Quei crimini da riparare all’origine di tante fortune

Honoré de Balzac
amava ripetere: «ogni grande fortuna, nasconde un grande crimine». Non
sorprende, dunque, la scoperta che l’origine delle ricchezze dei Rothschild e
dei Freshfields si fondi sul mercato degli schiavi. Si direbbe: è il
capitalismo bellezza! Perché sono tanti gli imperi economici ad avere avuto un
inizio imbarazzante e, purtroppo, una quota fissa di economia criminale è una
voce sempre a bilancio. 

(Il Sole 24 ore, 28 giugno 2009)

Basti ricordare quanti, fra le due guerre mondiali, hanno fatto fortuna attraverso la confisca dei beni degli ebrei oppure il riciclaggio mondiale del denaro mafioso tra Palermo e Milano, passando per Mosca e New York. Nulla si butta nel capitalismo, sosteneva un intenditore come Karl Marx nel suo Elogio del crimine, persino i delinquenti, che contribuiscono, con le loro malefatte, allo sviluppo delle forze produttive: se non ci fossero, avremmo dovuto inventarli, perché, senza di loro, non riusciremmo a vendere così a caro prezzo serrature sempre più sofisticate.

Ma, si diceva, la storia viene da lontano. Si pensi proprio al commercio triangolare degli schiavi, quello che ha alimentato la prima globalizzazione dei mercati occidentali tra Sei e Settecento. Era controllato con regole ferree da compagnie che spaziavano da una sponda all’altra dell’Oceano Atlantico con cicli di navigazione di 18 mesi. Le navi salpavano dai porti del nord Europa verso l’Africa centrale piene di prodotti di bassa lega barattati con nerboruti schiavi. Costoro raggiungevano incatenati le coste del Brasile e dei Caraibi, ove venivano impiegati, ad esempio, nelle sterminate piantagioni di canna da zucchero. Le stive poi ritornavano dalle Americhe stipate di prodotti tropicali, nell’attesa che quegli schiavi ne lavorassero ancora per il carico successivo. Da questi viaggi sarebbe scaturito anche lo zucchero che avrebbe dolcificato i pomeriggi dell’aristocrazia imperiale inglese, una melassa miracolosa capace di edulcorare quel percorso di sfruttamento, dolore e morte tra un gossip e l’altro dei suoi raffinati gustatori. Del resto, il dinamismo dell’economia schiavile è da sempre l’altro volto della rendita fondiaria.

Già Niccolò Machiavelli, nelle Istorie fiorentine degli anni venti del Cinquecento, mise in bocca a un anonimo Ciompo un discorso di ineguagliata attualità e che piacque tanto a Marx. Sì, i Ciompi, quei salariati della lana che nel 1378 si rivoltarono a Firenze per protestare contro le loro condizioni economiche e la mancanza di ogni tutela sul lavoro. Al centro dell’orazione vi è il problema della nobilitazione, come quella che portò i banchieri Rothschild a divenire nel 1822 baroni: si comincia vendendo schiavi e poi ci si riveste di panni lussuosi che servono a nascondere gli elementi ferini di un tempo, ma – arringa il Ciompo: «spogliatici tutti ignudi: voi ci vedrete simili [...] perché solo la povertà e le ricchezze ci disuguagliano». Dio mette liberamente le fortune a disposizione degli uomini, le quali, però, «più alle rapine che all’industria, e alle cattive che alle buone arti sono esposte: da qui nasce che gli uomini mangiano l’uno l’altro».

Ma allora non ci sono alternative all’homo homini lupus? Probabilmente sì. È Voltaire che ci soccorre con la metafora della borsa di Londra, l’unico luogo al mondo in grado di produrre tolleranza per il diverso a condizione che faccia affari e li sappia condurre in porto con successo, a prescindere dalla sua nazionalità e confessione: «Là l’ebreo, il musulmano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione; le uniche persone che considerano come infedeli sono quelle che fanno bancarotta». A ben guardare, anche i Rothschild vengono da lì e se ora istituiranno anche loro come i J.P. Morgan una borsa di studio riparatrice, consentiranno agli studenti di colore dell’America di Obama di scoprirlo e, forse, di esserne persino fieri.

 (Il Sole 24 ore, 28 giugno 2009)

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