Interventi a «Fahrenheit» – Radio 3, 2-6 giugno 2008

Per ascoltare i cinque interventi nella trasmissione radio clicca qui

- 2 giugno: lettera sulla Festa della Repubblica
- 3 giugno: lettera su Emilio Alessandrini
- 4 giugno: lettera su Walter Tobagi
- 5 giugno: lettera su Fulvio Croce
- 6 giugno: lettera su Valentina Fresu
A seguire i testi delle cinque lettere 


2giugno 2008 – Lettera sulla Festa della Repubblica

Careascoltatrici, cari ascoltatori,

oggiè il 2 giugno e mi è gradito dedicare queste riflessioni alla Festa dellaRepubblica italiana.

In questa data si ricorda il referendum indettoil 2 giugno 1946 con il quale gli italiani, dopo la caduta del fascismo, lafine della II guerra mondiale, la Resistenza e il ritorno alla democrazia,scelsero, per la prima volta a suffragio universale, la Repubblica.

Questo giorno è anche legato alla contemporaneaelezione dell’assemblea costituente che scrisse la Costituzione di cui quest’annosi celebra il sessantennio. I padri costituenti, nonostante differenzepolitiche, ideali, culturali e religiose anche profonde, seppero individuareuna tavola di valori e principi fondamentali condivisi offrendo così agliitaliani del futuro un modello di comportamento che dovrebbe valere anche oggi,quando da più parti si segnala l’esigenza di riformare quel testo.

Persino gugol, il motore di ricerca diinternet, festeggia a suo modo la ricorrenza del 2 giugno: e il suo logo inqueste ore appare intrecciato dal nastro del tricolore e una delle lettere ètrasformata in una medaglia che raffigura l’Italia turrita.

Tuttavia, un sondaggio pubblicato dal «Corrieredella Sera» di ieri, raccontava che un italiano su tre non sa cosa si festeggiil 2 giugno.

Siamo davanti a un problema complesso eprofondo perché nel nostro paese c’è un deficit di memoria civile che in ungiorno come questo, approfittando dell’occasione che mi è stata offerta, vorreicontribuire ad attenuare a partire dalle mie competenze di studioso di storia.

E sì, perché la Repubblica e la Costituzione,in questi 62 anni di vita, sono state difese da centinaia di cittadini chehanno pagato con la loro vita il prezzo di quell’impegno per la legalità, lalibertà, la patria. Sono stati uccisi dal terrorismo, giacché fecero fino infondo il loro dovere nonostante le difficoltà e le minacce ricevute. Molti diloro erano accomunati da una tensione riformista, dal gusto di voler continuarea capire e a spiegare rifiutando la logica della violenza e del muro contromuro, lo smacco della rassegnazione, il gusto dell’accondiscendenza o deldisfattismo. Si tratta di una serie di attitutidini antiche, dure a morire,miscele potenzialmente esplosive di cui proprio in questi giorni costatiamo cheda più parti si avverte una qualche forma di ridicola e caricaturale nostalgiamediatica, come se fosse per forza necessario aizzare il fuoco delle divisionie amplificare ancestrali paure piuttosto che rincondurle alla loro effettivadimensione.

Sono378 morti, vittime dello stragismo e della lotta armata, ai quali la presidenzadella Repubblica italiana ha recentemente dedicato un bel libro che ha ilmerito di restituire i loro volti e storie perlopiù cadute nel dimenticatoio osconosciute ai più giovani. Per non contare le migliaia di feriti delle bombe edelle pallottole che ancora portano sul corpo i segni di quella feroceviolenza.

Cari ascoltatori, molti di voi mi stannosentendo in macchina mentre ritornano da una giornata di festa. Vi invito a unariflessione su questi uomini e su queste donne, ai quali dedicherò nei prossimigiorni alcuni brevi ritratti, per colmare quel vuoto, per ricordare e perguardare al nostro futuro forti di quell’esperienza che ci insegna come lalibertà si conquista e si difende ogni giorno, non necessariamente con attieroici, ma anche con la pratica quotidiana della democrazia, del dialogo, dellatolleranza, della solidarietà.

