Intervista su «www.nuovitaliani.it»: La politica e il vaso di pandora (P2, cricche, risveglio civile)

Di tragedie, vicende dense di mistero, il nostro Paese ne ha vissute, sopportate e superate in grande quantità, a partire almeno dalla strage di piazza Fontana. Tra l’altro, per uno dei casi più noti e inquietanti, la cronologia fa proprio in questi giorni cifra tonda. Sono infatti trascorsi trent’anni da quando nel corso della perquisizione a villa Wanda a Castiglion Fibocchi, spuntarono i famosi e famigerati elenchi degli iscritti alla loggia P2.

Tre decenni dalla scoperta di uno dei complotti più oscuri della storia della repubblicana, con cui si tentò di inquinare le fonti stesse della democrazia del nostro Paese: un vero e proprio progetto di destabilizzazione sulla cui reale portata non è stata ancora fatta piena luce. E da allora che in Italia al sostantivo potere si accompagna l’aggettivo occulto. Anzi, per la precisione, l’espressione viene citata al plurale: poteri occulti. Piani, livelli, stratificazioni, che più o meno combinati, più o meno in sintonia, da decenni cercano di condizionare la vita democratica del nostro Paese. Con una preoccupante riemersione proprio in questi ultimi due anni. Dalla P3, il cosiddetto sistema Anemone – Balducci, all’attualissima inchiesta sulla P4 che ruota intorno al faccendiere Luigi Bisignani, ex P2, passa appena una manciata di mesi. E si ha sempre più la sensazione che nella lunga transizione dalla prima alla seconda repubblica, ad occupare i vuoti che si sono spalancati a partire dai primi anni novanta siano state le stesse forze oscure contro cui si combatteva. Che insomma la loro transizione si sia pienamente realizzata, che la minaccia persista e sia ben più complessa di quel che traspare attraverso le lenti di un Bisignani. Ce ne potremo liberare? In che modo? Perché queste poteri sono così difficili da estirpare? Perché questa anomalia tutta italiana professor Gotor?

Non sono sicuro che si tratti di una specificità solo italiana anche perché la massoneria è un movimento internazionale…

Lo storico Miguel Gotor, nel suo recente Il memoriale della repubblica ha messo sotto stretta osservazione oltre tre decenni di vita del nostro Paese, a partire dall’evento che segna uno dei suoi più tragici passaggi: il caso Moro. Sul quale certo non scarseggiano ombre e cappucci, manine e manone …

Semmai il fatto da evidenziare è che in Italia ha assunto e continua ad assumere forme particolarmente invasive e che vi sia da parte dei cittadini la costante percezione di una dimensione oscura del potere, che esista sempre un’altra faccia della luna che sfugge al controllo e alle regole. Riguardo invece al perché succeda proprio in Italia…

Ecco…

E’ una domanda che richiede una risposta di lungo periodo. L’esistenza di uno Stato debole fondato su legami di fedeltà e non di lealtà, il ruolo delle cricche, cioè delle organizzazioni corporative di parte legate da interessi particolari, ha una storia antica che segue gli sviluppi dello stato unitario. Questa caratteristica dell’esistenza della cricca è utilizzata come espressione da Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere (Quaderno 14 n.d.r). Gramsci scrive che c’è una difficoltà a farsi Stato nel nostro Paese, cioè a stabilire un dominio della legge. E proprio perché c’è una difficoltà a farsi Stato e a stabilire un dominio della legge emerge il potere delle cricche. Gramsci sta guardando alla organizzazione del potere dell’Italia fascista. 
Ma a partire da quel che rileva Gramsci, mi chiedo a questo punto, e si tratta di un aspetto legato all’organizzazione del potere con Berlusconi, se la torsione plebiscitaria e populistica che egli ha voluto dare e ha dato al suo impegno politico, non abbia in una qualche misura aumentato il ruolo dell’oscurità nella politica: nel senso che se si stabilisce un legame diretto tra capo e popolo, se si rifiutano il più possibile le mediazioni in questo rapporto, che è dunque un rapporto verticistico e plebiscitario, mi domando se tutto ciò non finisca per portare da un lato all’aumento del potere delle cricche…

Anemome, Balducci, Bisignani, in ordine di apparizione…e alfabetico.

