Le primarie? La Dc governava senza

La vicenda della candidatura di Beppe Grillo a
segretario del Pd segna un nuovo capitolo. Dopo che i dirigenti nazionali,
appellandosi a cavilli burocratici, avevano rispedito al mittente la proposta
come irricevibile, ieri il comico genovese è riuscito a tesserarsi presso il
circolo irpino di Paternopoli. Tale Andrea Forgione, segretario della locale
sezione, ha dichiarato di volere lanciare «una forte provocazione alla
dirigenza del Pd» e vive così il suo quarto d’ora di celebrità. 

(Il Sole 24 ore, 18 luglio 2009)

A quanto pare, se Grillo riuscirà a raccogliere 2000 firme entro due giorni potrà correre anche lui per la segreteria del partito. Ma i vertici del Pd hanno ribadito il loro diniego.

A prescindere dai suoi esiti, la querelle Grillo si/Grillo no è comunque significativa, in quanto rivela una patologia che affligge l’attuale statuto del Pd, ossia la regola di far scegliere il segretario del partito, secondo procedure oltremodo farraginose, non solo dagli iscritti, come avviene in tutti i paesi del mondo, ma anche da un imprecisato e fluttuante corpo elettorale di simpatizzanti, che dunque non è incentivato a iscriversi per contribuire al dibattito congressuale.

Non si discute in sé lo strumento delle primarie per la scelta dei candidati di governo a livello locale e nazionale, un metodo defatigante come tanti esercizi democratici, ma sicuramente utile per differenziare la cultura politica del centro-sinistra dalla realtà padronale e autocratica del partito-predellino di Berlusconi.

Ma avere esteso le primarie anche alla carica di segretario del partito sembra un eccesso di zelo per almeno tre motivi. Anzitutto, le primarie appaiono come una corda gettata nel vuoto che consente a gruppi organizzati, in maniera più o meno visibile, di “scalare” il partito; senza considerare le realtà locali, ove è possibile il verificarsi di vere e proprie infiltrazioni da parte degli avversari mascherati da “popolo delle primarie” per condizionare l’esito dell’evento.

Inoltre, rischiano di alimentare una rivalità interna e persino uno spirito di scissione tanto maggiori quanto più è lento il processo di strutturazione del Pd come soggetto partito. Gli sconfitti tendono a non partecipare attivamente alle sorti di chi li ha battuti e a sentirsi come dei separati in casa. Ciò non favorisce la mobilitazione elettorale negli ultimi decisivi giorni, ma neppure la vita quotidiana nel partito.

Infine, dietro l’idea delle primarie per il segretario si avverte la presenza di una cultura che vorrebbe fare dei partiti dei corpi deboli, diretti dall’esterno attraverso i mezzi di comunicazione e le linee guida stabilite dalle agenzie di stampa. Si instaura così un cortocircuito plebiscitario tra il segretario eletto ed il corpo elettorale saltando tutta quella complessa realtà di corpi intermedi (militanti volontari, funzionari, dirigenti locali) che dovrebbero essere la spina dorsale di un partito nel territorio e, invece di essere valorizzati, sembrano destinati alla demotivazione e all’irrilevanza.

Si vorrebbe scimmiottare il sistema americano, dimentichi che lì le primarie sono un effettivo processo di selezione del consenso e di costruzione progressiva di una leadership in un sistema compiutamente presidenziale. Qui da noi, nell’Italia delle cento contrade percorse da un plurisecolare spirito di fazione, le primarie rischiano al contrario di eccitare gli istinti peggiori che certo non contribuiscono a disciplinare. In fondo, un grande partito di massa come la Dc non faceva le primarie per cambiare i suoi segretari secondo un’armonia e un’intelligenza prestabilite: eppure faceva politica, eccome.

(Il Sole 24 ore, 18 luglio 2009)

One thought on “Le primarie? La Dc governava senza

  1. Questo intervento è oggettivamente scritto bene, così
    come tutto il il sito generalmente. Da frequente fan, continuate
    così.

    altri suggerimenti consultabili a questo link

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