Viringrazio, a domani

 MiguelGotor

 3giugno 2008 – Lettera su Emilio Alessandrini

 Cariascoltatori,

comevi ho preannunciato ieri desidero dedicare queste mia lettere al breve profilodi una vittima del terrorismo. Oggi ho scelto il magistrato EmilioAlessandrini.

Nato a Penne, in provincia di Pescara, nel1942, sesto di sette fratelli, dopo la laurea a Napoli nel ’64 svolse ilmilitare e vinse il concorso in magistratura. Nel ’67 fece l’auditoregiudiziario a Bologna e l’anno dopo fu nominato Sostituto procuratore a Milano,divenendo presto un punto di riferimento per i suoi giovani colleghi. Nel ’69si sposò con Paola Bellone e nel ’70 gli nacque il figlio Marco.

Alessandrininel ’72 iniziò a condurre l’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana che portòad abbandonare la pista anarchica e ad approfondire le responsabilità delladestra neofascista e i legami di questa con alcuni esponenti dei servizisegreti italiani nella cosidetta “strategia della tensione”. Sempre nellostesso periodo lavorò alla sezione “reati finanziari” occupandosi anche delloscandalo del Banco Ambrosiano. Successivamente indagò sull’estremismo disinistra, avviando una delle prime indagini sull’Autonomia operaia milanese.

Per questa ragione il magistrato entrò nelmirino del terrorismo rosso che ne temeva le formidabili capacitàinvestigative, acuite da un’incredibile memoria. E così già nel settembre ’78venne rinvenuta in un covo di “Prima Linea” a Milano una scheda su di lui.

Proprio in quel periodo egli stava lavorando aun pool antiterrorismo che raccogliesse magistrati da diverse procure, percoordinare su scala nazionale la lotta all’eversione. Il suo impegno per unagiustizia migliore si concretizzò anche nella partecipazione alla commissionedi riforma dei codici coordinata da Beria d’Argentine.

La mattina del 29 gennaio ’79 fu assassinato daun gruppo di fuoco di “Prima Linea”, di cui, fra gli altri, facevano parteSergio Segio e Marco Donat-Cattin, figlio di uno dei più autorevoli dirigentidella DC. Il primo fu condannato nel’83 all’ergastolo, il secondo, essendosidissociato dalla lotta armata, a 8 anni di prigione.

Il comunicato di rivendicazione imputava adAlessandrini l’aver dato “efficienza alla procura di Milano” e l’aver tentato “diridare credibilità democratica e progressista allo Stato”.

A Milano si svolsero funerali imponenti e ilgiorno successivo Walter Tobagi, che l’anno dopo sarebbe stato ucciso anche luida “Prima linea” (n.b. errata-corrige: “Brigata 28 marzo”), ne scrisse un acutoepitaffio: “Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui tutti si possonofidare; era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudiciprogressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli”.Progressista e intransigente: proprio questo era il punto.

Marco, il figlio di Alessandrini, oggi fa l’avvocatoed è fra gli animatori di una Fondazione intitolata al padre che ha lo scopo diperpetuarne la memoria e l’esempio. In una intervista ha rievocato una delleultime immagini che ha di lui, sugli spalti dello stadio di San Siro: “è stranala memoria: mi ricordo di un giocatore biondo che correva, è un bel ricordo, manon avrei mai pensato che questo è quello che mi sarebbe rimasto di mio padre,ma tant’è”. Ruben Buriani che corre e il calore del padre sugli spalti.

OggiAlessandrini avrebbe 66 anni e siamo certi che con lui vivo la qualità dellagiustizia e quindi della democrazia italiana sarebbe stata migliore. Ciò non fache accrescere il rimpianto per la sua perdita, ma siamo consapevoli che fuucciso proprio per questo motivo e non dobbiamo dimenticarlo.

