Il «caso Moro» ostaggio di fiction e giudiziaria

Martedì 16 marzo ricorre l’anniversario della strage
di via Fani, quando Aldo Moro fu sequestrato e gli agenti della scorta Raffaele
Jozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi
vennero trucidati da un commando terrorista. Col trascorrere degli anni, la
strage di via Fani, il rapimento e la morte dell’uomo politico democristiano si
sono trasformati in un luogo paradossale della memoria pubblica italiana
giacché tutti sono inclini ad affermare il valore simbolico e periodizzante di
quei 55 giorni nella storia repubblicana, ma non esiste probabilmente un altro
argomento in grado di suscitare divergenze interpretative tanto profonde e
laceranti e un comune sentimento di irrisolutezza.

(Il Sole 24 ore, 14 marzo 2010)

Forse anche per questo motivo una simile ferita ha finito col costituire un trauma civile e politico non rimarginato che riflette, come in uno specchio maligno, la nostra cattiva coscienza nazionale, di anno in anno obbligata a confrontarsi con quella che Italo Calvino ha lucidamente definito un’immane «tragedia del potere». Proprio lo scrittore ligure, all’indomani della morte di Moro, scrisse un articolo intitolato Le cose mai uscite da quella prigione, in cui, con rabdomantica preveggenza, fissava i termini del problema, il cuore di tenebra costituito dal rapporto tra il sequestrato e i suoi carcerieri: «La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre, più di quelli di Cesare, di Bruto e di Antonio perché i carnefici non raccontano mai nulla e Moro non sarebbe più tornato». La morte del testimone integrale – Aldo Moro – e la propensione al silenzio dei suoi assassini: da questa miscela scaturiva, secondo Calvino, l’impossibilità di raccontare quella storia con gli strumenti e le retoriche del realismo. I fatti, a distanza di 32 anni, dicono che la «certezza desolata» di Calvino coglieva nel segno perché intorno alla vicenda Moro si è assistito a un’ipertrofia di narrazioni (di carattere giudiziario, memorialistico, giornalistico, documentario, letterario, cinematografico, teatrale) a cui ha corrisposto una prevalente atrofia della ricerca storica.

In questi ultimi giorni sono nelle librerie due volumi che non solo sembrano confermare tale tendenza generale, ma costituiscono anche la metafora di una singolare tenzone che, nel corso di questi tre decenni, ha visto la letteratura opporsi alla saggistica nella contesa del corpo del cosiddetto «caso Moro». Si tratta del romanzo di Alessandro Banda, Come imparare a essere niente (Guanda, euro 14,50) e dell’inchiesta di Romano Bianco e Manlio Castronuovo, Via Fani ore 9.02. 34 testimoni oculari raccontano l’agguato ad Aldo Moro (Nutrimenti, 11 euro). Un intenso capitolo del romanzo di Banda prova a rispondere alla sfida lanciata da Calvino con la forza del linguaggio e quella dell’immaginazione, a partire però dai vincoli di una meticolosa conoscenza delle inchieste giudiziarie sull’argomento. Banda è ideologicamente ed esteticamente interessato, forse in modo troppo intenzionale, a definire una continuità tra il racconto mitologico, quello storico e la cronaca che gli sembrano accomunati da una pluralità infinita di versioni possibili in cui la storia avrebbe smarrito qualsiasi forma di potere oggettivante, un privilegio di sguardo che invece spetterebbe alla sola letteratura.

Il secondo saggio ricostruisce l’agguato di via Fani basandosi sulle deposizioni di coloro che si trovarono sullo scenario dell’evento per come sono stati fotografati dalla realtà giudiziaria. Gli autori partono dal presupposto metodologico che la testimonianza oculare possa riprodurre la verità storica e utilizzano il documento d’archivio – purtroppo senza mettere le note e quindi impedendo allo storico la verificabilità delle loro affermazioni – come fonte esclusiva dell’interpretazione.

