L’ambizione di Lucio e Peppino

Leggere il libro di Lucio
Magri Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci
(Il Saggiatore, euro 21) nei giorni in
cui i cinema offrono la visione di Baarìa
di Giuseppe Tornatore è un’esperienza consigliabile che
produce curiosi cortocircuiti intellettuali. In entrambe le opere si parla
della storia dei comunisti italiani e uno dei bozzetti narrativi più riusciti
del film è quello in cui il protagonista Peppino, ormai vecchio e disilluso ma
sempre fiero del suo percorso di militanza e di riscatto, spiega al figlio in
partenza per il nord che lui aveva voluto abbracciare il mondo intero, ma le
sue braccia si erano rivelate troppo corte.

(Il Sole 24 ore, 11 ottobre 2009)

 

Leggendo il libro di Magri si percepisce a ogni pagina che è scritto da un intellettuale e dirigente politico il quale ha nutrito la sua vita di un’ansia simile a quella di Peppino, quella di abbracciare il mondo intero per cambiarlo, lungo un percorso decisamente frastagliato: dalla giovanile militanza cattolica e democristiana nel gruppo dossettiano all’adesione al Pci nel 1956, attratto dall’intelligenza inquieta di Franco Rodano; dalla radiazione nel 1970 dal partito all’avventura umana, giornalistica e politica del Manifesto prima e del Psiup poi; dal rientro, all’inizio degli anni Ottanta, nel Pci di Berlinguer «consapevole dei limiti di un estremismo sul quale ci eravamo illusi, ma non da pentito» sino al rifiuto della svolta del 1989 e all’adesione a Rifondazione comunista.

Presentare il contenuto della ponderosa opera di Magri è difficile e si può tentare solo di indicarne le linee generali procedendo per esclusione. Anzitutto, non è l’ennesimo esercizio autobiografico e aneddotico di una generazione di dirigenti comunisti, i quali – alcuni in età sospettosamente precoce – hanno avvertito l’esigenza di autorappresentare il proprio percorso biografico, dando vita a uno specifico filone letterario sul quale ha scritto pagine acute e urticanti Andrea Romano. Non è dunque un libro di memorie anche perché il suo autore, che si definisce «un particolare tipo di archivio vivente in soffitta», è ben avvertito delle manipolazioni, delle selezioni e delle censure volontarie o inconsce attivate da questo vitalissimo strumento. Il lettore attento perciò non vi troverà narcisismi del ricordo, rivelazioni particolari, egotismi del testimone, ma uno spessore analitico che sorprende per la grinta argomentativa con cui Magri prova a ricostruire il contesto politico e culturale in cui il Pci ha dispiegato la sua parabola storica.

Il libro però non è neppure uno scontato pamphlet politico-civile, in cui il solito «eretico» del Manifesto civetta con la sua storia pencolando incerto tra la rivendicazione delle proprie ragioni antistaliniste e il fallimento complessivo di un intero orizzonte di vita e di lotte. Si tratta piuttosto di un genere ibrido in cui la riflessione saggistica si sposa con una ricerca di obiettività a tratti impietosa, anche verso se stessi, un sentimento che dovrebbe nutrire la migliore ricerca storica. In effetti, l’oggetto del libro è un’interpretazione della storia del comunismo italiano dalla svolta togliattiana di Salerno del 1944 al suo epilogo della Bolognina nel 1989, una vicenda in cui le relazioni fra il cosiddetto «genoma Gramsci» e il «fardello dell’uomo comunista», ossia il suo rapporto con la rivoluzione sovietica e con la tradizione marxista precedente, ne costituiscono la matrice originaria, ma anche la spinta propulsiva decisiva.

La prima preoccupazione di Magri è di inserire quella vicenda dentro il nesso nazionale/internazionale, la condizione necessaria per comprenderla non solo nella sua forza e originalità, ma pure nei suoi limiti ed errori. Egli mette a fuoco il punto, ossia il Pci non fu servo di Mosca, ma neppure socialdemocratico senza saperlo. Quel partito fu una terza cosa, la cui specificità era giustificata da un orizzonte bipolare ben definito e in una zona geografica di frontiera quale l’Italia, una strana «giraffa» a cui Magri sembra attribuire una fecondità e un dinamismo eccessivi, in particolare nell’ultima fase guidata da Enrico Berlinguer.

La seconda preoccupazione dell’autore è quella di sfuggire all’abiura o alla rimozione rispetto alla storia del Pci, i due abiti prevalenti indossati oggi dagli ex comunisti: egli preferisce prendere il toro per le corna per illustrare con pacatezza le ragioni di una scelta che lo hanno indotto a imboccare contromano la strada della storia, motivando un «come eravamo» che cerca anche di spiegare il «perché» milioni di italiani abbiano aderito al Pci, dai siciliani di Baarìa a quelli del profondo nord.

Problemi oggi quasi archeologici, giustamente affidati alla ricerca e all’analisi, a cui Magri ha il merito di offrire un lucido contributo grazie alla sua «memoria disciplinata» resa più acuminata dalla sconfitta. E già, perché nel frattempo una parte di quel mondo è andata in frantumi e l’altra è sgusciata via, facendosi sempre più complessa e più grande. Ma non è solo questione di braccia corte. In realtà, la fragilità dei nostri odierni moncherini dovrebbe suggerire di non maramaldeggiare troppo, approfittando di un’immeritata condizione di verginità generazionale: proporsi di abbracciare il mondo intero è stata un’ambizione generosa e funesta, l’obiettivo di cambiarlo un ardimento che merita rispetto.

 (Il Sole 24 ore, 11 ottobre 2009)

 

 

 

 

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