Arrivederci, a domani

 MiguelGotor

 4giugno 2008 – Lettera su Walter Tobagi

 Cariascoltatori,

lalettera di oggi è dedicata al giornalista Walter Tobagi, ucciso a Milano il 28maggio 1980.

Egli nacque a San Brizio di Spoleto il 18 marzo’47 e, ancora bambino, si trasferì a Cusano Milanino al seguito del padreferroviere.

Talento precoce, iniziò a scrivere su “LaZanzara”, lo storico foglio del Liceo Parini, per poi passare ai giornalisportivi “MilanInter” e “Sciare”.

Sin dagli anni universitari cominciò a lavorarepresso “l’Avanti!” e, a partire dal ’69, a “l’Avvenire” occupandosi in particolaredi temi legati all’informazione, alla politica interna e internazionale, alsindacato e al movimento studentesco.

Si laureò alla Statale di Milano con una tesisul movimento sindacale nel dopoguerra e il suo impegno di studioso di storiasi espresse in ben 4 libri fra cui ricordiamo una Storia del movimentostudentesco e dei marxisti-leninisti in Italia e La rivoluzione impossibile, sulfallito attentato a Togliatti.

Nel ’72 entrò al “Corriere d’Informazione” enel ’76 approdò al “Corriere della Sera”, di cui divenne inviato e notista dipunta impegnandosi, fra l’altro, sul fronte caldo del terrorismo, con una seriedi articoli che si distinguevano per il rigore documentario e l’asciuttezzadella scrittura. I terroristi non erano “deliranti”, ma per vincerli bisognavasoprattutto analizzarne i limiti, senza pensare che dovessero essere «per forzadi cose dei Samurai invincibili» come scrisse in uno dei suoi ultimi articoli.

Tobagi sapeva di essere un bersaglio delterrorismo e nel suo diario annotava profetico all’indomani dell’omicidio diAlessandrini: “Nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercanodi comprendere [...] Mi pare di essere (forse per  autosuggestione) ilgiornalista che come carattere e come impegno è più vicino al poveroAlessandrini”. Le sue preoccupazioni aumentarono da quando, nel ’78, divennepresidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, difendendo la libertà diinformazione e la necessità di non piegarsi alla paura.

Tobagi fu assassinato dalla “Brigata 28 marzo”e non, come ho detto ieri per un lapsus, da “Prima linea”. La “Brigata 28 marzo”- guidata da due figli della buona borghesia milanese del giornalismo e dell’editoriacome Marco Barbone e Paolo Morandini – fu un gruppo dalla breve e feroce parabolasanguinaria, conclusasi tra le indulgenze, i favoritismi, le omissioni e gliopportunismi della legislazione sui pentiti. Una brutta storia italiana, cheattende ancora di essere pienamente chiarita.

Tobagi lasciò la moglie, Stella Olivieri e duebambini, Luca di sette anni e Benedetta di tre. La notte di Natale del ’78aveva scritto una lunga lettera alla moglie in cui si chiedeva: «E se dovessisparire di colpo, che immagine lascerei alle persone che più ho amato e amo, tee i michelangiolini? E mi sono risposto che al lavoro affannoso di questi mesiva data una ragione che io sento molto forte: è la ragione di una persona chesi sente intellettualmente onesta, libera e indipendente, e cerca di capireperché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo deivalori umani. Mi sento molto eclettico, ideologicamente; ma sento anche chequesto eclettismo non è un male, è una ricerca: è la ricerca di un bandolo fratante verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingerein blocco».

Tobagiè morto a soli 33 anni. Nell’impegno civile di giornalista, storico esindacalista e negli scritti pubblici e privati non permangono solo i segni diuna vita straordinariamente laboriosa e intensa, ma ci sono soprattutto leragioni di fondo della sua tragica fine.

