Il dibattito aperto dall'editoriale del direttore del Sole 24 Ore sull'attendibilità del web, la necessità di darsi regole condivise insieme con strumenti di verifica delle informazioni e le vivaci reazioni del cosiddetto popolo della Rete sono la spia dell'importanza delle questioni sollevate dall'articolo e della sensibilità con cui sono vissute da una parte degli utenti di internet.
(Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)
Il punto nodale è che anche in un mondo
virtuale dimostriamo «quella volontà di verità che ha attraversato tanti secoli
della nostra storia» che il filosofo Michel Foucault considerava l'asse motore
delle retoriche e delle pratiche di esclusione e inclusione della cultura
occidentale, il perno intorno al quale si è storicamente organizzata in modo
binario la conoscenza (vero/falso), la morale (bene/male) e l'estetica
(bello/brutto).
Riflettere criticamente sul mondo di internet è utile perché
ormai esso è entrato nel nostro uso quotidiano ed è facile prevedere che il suo
spazio nelle nostre vite si dilaterà sul piano quantitativo e qualitativo. Ma
bisogna farlo liberandosi dal timore di sembrare passatisti o alieni dal
progresso, accettando di confrontarsi con la realtà di questa nuova locomotiva
del XXI secolo senza indulgere in inutili demonizzazioni o facili entusiasmi,
ma appunto col maggiore senso critico di cui siamo capaci. Naturalmente un tema
simile interessa da vicino anche gli studiosi di storia perché il web non è
solo una tecnica, ma anche un diverso approccio con la realtà e un differente
modo di guardarla al quale è impossibile non essere sensibili.
Il primo
problema concerne la strutturazione di un tempo continuo e orizzontale
fagocitato a ritmi vertiginosi rispetto al passato, un'invasione di memoria
dopo l'altra, ciascuna caratterizzata da una labilità costitutiva che si
acconcia alla nostra famelica necessità di consumare prodotti sempre nuovi a
condizione di avere dimenticato i precedenti. È un consumo che richiede l'oblio
del processo di origine e di formazione, ma ha la capacità di reificare dentro
l'atto ogni volta l'idea di libertà. Da questa strutturazione dello spazio
virtuale deriva una perdita di profondità e di verticalità del rapporto
percettivo tra tempo e individuo che influenza la struttura della narrazione
storica, ma anche le modalità di ricerca e la pedagogia dell'insegnamento.
La
seconda questione riguarda l'attendibilità dei dati presenti su internet, ove
sono strutturalmente mescolati l'alto e il basso, il giusto e l'errato, il vero
e il falso, l'urlo e il sussurro. Un calderone sempre in ebollizione e perciò
altamente attraente e persuasivo nel quale bisogna orientarsi imparando a
distinguere gerarchie di qualità e di valore. A questo proposito il successo e
i limiti dell'enciclopedia Wikipedia sono esemplari. Il problema non interessa
l'origine pratica dell'errore, che è presente in qualunque piattaforma ed
esperienza gnoseologica, ma nel metodo che impedisce di individuarlo e che anzi
tende a moltiplicarlo a dismisura perché le forze dei controllori sono impari
rispetto all'invasione di quanti immettono sempre nuovi dati da verificare.
L'equivoco di fondo non sta nella pretesa da parte di Wikipedia di considerarsi
un'enciclopedia, ma di essere giudicata tale dai suoi utenti che accolgono
un'erronea e fuorviante sovrapposizione tra informazione e conoscenza. Il primo
è un dato, il secondo un processo che implica i concetti di
responsabilizzazione autoriale, di validazione delle notizie, di riconoscibilità
degli intermediari e di verificabilità del percorso effettuato.
Il terzo
problema riguarda l'inserimento sempre più massiccio delle fonti archivistiche
su internet. Ciò sta avvenendo a prezzo di un'inevitabile selezione dei
materiali e discrezionalità di scelta che certo condizionerà il futuro delle
ricerche sul piano tematico perché proporsi di digitalizzare tutti i fogli
conservati in un archivio storico di medie dimensioni sarebbe come volere raccogliere
e catalogare uno a uno i granellini di sabbia di una spiaggia. È facilmente
prevedibile che si assisterà a un sempre più accentuato spostamento dagli
archivi cartacei a quelli digitalizzati, ma le ragioni che producono questo
movimento sono sovente dei disvalori quali ad esempio il risparmio, la
superficialità e la pigrizia. Entrano in gioco anche potenti interessi
economici e la politica dovrebbe avere almeno la consapevolezza di ciò e
assumersi la responsabilità di equilibrare i flussi delle risorse tra le
diverse tipologie di archivio. Senza dimenticare, che conoscere un documento
non significa solo leggerlo, ma anche toccarlo e vederlo negli occhi e non
attraverso lo schermo di un computer che lo rimanda di per sé già semplificato:
la sua materialità (carta, inchiostri, formato) rivela il contesto ed è indizio
prezioso per costruire un discorso di verità intorno a esso. Youporn sta a un
ipotetico e certo meno appetibile Youarchive come una donna o un uomo in carne
e ossa stanno a un documento in originale, ma su questo secondo aspetto
sembriamo meno sensibili alla differenza.
Il quarto problema è costituito
dall'improvvisa scomparsa della cosiddetta critica delle varianti, ossia dei
processi di costruzione di un testo autoriale. Siamo piuttosto sempre più
invasi da una documentalità evanescente e liquida che renderà in futuro più
impalpabile la ricostruzione dei movimenti preparatori e delle decisioni che
hanno portato alla definizione di alcune scelte esecutive in campo culturale o
politico. Qui è sufficiente segnalare che tutto ciò non costituisce un percorso
neutro, ma è il prodotto di rapporti di forza e di volontà di manipolazione che
si fanno sempre più nascoste e dunque dal difficile controllo pubblico e
privato. Basta riflettere per un attimo sull'algoritmo misterioso che fonda le
gerarchie di rilevanza tra il motore di ricerca Google e Wikipedia, la nuova
pietra filosofale del nostro sistema culturale di massa. Per farlo, non servono
dietrologie o semplificazioni, ma gusto analitico e curiosità, in grado di
fornire maggiore consapevolezza e dunque libertà.
Insomma, anche se non sembra,
stiamo discutendo della qualità della nostra democrazia. Lo studioso di storia è
consapevole che il buon maestro non deve insegnare verità (ideali, realistiche
o scettiche poco importa), ma dubbi, perché una verità che dubita di se stessa è
più forte in quanto include l'altro e non pretende di dominarlo trasformandolo
in dogma o scepsi a colpi di clic e di pixel. Non a caso, il primo e ancora
insuperato maestro della cultura occidentale non è Platone né Aristotele, ma
Socrate, una pura invenzione virtuale che non ha lasciato nulla di scritto, a
parte la disperata cronaca della sua morte dentro il potere perché in lotta con
esso, un racconto tradito (nel senso di tramandato, of course) dai suoi ambiziosi
discepoli.
(Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)

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