un adagio mai troppo abusato recita che «i quotidiani l'indomani servono per incartare il pesce». A smentirlo è l'antologia Giornalismo italiano, in uscita per i tipi Mondadori a cura di Franco Contorbia, il quale ha vinto la scommessa di edificare un monumento al giornale di carta, in una stagione in cui si discute del suo superamento, quando sembra ormai destinato a essere sopraffatto dalle nuove tecnologie e dai ritmi di una comunicazione sempre più veloce.


(Il Sole 24 ore, 6 novembre 2009)

 

 

Addio meglio gioventù

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«Non abbiamo né passato, né futuro, la storia ci uccide»: questa scritta, come un graffito di disperato nichilismo, comparve sui muri dell'università di Roma durante il movimento del '77. Allora erano trascorsi solo nove anni dal '68, ossia da quando una generazione imbevuta di inquiete, ma vitali speranze si era posta l'obiettivo di dare «l'assalto al cielo» al grido di «vogliamo tutto». 

(Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009)

Se è vero che è morto, è uscito di scena come ci saremmo aspettati, imitando un personaggio pirandelliano, ad esempio «Il fu Mattia Pascal»: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, nel cuore della campagna francese ove abitava da molti anni, lontano dallo sguardo indiscreto del mondo. Lo ha scoperto il giornalista Giovanni Fasanella che voleva entrare in contatto con lui per intervistarlo, ma al telefono una voce impastata di ferma cortesia gli ha risposto: «No, mi spiace, Corrado Simioni è deceduto».

(Il Sole 24 ore, 29 ottobre 2009)

 

Nelle ore in cui si sta scegliendo il segretario nazionale del Pd, nell'attesa di essere invasi dal prevedibile trionfalismo sui grandi numeri dei partecipanti al voto, non è inutile riflettere sulla cultura politica oggi predominante in quel partito che il meccanismo delle primarie rivela agli occhi dell'opinione pubblica.

La domanda da cui partire è la più brutale: a che cosa servono queste primarie? Si risponderà: per eleggere il segretario del Pd non solo grazie al voto degli iscritti, ma anche a quello dei suoi potenziali elettori. 

(Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2009)

Chi legge in queste settimane i principali giornali stranieri ha l'impressione che non riescano a comprendere con equilibrio, e dunque a raccontare con esattezza, il nostro paese ai loro rispettivi pubblici nazionali. Il più delle volte si accostano all'Italia mescolando sguardo folklorico e superficialità, malcelato senso di superiorità e sciatteria analitica, moralismo e disattenzione, oscillando tra l'antico disprezzo per the Italians/les Italiens/los Italianos e l'ostentazione di un aristocratico distacco.

(Il Sole 24 ore, 13 ottobre 2009)

 

Leggere il libro di Lucio Magri Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci (Il Saggiatore, euro 21) nei giorni in cui i cinema offrono la visione di Baarìa di Giuseppe Tornatore è un'esperienza consigliabile che produce curiosi cortocircuiti intellettuali. In entrambe le opere si parla della storia dei comunisti italiani e uno dei bozzetti narrativi più riusciti del film è quello in cui il protagonista Peppino, ormai vecchio e disilluso ma sempre fiero del suo percorso di militanza e di riscatto, spiega al figlio in partenza per il nord che lui aveva voluto abbracciare il mondo intero, ma le sue braccia si erano rivelate troppo corte.

(Il Sole 24 ore, 11 ottobre 2009)

 

Perché la sinistra europea, quella che un tempo chiamavamo socialdemocrazia, continua a perdere contro il centro-destra, pur in tempi di crisi economica che dovrebbero, in teoria, incoraggiarla? Per capirlo, almeno per quanto riguarda l'Italia dobbiamo tornare a qualche giorno fa. Nel corso della presentazione di un libro di Biagio De Giovanni, A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio), Massimo D'Alema ha affermato che ci sarebbe «un anti-berlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano. Questa concezione di una minoranza illuminata che vive in un Paese disgraziato è l'approccio peggiore, subalterno, che possiamo avere. Piuttosto bisogna sforzarsi di capire le ragioni della destra. Una destra nuova, post-liberale, anzi spesso illiberale».

(Il Sole 24 ore, 30 settembre 2009)


Marco Bellocchio nel corso della sua ormai lunga carriera ha affrontato a più riprese il tema del rapporto fra cinema e storia. Per restare ai film più recenti, basti ricordare Buongiorno, notte (2003), in cui si è soffermato sulla tragica vicenda del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, oppure Vincere (2009), ove ha ricostruito una storia sino a oggi poco conosciuta al grande pubblico, quella dell'esistenza di un figlio segreto di Benito Mussolini rinchiuso insieme con sua madre in manicomio fino alla morte prematura di entrambi.

(Il Sole 24 ore, 20 settembre 2009)

La lingua con cui un uomo politico esprime le proprie idee non è meno importante delle idee stesse, dal momento che il lessico, il fraseggio, le metafore, le ricorrenze e i tic espressivi di un oratore possono rivelare le sue effettive intenzioni, quasi a prescindere dal contenuto formale del dettato.

(Il Sole 24 ore, 12 settembre 2009)

 

È di qualche giorno fa la notizia che l'enciclopedia on-line Wikipedia, lanciata su internet il 15 gennaio 2001, dopo anni di crescita esponenziale delle diverse voci che la compongono, ha subito per la prima volta una battuta di arresto.

(Il Sole 24 ore, 27 agosto 2009) 

La piazzetta in cima alla torre è stracolma di gente, gli spettatori locali sono appollaiati sui loro deliziosi balconcini fioriti, i villeggianti stipati dentro l'arena, ovunque un soffice vento caldo proveniente dal mare che balugina sullo sfondo, oltre il dolce declinare delle colline irradiate dalla luce obliqua del tramonto.

(Il Sole 24 ore, 15 agosto 2009)

I tre partiti di Bologna

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Quando la politica è debole tende a rinviare ad altri le proprie responsabilità. Oggi tocca agli storici, cui viene rivolto l'appello a occuparsi della strage di Bologna, una richiesta da rispedire al mittente per alcune buone ragioni.

(Il Sole 24 ore, 9 agosto 2009)

Le lancette della politica italiana si dirigono verso l'agognata pausa estiva. L'opposizione appare divisa tra un eccesso di analisi politologica senza respiro e quanti spiano dal buco della serratura nella pruriginosa attesa di nuove performance del presidente del Consiglio, le due facce di una medesima crisi di ispirazione e prospettive.

(Il Sole 24 ore, 2 agosto 2009)

 

Dopo anni trascorsi a discettare di doppio Stato, di lealtà diverse e sovrapposte e di sovranità limitata delle classi dirigenti della penisola, oggi gli studiosi dell'Italia contemporanea inclinano a dirsi immuni da questa retorica storiografica e si profondono in giuramenti affatto diversi, a guisa di formule propiziatorie utili a delimitare i confini della propria cittadinanza storiografica (e non solo).

 (Il Sole 24 ore, 26 luglio 2009)

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