Arrivederci,a domani

MiguelGotor

 5giugno 2008 – Lettera su Fulvio Croce

Cariascoltatori,

lalettera di oggi rievoca la figura dell’avvocato Fulvio Croce assassinato dalleBrigate rosse a Torino il 28 aprile ’77.

Figlio di un medico condotto nacque il 6 giugno1901 a Castelnuovo Nigra in provincia di Torino.

Laureatosi in legge nel ’24, iniziò l’attivitàdi avvocato civilista nell’importante studio Simondetti e in seguito ne aprìuno proprio che divenne tra i più affermati della città.

Si sposò con Severina Marone, dalla quale nonebbe figli, e durante la II guerra mondiale si arruolò come alpino. “Trascinatoreed animatore”, recitava la sua scheda militare, due doti che gli furono utiliquando si impegnò nella Resistenza contro il nazifascismo. Di ispirazioneliberale, in quei mesi difficili e turbolenti, sfuggì per un soffio all’eccidiodel Martinetto, nel poligono di tiro ove i fascisti erano soliti fucilare ipartigiani piemontesi.

Rientrato nella vita civile esercitò laprofessione e nel ’68 fu eletto presidente dell’ordine degli avvocati diTorino.

Nel maggio ’76 si aprì proprio in quella cittàil processo contro i brigatisti del nucleo storico. Il procedimento andava arilento per la difficoltà di nominare gli avvocati di ufficio che rinunciavanoa causa delle minacce e delle intimidazioni degli imputati.

I brigatisti puntavano a far saltare ilprocesso per scadenza dei termini, ma la sfida in realtà era più sottile edevastante: non si doveva celebrare il rito della giustizia borghese ebisognava impedire un giusto processo attraverso il terrore.

Croce non si sottrasse alle sue responsabilitàprofessionali che coincidevano, in quei drammatici frangenti, con quelle delladifesa della democrazia repubblicana e assunse la difesa di ufficio deibrigatisti.

Egliscelse otto membri dell’Ordine degli avvocati che ci piace qui ricordare:Pierangelo Accattino, Massimo Asti, Bruno Bonazzi, Gianvittorio Gabri, FranzoGrande Stevens, Franco Pastore, Ettore Sisto e Domenico Sorrentino.

Consapevole del rischio che per la sua caricapiù di ogni altro correva, Croce confidò ai suoi amici di sentirsicostantemente pedinato. Fu ucciso il 28 aprile ’77, nell’androne del suo studioe sembra incredibile che non fosse scortato. L’omicidio fu rivendicato dalle Brcon una telefonata al quotidiano “La Stampa” e all’Ansa.

Quest’omicidio determinò un ulteriore gravestato di tensione, acuito dall’escalescion dell’attacco brigatista a Torino,che portò al rinvio del processo “per impossibilità di costituire una giuriapopolare”. I cittadini via via sorteggiati, infatti, inviavano certificati disindrome depressiva in serie e il processo poté riprendere solo quando lasegretaria del Partito radicale Adelaide Aglietta, dopo il rifiuto di quasi 100persone, accettò di non sottrarsi a questa delicata funzione istituzionale.

Croce ricevette la medaglia d’oro al valorecivile alla memoria, la seconda dopo quella ottenuta in vita per il proprioimpegno nella Resistenza. Il suo sacrificio in difesa della legalitàdemocratica e del prestigio dell’avvocatura non fu inutile perché i brigatistifurono processati nel rispetto dello Stato di diritto e condannati nel giugno1978.

Croce era un vecchio galantuomo sabaudo, dipoche parole e di sani principi. Oggi riposa nel piccolo cimitero diCastelnuovo Nigra accanto al suo antenato risorgimentale Costantino Nigra,politico e diplomatico collaboratore di Cavour.

Risorgimento, Resistenza, lotta al terrorismo,tre differenti scansioni epocali che, nonostante la loro diversità, tuttericordano, attraverso luci e inevitabili ombre, gli uomini dell’Italiamigliore. Fulvio Croce era uno di questi.

