Nelle ore in cui si sta scegliendo il segretario nazionale del Pd, nell'attesa di essere invasi dal prevedibile trionfalismo sui grandi numeri dei partecipanti al voto, non è inutile riflettere sulla cultura politica oggi predominante in quel partito che il meccanismo delle primarie rivela agli occhi dell'opinione pubblica. La domanda da cui partire è la più brutale: a che cosa servono queste primarie? Si risponderà: per eleggere il segretario del Pd non solo grazie al voto degli iscritti, ma anche a quello dei suoi potenziali elettori.
(Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2009)
D'accordo, ma se
alziamo il velo di ozioso perbenismo che avvolge questo quesito, si scopre che
fino a oggi le primarie sono state uno strumento politico inefficace. La prima
volta, nell'ottobre 2005, furono indette per puntellare il secondo governo di
Prodi. Il professore è stato per dieci anni il leader del centro-sinistra a
condizione di non formare un proprio partito ma, per evitare di essere
disarcionato dalla guida dell'esecutivo come era già avvenuto nell'ottobre
1998, pretese di essere rafforzato dall'investitura popolare. Bene, sappiamo
tutti come è andata, primarie o non primarie. La seconda volta, nell'ottobre
2007, lo strumento venne escogitato per rafforzare Veltroni alla segreteria del
Pd. L'ex sindaco di Roma accettò di guidarlo solo se la sua elezione fosse
stata accompagnata da un plebiscito popolare, pensando così di potersi mettere
al riparo dalle tempestose conseguenze del primo rovescio elettorale. Bene,
sappiamo tutti come è andata, primarie o non primarie.
E oggi? Oggi le
primarie servono a dare la possibilità a chi è stato sconfitto nei congressi di
partito di ribaltare quel risultato. Gli esiti potrebbero essere paradossali e
persino antidemocratici: in teoria Marino con l'8% e Franceschini con il 36% dei
consensi raggiunti nei circoli del Pd potrebbero trovarsi a guidare l'intero
partito da una posizione di minoranza perché incoronati dal "popolo delle
primarie", segretari di una comunità d'iscritti che non li vuole, scelti
da altri.
Con questo metodo, che ha richiesto un dispendio di energie
economiche e politiche spropositato, si avrà finalmente un segretario di
partito unto dal "Popolo", mentre a destra già esiste un leader unto
dal "Signore". Tuttavia, per ottenere un simile obiettivo si è pagato
un prezzo alto: da un lato, i congressi nazionali, quelli dove si discute e si
formula una linea politica a maggioranza, ora sono scomparsi non solo dentro il
Pdl, ma anche nel Pd perché entrambi gli schieramenti preferiscono il formato
della convention elettorale all'americana, con un alto carattere mediatico a
uso esterno.
Il punto è che il Pdl fa così perché ha una guida carismatica
come Berlusconi, ma sfuggono le ragioni per cui anche il Pd si sia acconciato a
quel modello che non prevede un'autentica discussione politica, ma solo il
rinnovamento del patto sacrale tra la comunità e il suo capo. Dall'altro, si è
alimentato in modo parossistico uno spirito divisivo dentro il partito che sarà
impresa ardua riportare a unità.
Ma è sul piano della cultura politica che si
sono prodotti i guasti più gravi e di lunga durata: anzitutto, perché si è
assunta come forma di democrazia il plebiscitarismo, ovvero la "trappola
populista" come l'ha definita un dirigente del vecchio Pci come Alfredo
Reichlin. È un errore imperdonabile pensare d'inseguire Berlusconi su questo
terreno perché gli italiani, non gli elettori motivati, ma la fascia indistinta
che decide i risultati elettorali con uno scarto che sarebbe facilmente
colmabile con una buona proposta politica e un leader credibile, sceglierà
sempre l'originale.
L'altro errore è l'esasperazione del principio
personalistico: le nostre strade sono piene di manifesti non solo dei tre
candidati alla segreteria nazionale, ma addirittura dei segretari regionali che
saranno eletti con loro. Come spesso accade, i convertiti al nuovo verbo
diventano i più radicali ed estremisti quando passano dall'altra parte, ma
anche in questo caso si è adottata una cultura politica destinata ad arrivare
seconda perché priva della proprietà dei mezzi televisivi e delle qualità
energetico-comunicative di Berlusconi.
In fondo, il plebiscitarismo e la
personalizzazione della proposta politica sono la doppia faccia di una stessa
medaglia che raffigura la situazione paradossale in cui versa la qualità della
nostra democrazia: in Italia la politica non è stata mai tanto debole, eppure
mai così invadente come oggi. Basti pensare alla realtà di un parlamento di
nominati che solo formalmente sono eletti dal popolo, chiamato in realtà a
ratificare decisioni prese altrove e perciò privato del suo diritto di scelta.
Anche le primarie sono un sintomo di questa difficoltà di delega: si preferisce
cercare un'indistinta e non verificabile legittimazione esterna al prezzo però
di svalutare il giudizio di 450mila iscritti che hanno voltato in oltre 7mila
assemblee di circolo. In questo modo, un importante segno di vitalità
democratica è stato sacrificato sull'altare del "primarismo" nella
convinzione che un partito di elettori fluttuanti sia più forte di un partito
di militanti consapevoli.
Forse l'unico valido motivo per andare a votare alle
primarie di oggi è quello di rispettare e di rafforzare la volontà degli
iscritti del Pd che a maggioranza hanno stabilito che il loro segretario debba
essere Bersani. Diamogli fiducia, perché dare fiducia ai partiti significa dare
fiducia alla democrazia.
(Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2009)

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