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Addio meglio gioventù

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«Non abbiamo né passato, né futuro, la storia ci uccide»: questa scritta, come un graffito di disperato nichilismo, comparve sui muri dell'università di Roma durante il movimento del '77. Allora erano trascorsi solo nove anni dal '68, ossia da quando una generazione imbevuta di inquiete, ma vitali speranze si era posta l'obiettivo di dare «l'assalto al cielo» al grido di «vogliamo tutto». 

(Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009)

Una parabola bruciante di cui ora prova a dare conto Giovanni De Luna nel suo Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria (Feltrinelli, euro 17). Si tratta di una ricerca originale perché consapevolmente sospesa tra lo sguardo del testimone e l'analisi dello storico. A questo proposito una frase di Gaetano Arfé percorre l'intero libro: «la storiografia sull'Italia contemporanea è vissuta soprattutto come autobiografia». Non a caso, dunque, nelle pagine è presente molta Lotta continua, l'organizzazione extra-parlamentare in cui l'autore militò in quegli anni, e molta Torino, la sua città d'adozione. Gli anni 70 nello sguardo storiografico di De Luna sono più remoti ed estranianti di quanto possa sembrare e hanno un valore parentetico: dopo il boom economico, un passaggio troppo brusco e rapido trasformò l'Italia da una società agricola a una industriale; in mezzo l'intervallo degli anni '70, con le loro speranze e tempeste, le une come le altre l'espressione di un disagio per la radicalità di quel cambiamento sociale, politico, economico e antropologico che ha avuto il suo più penetrante interprete nell'intelligenza tormentata di Pier Paolo Pasolini, presenza silenziosa che percorre l'intero libro.

Le fonti su cui De Luna ha lavorato sono prevalentemente gli archivi personali dei militanti di Lotta continua; documenti, giornali e testimonianze che sono state inserite in una cornice di canzoni, film, fotografie e programmi televisivi, poiché lo studio della contemporaneità - questo è il secondo precetto metodologico dell'autore - implica il necessario approfondimento dei linguaggi utilizzati per raccontarla. 

Anzitutto, il libro ha il merito di offrire una visione poliedrica del decennio che si rifiuta di leggere come un tempo continuo che porta dalla rivoluzione al riflusso, ossia da un'ideologia all'altra. Non abbiamo un monolite, quindi, ma un prisma dalle tante sfaccettature, una decade «frammentata e convulsa» che non si lascia imprigionare nello stereotipo degli anni di piombo e basta. In secondo luogo, l'autore individua in modo convincente nella cosiddetta «strategia della tensione» un fattore condizionante per spiegare le dinamiche profonde di quel giro di anni. In effetti, bisognerà comprendere per quale ragione il nostro paese sia stato l'unico in cui il movimento studentesco del 1968, esploso nei principali Stati industrializzati dell'Occidente, si sia progressivamente trasformato in un violentissimo conflitto tra avanguardie armate di destra e di sinistra, a sua volta alimentato e accompagnato, altra specificità nazionale, da una serie di stragi di centinaia di cittadini inermi. Un ciclo stragista che ha avuto inizio nel 1969 con la bomba di piazza Fontana e si è concluso solo nel 1984 con l'attentato sul treno rapido 904 coincidendo, anche temporalmente, con la parabola della lotta armata. I due fenomeni e le varie tipologie di violenza presenti al loro interno vanno tenuti insieme non solo a causa dell'evidenza cronologica, ma perché si è trattato di una ferocia endemica, perfida, selettiva, reiterata nel tempo, un sordo rumore di sottofondo che ha inevitabilmente influenzato la storia della democrazia repubblicana, che pure è stata capace di resistere a tanta pressione. Una crudeltà che contraddice radicalmente il vacuo e in fondo sprezzante stereotipo esterofilo o benpensante che farebbe dell'Italia il luogo dell'«eterno compromesso», dove «tutto prima o poi si aggiusta»: sì certo, ma a quale prezzo, in termini di vite umane, di biografie violentate, di energie perdute, e quale corrosivo condizionamento per la qualità della democrazia e del tasso di civismo nel nostro paese.

Infine, il libro ha il merito di lasciarsi leggere tutto in un fiato sviluppando al massimo le potenzialità ermeneutiche del rapporto fra storia e memoria, tra autobiografia e giudizio storiografico. De Luna è consapevole dei rischi di un'ipertrofia della memoria e di una dittatura del testimone presenti nella storiografia contemporanea e perciò cerca di fare di entrambi i fattori un uso avvertito e parsimonioso. Egli sa che la verità storica di una battaglia non può coincidere con il ricordo dei reduci e la nostalgia non può sostituirsi alla filologia. Non a caso le parti migliori del volume sono quelle in cui l'autore sfugge alla tentazione di una storiografia militante in cui la memoria viene utilizzata come un batuffolo di cipria per imbellettare, tra rimozioni, anacronismi e abiure, il proprio vissuto. In questo sforzo generoso e in buona parte riuscito sta l'utilità del libro: accidenti come è difficile far passare quel passato, ma l'unico antidoto è la storia, al di là di quel graffito, oltre quel «maledetto muro».

 (Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009) 

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