Grazie,a domani

 MiguelGotor

 6giugno 2008 – Lettera su Valentina Fresu

 Cariascoltatori,

quest’ultimalettera è dedicata ad Angela Fresu, morta il 2 agosto 1980 nella strage diBologna.

Suamamma, defunta con lei a 22 anni, faceva la contadina nella campagna tra Empolie Firenze, dove Angela era nata il 3 settembre ’77. Aveva dunque meno di treanni.

Non conosciamo il volto della madre, ma unapiccola foto in bianco e nero ci restituisce il viso di Angela, i suoi capellineri, due occhi vispi e curiosi, le guancie paffute. Di lei sappiamo solo chegli piaceva salire sul trattore del nonno Salvatore.

La stazione di Bologna è uno snodo ferroviarioimportante e tanti viaggiatori hanno sostato, almeno una volta, davanti a unosquarcio nel muro, una ferita di marmo, che ricorda il luogo in cui fu lasciatala bomba. Una lapide riporta l’elenco degli 85 morti e il nome di Angela, conaccanto gli anni scolpiti a una sola cifra, si distingue dagli altri,obbligando il passeggero frettoloso a interrogarsi sul destino di ciascuno dinoi e sul senso del nostro viaggio.

Per la strage di Bologna sono stati condannatii tre terroristi neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e LuigiCiavardini, che continuano a proclamarsi innocenti. Si tratta dell’evento piùefferato di una storia di bombe che ha insanguinato l’Italia con tanti,tantissimi morti e pochi responsabili, una storia in cui si intreccianodepistaggi dei servizi segreti e connivenze con la destra neofascista.

Un ciclo iniziato il 12 dicembre 1969, con lastrage di Piazza Fontana e che si è concluso solo nel 1984 con l’attentato sultreno 904, coincidendo, anche temporalmente, con la parabola della lottaarmata. I due fenomeni – stragismo di massa e omicidio selettivo – vannoanalizzati insieme. Si è trattato di una ferocia endemica, perfida, reiteratanel tempo, un sordo rumore di sottofondo che ha inevitabilmente condizionato lastoria repubblicana. Sono il segno indelebile di una crudeltà che contraddiceradicalmente lo stereotipo benpensante che farebbe dell’Italia il luogo dell’«eternocompromesso», dove «tutto prima o poi si aggiusta»: sì certo, ma a quale prezzoin termini di vite umane e quale corrosivo condizionamento della qualità dellademocrazia e del tasso di civismo nel nostro paese.

In questa lettera, l’esile storia di Angelavorrebbe riassumere l’insensatezza di una lucida violenza che puntava adavvelenare la democrazia, da un lato spegnendo le intelligenze riformiste piùacute e serie; dall’altro seminando in modo indiscriminato il terrore con lebombe allo scopo di costringerci a scegliere tra un colpo di Stato militare e l’esigenzasalvifica di una stabilizzazione conservativa.

Oggi Angela avrebbe 31 anni, sarebbe potutaessere mille cose e invece non ha fatto in tempo a diventare nulla se non un’innocenzacaduta in una voragine mostruosa. Non è morta per il valore delle sue idee eper i propri atti responsabili, non ha consolazione. Ma ci ricorda, però, leinfinite possibilità contenute in ogni vita, la speranza che le è stata negata.

Ringrazio Fahranait per avermi consentito diinviare queste 5 lettere per radio, simili a delle onde che si propagano nellospazio. Sarebbe bello immaginare che in qualche misteriosa forma potesseroraggiungerla. Chissà, è importante sperarlo se si ha fede nell’aldilà, ma pertutti è utile pensare che il ricordo e la memoria siano una forma dicostruzione nell’aldiquà, che consente di tenere ancora fra noi l’assenza, dinon farla morire del tutto, di unire e confortare generazioni lontane animandolegami non meno misteriosi. La storia serve anche a questo.

Grazieper l’ascolto, a risentirci

 MiguelGotor

 

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