All' epoca del sequestro Moro, aveva solo sette anni. Di
quei giorni gli sono rimasti dei ricordi confusi, una macchia di nero allungata
sulle bare, le vedove della scorta che piangono i loro morti. «Sono i miei
primi ricordi civili», racconta Miguel Gotor, giovane modernista prestato con
successo alla storia contemporanea.
(la Repubblica,
15 luglio 2009)
«A ben pensarci fu allora che scoprii il male nel mondo:
la possibilità di subirlo, ma anche di praticarlo. E fu la perdita dell'
innocenza». I suoi studi sulla prigionia del leader democristiano sono
considerati tra i più importanti degli ultimi anni, soprattuttoi più innovativi
per l' estensione ai territori novecenteschi di strumentie paradigmi propri
della storia moderna. Pagine filologicamente agguerrite, che restituiscono a
Moro la parola, quella voce tenacemente occultata dai «dittatori della memoria»
che furono i suoi carcerieri. Lettere furenti e tenere, disperate e amorevoli,
messaggi d' amore e profezia, fede e memoria troppo a lungo negati. Quella per
lo statista scomparso fu una specie di ossessione, incontrata da adolescente
ancora prima di imbattersi nel mestiere di storico. «Con il suo epistolario,
tra i più belli e drammatici del Novecento, ho convissuto per anni», racconta
Miguel nella sua casa romana, la luce che invade ogni angolo degli scaffali
occupati dai grandi eretici del Cinquecento, la sua passione di modernista. «Quasi
senza accorgermene, alcune espressioni iniziarono a far parte del mio lessico
emotivo e famigliare, in modo perfino irriverente come solo la verità sa
esserlo.E così al primo amore sussurravo "ti accarezzo volto per volto,
occhi per occhi, capello per capello", dall' ultima struggente lettera di
Moro alla moglie Eleonora». Sulla scrivania, il brogliaccio del memoriale del
leader democristiano, oggetto della prossima indagine di Gotor, che oggi
insegna Storia moderna all' Università di Torino ed è consulente di Einaudi per
la saggistica. Figlio d' un padre spagnolo antifranchista, esule a Parigi sul
finire degli anni Cinquanta, oggi professore universitario in pensione, e d'
una madre italiana di origine piemontese-meridionale, Gotor è nato e cresciuto
a Roma, in una «Trastevere ancora borgo popolare, mescolato nelle classi e
nelle componenti culturali, ravvivato dalle puttane e dai contrabbandieri di
sigarette», sorride Miguel con la sua faccia larga e la parlata veloce,
espressiva come la sua scrittura talentuosa. «Noi siamo la generazione del
"pur tuttavia" e dell' "anzitutto", incuranti del celebre
monito di Nanni Moretti in Palombella Rossa, "chi parla male pensa
male". Ho avuto la fortuna di incontrare un maestro come Corrado Vivanti e
di frequentare Rosario Villari, che mi hanno insegnato a scrivere e a
riflettere in modo nitido». Maestri di pulizia mentalee metodo storico, ma non
solo. «È quella la generazione per me più influente, nata negli anni Venti e
cresciuta nel dopoguerra. La generazione dei Berengo, dei Giarrizzo, dei
Galasso, dei Procacci. Da loro vorrei ereditare una visione d' insieme, che
negli ultimi decenni è andata frammentandosi in saperi specialistici. Una visione
potentemente nutrita di una saldezza etico-politica, che nella generazione
successiva quella dei cinquanta/sessantenni - può deviare talvolta in un
reducismo che rischia di essere patetico». Curioso e imprevedibile il gioco di
affinità nella grande famiglia degli storici: la genìa dei "nonni"
assai più amata dei genitori sessantottini, forse anche un po' invidiati per le
loro vite disordinate e avventurose. Se lui è diventato un modernista con
ripetute incursioni nel Novecento lo deve principalmente alla schiera dei
progenitori, alla loro disponibilità a giocare su più terreni. «La storia è una
sola: le divisioni disciplinari sono motivate dall' accademia. La storia è un
