La vera faccia della Lega

«Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora». Con queste incredibili parole il leghista Castelli, ex ministro della Giustizia e attuale viceministro alle Infrastrutture, ha commentato gli ultimi episodi di Lampedusa; del resto «contro le Brigate rosse cosa abbiamo fatto?» ha concluso per puntellare il suo strampalato ragionamento.

(la Repubblica, 13 aprile 2011)

Bontà sua, «almeno per ora». C’era una volta la Lega di lotta e di governo. Una volta, perché oggi il Carroccio non lotta più come vorrebbe e non governa come potrebbe: la macchina populista si è inceppata davanti alla necessità di risolvere i problemi per davvero e non solo di alimentare continue paure e tensioni, come mostrano anche queste ultime dichiarazioni di Castelli.

Le prime avvisaglie del cambiamento si sono avute nelle splendide giornate di Torino e di Milano, in occasione della visita del presidente della Repubblica per le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Le manifestazioni sono state accompagnate da un successo popolare superiore alle più rosee aspettative e, forse per la prima volta, la Lega non ha saputo intercettare la tanto evocata «pancia del Paese». Proprio la gente del Nord ha preferito guardare da un’altra parte, verso l’unità e non la divisione, verso la solidarietà e non l’egoismo.

Il Carroccio appare prigioniero della sua propaganda, incapace di governare i problemi che una perenne retorica dell’emergenza e della radicalizzazione dei conflitti hanno amplificato presso il proprio elettorato di riferimento che ora inizia a chiedergli il conto. Basta ascoltare in questi giorni Radio Padania o sfogliare il quotidiano del partito per percepire l’insoddisfazione della base che denuncia il tradimento dei suoi ministri e attacca la Lega che prima «era tigre» e adesso «Roma l’ha ridotta a un gattino». Naturalmente il bacino elettorale leghista è più ampio di queste manifestazioni militanti, ma sarebbe sbagliato sottovalutare un simile rumore di sottofondo.

La prima difficoltà della Lega riguarda la crisi della leadership berlusconiana impelagata in una lotta senza quartiere contro la magistratura. Inevitabilmente questa crisi si riverbera sulla qualità dell’azione di governo, tutta concentrata, e ormai da troppo tempo, sulla sorte giudiziaria del premier. La Lega ha patteggiato il sostegno alle leggi ad personam con l’appoggio al federalismo, sottovalutando però il fatto che le prime sono immediatamente percepibili nei loro costi sociali in termini di tutela della legalità generale, mentre la riforma federale rimanda a un futuro incerto ed evanescente, nel frattempo accompagnato da un tangibile aumento della pressione fiscale.

La seconda difficoltà concerne l’impianto culturale della classe dirigente leghista a livello locale e nazionale. Molti di loro potranno essere buoni sindaci e amministratori del territorio, ma hanno difficoltà a guardare al sistema Italia nel suo insieme dentro un quadro di rapporti europei e internazionali sempre più complesso. Davanti a questi ostacoli i dirigenti leghisti provano a reagire, giocando la carta dell’antieuropeismo (si pensi alle dichiarazioni del ministro Maroni in favore di telecamera) e quella della xenofobia (si legga l’intervista del governatore Zaia che accusa i tunisini di «pretendere che tu non dia loro carne di maiale da mangiare») così da rientrare in connessione emotiva con i propri militanti, i quali rivendicano ai microfoni di Radio Padania il loro razzismo quando auspicano di invadere di maiali Lampedusa o di sparare addosso a quei tunisini in fuga.

In verità, i leghisti sanno bene che il loro elettorato del Nordest conosce la realtà dell’immigrazione, quella che lavora e produce e che consente già oggi, ad esempio, di pagare le pensioni degli italiani. Solo che la vogliono a basso costo e dunque agitano lo spettro criminale perché sanno che un lavoratore senza diritti è più debole e quindi ricattabile sul piano economico e psicologico. Se per un immigrato fosse più semplice ottenere la cittadinanza, dentro una cornice di diritti e di doveri riconosciuti, non sarebbe più disponibile a lavorare a qualsiasi prezzo, nero e clandestino come nera e clandestina è la sua condizione di sfruttamento. Sono queste verità elementari, patrimonio comune delle classi dirigenti europee conservatrici come progressiste, che solo in Italia vedono i leghisti al governo fingere che non esistano e anzi soffiare irresponsabilmente sul fuoco che ora li sta lambendo.

L’impressione è che le vele della demagogia si stiano sgonfiando e che il vento abbia cominciato a cambiare direzione: il tempo dell’incantesimo populista sembra ormai alle nostre spalle. Unità nazionale, coesione sociale e patto costituzionale sono i tre pilastri su cui costruire un’alternativa a questa destra incardinata lungo l’asse Lega-Berlusconi, che in realtà non è più maggioranza nel paese, ma resiste arroccata al potere, tra uno Scilipoti e l’altro, e abbaia all’Europa perché non riesce più a governare l’Italia.

(la Repubblica, 13 aprile 2011)

 

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