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Italia troppo stabile per la Cia

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Dopo anni trascorsi a discettare di doppio Stato, di lealtà diverse e sovrapposte e di sovranità limitata delle classi dirigenti della penisola, oggi gli studiosi dell'Italia contemporanea inclinano a dirsi immuni da questa retorica storiografica e si profondono in giuramenti affatto diversi, a guisa di formule propiziatorie utili a delimitare i confini della propria cittadinanza storiografica (e non solo).

 (Il Sole 24 ore, 26 luglio 2009)

Ne è una conferma il bel libro di Umberto Gentiloni Silveri (L'Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista da Washington, pp. 238, euro 28), da poco in libreria per i tipi Einaudi, un'ideale prosecuzione degli studi che già avevano avuto esito nel saggio del 1998 L'Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965, a riprova della precoce e determinata coerenza del suo percorso di ricerca.

Il volume ha molti meriti. Anzitutto, è il primo a studiare i rapporti tra Usa e Italia in un passaggio cruciale della guerra fredda utilizzando fonti documentarie nuove: note del Dipartimento di Stato, memorandum della Cia e della Fbi, relazioni della Casa Bianca e dei diversi fondi presidenziali, incrociati con le serie conservate presso l'Istituto Sturzo, la Fondazione Gramsci e il fondo Aldo Moro presso l'Archivio di Stato di Roma.

Gentiloni Silveri mette quasi sempre in luce le semplificazioni, la schematicità e gli errori previsionali degli osservatori statunitensi, allarmati dall'«invincibile stabilità» del sistema Italia, e alla perenne e insoddisfatta ricerca di un «nuovo De Gasperi» che riproponesse l'ineguagliata miscela di centrismo e anticomunismo della stagione '48-'53. Sorprende il contrasto tra il sarcasmo con cui i leader internazionali erano soliti descrivere le presunte performance dei nostri politici (dalla sonnolenza di Moro e Mariano Rumor allo stato di incoscienza di Francesco De Martino, sino agli irridenti paragoni tra l'Italia e il Bangladesh) e l'originalità e la tenacia con cui quella classe dirigente, nonostante tutto - tra stragi, mafia e terrorismo - seppe difendere la fragile e ancora recente democrazia italiana, in un contesto mediterraneo ad alta densità autoritaria.

In secondo luogo, convince la periodizzazione scelta dall'autore che motiva un'originale cesura nel biennio '73-'74, la fase in cui, sul piano della politica internazionale, si consumò la perdita della centralità geopolitica dell'Europa, si ridusse il modello bipolare uscito dalla guerra fredda e il ruolo degli Usa come potenza regolatrice.

Inoltre, persuade la volontà di iscrivere la ricerca nel nesso nazionale/internazionale, ossia nella temperie obbligata della guerra fredda, superando le diverse narrazioni particolari. Un'opzione di metodo che ha il merito di attenuare l'anomalia del caso italiano e una lettura della storia del paese come una serie infinita di occasioni mancate, miracoli incompiuti e resistenze tradite.

In effetti, l'assillo principale degli Usa è la questione comunista, comprensibilmente letta in un quadro di relazioni internazionali, senza prestare soverchie attenzioni alle raffinatezze relazionali e tattiche di un paese stretto e profondo come l'Italia. In particolare le note della Cia mostrano una qualche perspicacia nel comprendere Enrico Berlinguer e Moro, forse maggiore di quella degli osservatori italiani di allora. La preoccupazione per il compromesso storico, mai distinto dalla solidarietà nazionale, è ossessiva prima della morte di Moro, per poi diventare più tranquillizzante, quasi venandosi di un paradossale rimpianto per la scomparsa del «grande orologiaio» del sistema politico italiano. Anche i giudizi sul Pci mutano di segno e, mentre prima si vagheggiavano i suoi collegamenti con le Br, poi si passa a sottolineare il senso della fermezza e l'autenticità del percorso di autonomia da Mosca, perché - come commentò con icastica malizia Moro dalla sua prigione: «Per i comunisti il rigore, il rifiuto della flessibilità ed umanità, è un certificato di ineccepibile condotta. Per la Dc è il contrassegno di un buon affare».

In un quadro robusto, sorprende che l'autori sorvoli su questioni evidentemente giudicate banali. La figura di Kissinger e il tema dei finanziamenti della Cia ai partiti di governo sono sfiorati come se fossero di scarso peso ed è pressoché assente una riflessione sulla cosiddetta «strategia della tensione». Licio Gelli e la P2 non sono mai nominati, nonostante un autorevole protagonista come Francesco Cossiga abbia definito l'associazione la testa di ponte dell'oltranzismo atlantico in Italia. Non una parola, infine, sul più celebre e problematico degli incontri tra Stati Uniti e Italia negli anni Settanta, sul quale sono stati spesi fiumi di inchiostro in sede giudiziaria e memorialistica: quello del settembre 1974, in cui Kissinger, a quanto pare, avrebbe minacciato Moro se non avesse cambiato linea politica; fatto sta che lo statista rientrò precipitosamente in Italia a causa di un malore e manifestò il proposito di abbandonare la vita politica. D'altronde, Gentiloni Silveri ribadisce che «il livello politico è quello che più ci interessa: non tanto le vere o presunte zone di collusione tra apparati dello Stato, logge massoniche e servizi segreti italiani e stranieri». La politica, tuttavia, in quanto intelligenza dei rapporti di forza, è forse anche questo, in Italia e non solo.

(Il Sole 24 ore, 26 luglio 2009)

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