Quell’antico mordi e fuggi

La teoria della ragion di Stato, elaborata dal gesuita
Giovanni Botero nel 1589 (una decina di anni prima di essere accolto come
precettore dei figli del duca di Savoia Carlo Emanuele I), è importante nella
storia del pensiero europeo perché informerà la cultura politica del Seicento e
oltre, a prescindere dalla distinzione, nell’ambito del cristianesimo
occidentale, tra cattolici e protestanti. La riflessione di Botero si concentra
sul ruolo di scambio e vicendevole vantaggio che egli auspica si instauri tra
la religione e il potere politico col fine di un rafforzamento reciproco dei
due ambiti giacché i buoni fedeli sono destinati a essere anche dei sudditi
obbedienti.

(Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2009)


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Il premier ferito: seconda Repubblica senza parole

Il linguaggio della politica italiana è
ammalato e non da oggi. Si tratta di un problema serio perché noi siamo il
nostro linguaggio (verbale, corporeo, visivo) con il quale comunichiamo i
pensieri e quindi le intenzioni del nostro agire.
Si dice che il dittatore
Francisco Franco amasse ripetere: «Si è padroni dei propri silenzi e schiavi
delle proprie parole». In effetti, le parole sono importanti, ci servono per
dire il mondo e rappresentarlo, ma «chi parla male, pensa male» urlava Nanni
Moretti contro la vittima di turno delle sue nevrosi postmoderne. 

(Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2009)

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Piazza Fontana: sfuggire al ricatto della strage

Oggi sono quarant’anni
esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono
ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni
dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso
possa avere la massima soddisfazione possibile; l’opinione pubblica dovrebbe
evitare di alimentare due cortine fumogene, all’apparenza opposte, ma in realtà
complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza
Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell’ennesimo mistero italiano
irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia,
in cui i sacerdoti dell’occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali
ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.

(Il
Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)

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Intervista di Pietro Spataro

«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica»

«Il popolo viola è già politica, ma i partiti evitino strumentalizzazioni…». Miguel Gotor, giovane storico all’Università di Torino, è convinto che in Italia si sia aperta una fase nuova ma non si fa illusioni: «Il tramonto di Berlusconi sarà lungo e velenoso ». Ritiene che l’«antiberlusconismo democratico» sia un fenomeno importante. «Dobbiamo sapere però che in Italia ci sono due minoranze mobilitate, berlusconiani e antiberlusconiani. Il resto è altrove».

Quindi lei è convinto che si stia chiudendo l’era Berlusconi? 
«Credo sia in crisi la leadership di Berlusconi. Su questo aspetto ho tre certezze. La prima è che l’uscita di scena sarà lunga, difficile e velenosa. La seconda è che sarebbe un errore pensare di sconfiggere il premier attraverso la via giudiziaria o con una spallata. Se mi passa la metafora:come in un combattimento “Sumo” Berlusconi deve essere “schienato” per via elettorale. Cioè messo a terra, ma politicamente: il centrosinistra deve entrare nel suo blocco sociale ».

(l’Unità, 9 dicembre 2009)


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Piazza Fontana. Non cade il muro dei segreti

Il 12 dicembre saranno trascorsi
quarant’anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella
sede della Banca nazionale dell’Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e
ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell’aiuola
antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe
Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura
degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della
Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente
morto nei locali della Questura». Se l’ambivalenza raggiunge persino i “luoghi
della memoria”, fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del
ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.

(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009) 

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