metodo che s' impara, più tardi s' affina. Se ti interessano alcune questioni, è
secondario dove si collochino nel tempo». Il rigore filologico esibito in
Lettere dalla prigionia gli deriva da una lunga famigliarità con la storia
moderna, con i temi dell' Inquisizionee della santità tra il Cinquecento e il
Seicento. «L' aderenza ai testi può aiutare la ricerca della verità storica,
contro i velami, le reticenze, gli abusi di potere. Così ci ha insegnato l'
umanista Lorenzo Valla quando, armato della sola filologia, osò sfidare l'
autorità della Chiesa». La filologia come strumento contro le menzogne del
potere, ma anche come riparo da un eccesso di ideologia ed ermeneutica, che
grava sulla storiografia dell' età contemporanea come sulle vicende storiche di
quattro secoli fa. «Può sembrare curioso, ma l' idea di dedicarmi a Moro mi è
venuta mentre studiavo un eretico del Cinquecento, Bernardino Ochino, padre
della tolleranza europea. Ero catturato da questo personaggio enigmatico, ma mi
rammaricavo per la scarsezza di fonti: avevo davanti a me troppe
interpretazioni e pochi documenti. Rischiavo anche io di produrmi inutilmente
in un ulteriore esercizio interpretativo. Soltanto la filologia poteva liberare
Ochino dalla galera delle diverse e opposte letture». In fondo lo stesso è
accaduto con Moro, prigioniero della memorialistica dei suoi aguzzini. «Ho
cercato di studiare il processo politico cui è stato sottoposto Moro con lo
stesso metodo con cui Massimo Firpo ha studiato gli atti giudiziari del
Cinquecento contro Vittore Soranzo o Giovanni Morone, ecclesiastici sospettati
d' eresia, o Gigliola Fragnito la censura libraria. Da qui l' attenzione non a
cosa si dice, ma a come si dice». Controcorrente può apparire questa estensione
della strumentazione filologica alla storia novecentesca, sempre più preda del
furore interpretativo privo di ormeggi documentari. «Spesso la novità oggi
consiste soltanto nel rovesciamento di un' interpretazione. Su questo
ribaltamento ha costruito la sua fortuna il filone "neorevisionista",
che riduce la storia a pura ideologia. Ma la storia non è solo storia di idee, il
suo fascino è in quella stratificazione di sentimenti e materialità che fanno
vivere gli uomini». A Marc Bloch piace raffigurare lo storico come l' orco
della fiaba che sente l' odore della carne. «Anche io ho sentito l' odore della
carne, ma questa volta- trattandosi degli anni Settanta del Novecento - ho
fiutato dei personaggi ancora vivi. E non l' ho voluto dimenticare». Diversa è
la sensibilità dello storico contemporaneista, che va a toccare ferite ancora
aperte. Nel misurarsi con l' affaire Moro, definito «grande rimosso nazionale»,
«specchio maligno che riflette la nostra cattiva coscienza», Gotor s' è posto
il problema di non urtare la suscettibilità di uomini e donne, «dei
protagonisti o dei loro figli incolpevoli, una preoccupazione che non mi era
mai sorta nella storia moderna. Ho cercato di fare mio il monito di Bertolt
Brecht, che invitava a essere il più possibile indulgenti». Ma che cos' è oggi
il mestiere dello storico? La definizione di "giovane storico"
rischia di dar luogo a un ossimoro: occuparsi di passato in un' epoca
schiacciata sul presente, ammalata di presentismo, senza più storia né memoria.
«Vivo insieme ai miei coetanei, che svolgono i lavori più diversi. La mia è una
generazione di consumatori bulimici: collezioniamo momenti, sentimenti,
immagini, in un' era segnata da videocrazia e multimedialità. Il potere
consumistico, come profetizzò Pasolini, ha assunto un volto autoritario. Tutto
questo è antagonistico al sapere storico. Ma senza gli storici, come potremmo
mai comprenderlo e interpretarlo? Non ho avuto una vocazione precoce, ma oggi
non riuscirei a fare altro».
(la Repubblica, 15 luglio 2009)

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