In questi trent’anni la contrada dei romanzieri che ha scelto di confrontarsi con l’ossessione Moro si è divisa fra realistici e fantastici. Come spesso accade, i risultati migliori sono venuti da quanti hanno fatto della vicenda un uso metaforico, cercando una trasfigurazione della storia in letteratura senza passare per la cronaca, ma lavorando sul linguaggio. Moro come allegoria del prigioniero e del rapimento. Si pensi a Il custode di Carmelo Samonà nel 1983 o a Pinkerton di Franco Cordelli del 1986 in cui si definisce un rapporto fra storia e racconto che riesce a trasformarsi in una riflessione sulla forma romanzo, sui limiti e sulle possibilità del narrare. Oppure alla più recente opera di Giorgio Vasta in cui il 1978 è il Tempo materiale che forma il contesto drammaturgico in cui raccontare la tragedia di ogni totalitarismo attraverso il linguaggio maturo ed estraniante di tre bambini palermitani che parlano come dei brigatisti.

Accanto a questi alberi di medio e alto fusto sopravvivono numerose opere di ambientazione «morotea» spuntate come tanti funghi all’ombra di questo dramma: si pensi ai lavori di Marco Baliani, Sabino Caronia, Francesco Grisi, Salvatore Mannuzzu, Francesco Parazzoli, Rosa Rossi, Francesco Tagliabue, Nicola Terranova e Vittorio Vettori, un elenco certamente incompleto.

Anche la saggistica si è divisa seguendo un binario simile a quello della letteratura, valorizzando la distinzione fra gli «spiegazionisti a oltranza» e i «dietrologi». Per i primi tutto sarebbe chiaro, la storia delle Brigate rosse, i comportamenti della politica, la dinamica del sequestro, la morte di Moro, persino la tormentata vicenda dei suoi scritti. Nel campo della saggistica si sarebbe realizzata una pacificazione, del tutto interessata, fra i nemici di ieri – le forze dello Stato e quelle dell’antistato – in piena corrispondenza con quanto avvenuto sul terreno giudiziario, ma non su quello politico. Al contrario per i «dietrologi» nulla è come appare e tutta la storia sarebbe frutto di un inestricabile intreccio di trame nazionali e internazionali, variamente intese e di opposto colore. Tale tendenza ha un preciso momento di origine, il romanzo anonimo I giorni del diluvio di Francesco Mazzola, ça va sans dire, durante quei 55 giorni sottosegretario agli Interni con delega ai servizi segreti perché anche la dietrologia ha una sua funzione: alzare una coltre interpretativa utile a mascherare la verità storica, con l’argomento di cercarla sempre e ancora altrove.

Come ha notato Giovanni Moro in Anni Settanta si tratta di «di due pensieri “forti” e del tutto autoreferenziali»: il primo ritiene che l’unica razionalità credibile sia quella di un organismo monocellulare, il secondo utilizza paradigmi di fantascienza in cui tutto è possibile. Due forme di arroganza del pensiero. E così entrambe le attitudini, all’apparenza tanto distanti, si sono trasformate nella faccia di una stessa medaglia perché le finalità sono troppo spesso le medesime: semplificare per negare, complicare per confondere.

In questo modo, nel corso di oltre trent’anni, il caso Moro si è trasformato in un ostaggio fossilizzato conteso dalla finction e dalla cronaca, dalla giudiziaria e dalla memorialistica e così sottratto in buona parte all’analisi storica. I tempi sono ormai maturi per incominciare a invertire la tendenza.

(Il Sole 24 ore, 14 marzo 2010)

2 thoughts on “Il «caso Moro» ostaggio di fiction e giudiziaria

  1. Dopo averl letto numerosi saggi sul caso Moro, ho terminato da poco la lettura del suo volume sulle lettere dalla prigionia, di cui ho potuto apprezzare il notevole rigore filologico, unito però ad una descrizione commossa e commovente, almeno per quanto mi riguarda, della figura dello statista, per cui non posso che aggiungere il mio non qualificato ma sentito plauso a quello già espresso da autorevoli commentatori e studiosi. Vorrei sapere se ha in animo di compiere il medesimo lavoro anche per il cd. memoriale, opportunamente integrando e completando l’analisi degli scritti prodotti da Moro durante la sua prigionia. Ritengo che sarebbe un ulteriore e prezioso tassello per la comprensione ed il ricordo di quella vicenda e del suo sventurato protagonista.In speranzosa e fiduciosa attesa, le invio un caro saluto.Vincenzo Nardiello

  2. Ho letto il saggio di Gotor appena uscito, come moltissimi appassionati a questa vicenda.Speravo che stesse lavorando al “Memoriale”, come il commentatore precedente auspicava.Per poco che serva il mio commento, mi auguro che Gotor trovi il tempo – ché le capacità sono dalla sua – di arricchire con l’acume e la profondità necessaria il dibattito.

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