Simposi rosminiani – Cattolici carsici nella politica

Al
termine della Resistenza, con la nascita della democrazia repubblicana, i
partiti di massa e i sindacati hanno conosciuto una notevole fortuna come
promotori attivi di rappresentanza politica. Nonostante le profonde diversità
ideologiche e culturali acuite dalla «guerra fredda» tutti i partiti presenti
in Parlamento, non solo quelli del cosiddetto arco costituzionale, hanno avuto
il merito di concentrare nell’Assemblea il confronto politico e la competizione
per il governo del paese. In questo modo le grandi organizzazioni di massa
hanno provato a riempire il tradizionale distacco fra le istituzioni e la
società civile raggiungendo traguardi insperati per l’ancora giovane democrazia
italiana.

(Il sole 24 ore, 29 agosto 2010)



 

 

 L’ultimo e più importante frutto della Resistenza è stata la Costituzione: indipendente, democratica e parlamentare. Fra i valori da tenere vivi forse il principale è contenuto nel primo articolo, ove si ricorda che «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non si teorizza dunque un popolo onnipotente, padrone delle leggi e della giustizia, ma uno spirito repubblicano che grazie alla Costituzione compendia al suo interno il popolo, a cui delega il potere legislativo mediante i suoi rappresentanti. Non meno importante è stato il riconoscimento del ruolo dei partiti con l’articolo 49 in cui si stabiliva che «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Una scelta di tutela, quella della costituzionalizzazione di questo diritto, che scaturiva dalla storia italiana, dagli oltre vent’anni di Regime fascista in cui aveva dominato un partito unico con l’iscrizione obbligatoria se si voleva lavorare.

Senza dubbio, accanto al moto resistenziale e alla stagione Costituente, l’altra grande novità è stata rappresentata dal nuovo protagonismo dei cattolici nella vita politica italiana. Un lungo e travagliato percorso storico in cui il preveggente pensiero di un cattolico liberale come Antono Rosmini risplende di luce propria: come rivela il saggio Sull’unità d’Italia del 1848 (ora ripubblicato all’interno della antologia di Scritti politici, a cura di Umberto Muratore, per le edizioni rosminiane, Stresa, 2010) laddove il beato ricordava che per raggiungere l’Unità non bisognava dimenticare «quale l’Italia l’hanno fatta i suoi quattordici secoli d’invasioni straniere, di dissoluzione, d’individuale azione, di parziale organizzazione e d’intestina divisione. Non trattasi di organizzare un’Italia immaginaria, ma l’Italia reale colla sua schiena dell’Appennino nel mezzo, colle sue maremme, colla sua figura di stivale, colla varietà delle sue stirpi non fuse ancora in una sola, colle differenze dei suoi climi, delle sue consuetudini, delle sue educazioni, dei suoi governi, dei suoi cento dialetti, fedeli rappresentanti della sociale nostra condizione». Un sguardo che dal 1848 sembra ancora rivolgersi all’Italia di oggi.

 (Il sole 24 ore, 29 agosto 2010)

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