Se il magistrato si sbilancia

La piazzetta in cima alla torre è stracolma di gente,
gli spettatori locali sono appollaiati sui loro deliziosi balconcini fioriti, i
villeggianti stipati dentro l’arena, ovunque un soffice vento caldo proveniente
dal mare che balugina sullo sfondo, oltre il dolce declinare delle colline
irradiate dalla luce obliqua del tramonto.

(Il Sole 24 ore, 15 agosto 2009)

Sfatiamo subito un mito: se mai lo è stata, oggi Capalbio non è più la «piccola Atene» della borghesia progressista in vacanza raccontata dai rotocalchi, che ebbe piuttosto il merito di scoprirla e valorizzarla ormai trent’anni fa. No, anch’essa si è inevitabilmente acconciata agli umori e alle tendenze generali del paese, trasformandosi in un luogo di incontro e di contatto trasversali, ove l’appartenenza sociale è più salda del distinguo politico. Del resto, è sufficiente percorrere i vicoli del borgo turrito per incontrare volti più o meno noti dello schieramento berlusconiano.

L’occasione è di quelle privilegiate: si presenta il libro di Pietro Grasso, Per non morire di mafia, ed è presente l’autore, che ne discute con un altro valoroso magistrato oggi in pensione, Pierluigi Vigna. Guardie del corpo in ogni lato.

La polemica agostana è scoppiata immancabilmente allorché Grasso ha affermato che «oggi non siamo in piena democrazia perché i candidati del popolo sono decisi dalla segreteria di un partito». L’applauso è scrosciato improvviso e fragoroso. È la frase di un attimo che viene però ripreso e dilatato in disputa dalle agenzie di stampa. L’impressione immediata, da spettatore, è che Grasso abbia commesso un’imprudenza: è un alto magistrato in attività e appare inopportuno che in un dibattito pubblico esprima concetti tanto impegnativi, contribuendo in qualche misura a minare l’autorevolezza dello Stato che rappresenta in una posizione di eminente responsabilità.

Tuttavia, come spesso accade, la reazione di Maurizio Gasparri fa capire che, se Grasso sbaglia, una ragione dovrà pur esserci. Il capogruppo della Pdl, infatti, gli ha risposto invitandolo a chiedere scusa al Parlamento, accusandolo di malafede e adombrando il sospetto che voglia diventare anche lui deputato, dimentico che da 40 anni Grasso serve lo Stato al fronte, dove ricattano e uccidono, mettendo ogni giorno a repentaglio la propria vita e quella dei suoi familiari.

Il problema tuttavia è soprattutto un altro. Chi assiste alla presentazione è indotto a interrogarsi sulla funzione civica ormai consunta di questi riti, che provano a riprodurre temi e parole d’ordine di un’altra stagione, quella dei primi anni Novanta, ma in un contesto politico e civile radicalmente mutato. La differenza si misura nell’interpretazione fornita oggi da Vigna di una celebre frase di Giovanni Falcone: «la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine». Eppure, secondo l’ex magistrato fiorentino, le speranze allora suscitate in tanti da tale affermazione erano fuori luogo perché in realtà Falcone voleva dire che la mafia avrà termine solo dopo l’estinzione del genere umano.

Le attese e le promesse di rinnovamento che avevano accompagnato il protagonismo (e la supplenza) della magistratura in quella fase storica appaiono oggi come rovesciate di senso, sicché il messaggio accreditato è di segno affatto contrario: il paese è slabbrato e allo sbando, corrotto alla radice, in balia di poteri misteriosi e infedeli, le funzioni pubbliche irrilevanti e impossibilitate all’azione e, al massimo, si sorride a mezza bocca sull’eterno gioco dei caratteri regionali, il toscano e il siciliano a confronto. Il bersaglio principale è la politica – tutta la politica, le istituzioni, i partiti, la società civile – ma soprattutto scompaiono il valore e la necessità della distinzione e, avrebbe detto Italo Calvino, l’impegno «a cercare e sapere riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio». Nella mescolanza di questi umori si avverte, senza però che si abbia più il coraggio di esplicitarlo, il retrogusto ideale che solo la magistratura possa esercitare un potere salvifico e demiurgico, mentre tutto il resto sarebbe avviato al macero.

Spiace ammetterlo, ma l’altra sera a Capalbio si respirava un clima simile che lascia nel pubblico un sentimento di desolazione, il quale contribuisce ad aumentare la disaffezione e lo smarrimento di quanti non sanno più da che parte guardare. Ovviamente, in un’atmosfera siffatta rischiano di diffondersi il risarcimento del moralismo, l’indignazione qualunquista e la sindrome dello straniero in patria che non alimentano certo il senso di responsabilità di ognuno, bensì un sordo e indistinto brusio di protesta a tratti persino indulgente.

Il dibattito è finito e la folla sciama con in bocca un sapore amaro, appena attutito dall’acquolina del crostino toscano che ci attende nell’ormai tiepida sera.

(Il Sole 24 ore, 15 agosto 2009)

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