La cricca che ruota intorno a Bisignani è simile come meccanismo di funzionamento a quella emersa un anno fa a intorno a Balducci e Anemone. Non si può non rilevare che si tratta di segnali che rafforzano la sensazione dell’esistenza di corpi che si muovono come delle onde in base ad interessi particolari e che sono del tutto in grado di condizionare il potere politico…

Da un lato quindi con Berlusconi si accresce il potere delle cricche…e dall’altro?

E dall’altro il volto della politica si fa sempre più oscuro. Si tratta a questo punto di interrogarsi se questo rapporto capo-popolo non riveli un nesso tra populismo e “oscurimo” che si può definire in questi termini: quanto più il popolo è in maniera informe, acritica, portato al centro dell’azione politica del capo, tanto più si ha l’impressione che i gangli del potere, invece, si possano muovere seguendo strade non visibili. Che aumenti lo spazio della non visibilità dell’azione politica che ha per effetto l’impoverimento della qualità stessa della democrazia.

Rapporti politici diretti che cercano di sgombrare il campo da ogni mediazione, che semplificano le procedure del consenso. Berlusconi ha fatto della semplificazione del messaggio uno dei cardini della comunicazione politica. Semplificare, oscurare, due facce di una stessa medaglia…

E’ possibile. Più in generale va detto che assistiamo ad una crisi della politica, dei Parlamenti, che non è solo italiana. Il problema è che da noi si manifesta a partire da uno snodo cruciale come l’attuale legge elettorale – che va ricordato è stata votata e voluta dal partito di Berlusconi e dalla Lega – che contribuisce a svilire ancora di più il valore rappresentativo del Parlamento. In questo caso semplificare è al tempo stesso svilire. E poi: come altro definire la questione della scomparsa del concetto dell’autonomia di una maggioranza parlamentare rispetto all’esecutivo? Quando la semplificazione si traduce in svilimento siamo davanti ad un problema serio. Ma di questo gli italiani ormai se ne sono resi conto. Quello che oggi è al centro del dibattito in effetti non è più la critica al populismo, ma il fallimento delle politiche populistiche e del progetto di governo Berlusconi, che degli ultimi dieci anni ne ha governati otto. Il decennio berlusconiano è stato quest’ultimo: un lungo periodo in cui ha accumulato una serie di promesse, di paure, che non è stato in grado di risolvere. Questo è il punto sul quale oggi ci confrontiamo per riorganizzare una proposta di governo che sia alternativa. La vera questione però è che non si tratta solo di battere Berlusconi elettoralmente, ma di riorganizzare un nuovo principio di equilibrio del sistema politico italiano nel suo complesso, un nuovo perno su cui possa ruotare una politica riformista alternativa dentro un nuovo sistema di equilibrio, perché quello su cui si è retto quest’ultimo decennio non funziona più.

Continuità e differenze, P2, P3 P4, P…n?

Si tratta di una formula giornalistica efficace. In particolare perché ricorda un dato di fatto che invece tende ad essere dimenticato, quello della continuità. Il fatto che Berlusconi fosse iscritto alla P2 e che persone di responsabilità all’interno dello schieramento politico di centro destra, penso all’onorevole Cicchitto, ex socialista, fossero fra gli iscritti alla P2, mettono in luce un perdurare di rapporti e di relazioni.

Lo stesso Bisignani…

Ho tuttavia una perplessità nell’utilizzare queste formule, la cui efficacia giornalistica è indubbia.

Perché?

Perché implica un limite che è la relativizzazione di quel che è stata la P2. In una intervista di qualche giorno fa Gelli ricordava che la P2 è stata a una cosa seria, più seria di quello che sta emergendo dall’inchiesta di Napoli. La P2 era riuscita a penetrare nei governi di allora, controllava direttamente o indirettamente ministri, sottosegretari…ecco il limite è: attenzione a non relativizzare il potere destabilizzante che la crisi della P2 ha rivelato. Certo, quando saltarono fuori le liste di Castiglion Fibocchi ci fu un arretramento. E furono importantissime da questo punto di vista l’azione del presidente Spadolini, del presidente della Repubblica Pertini e di Tina Anselmi nella commissione d’inchiesta. Ma i legami piduisti non si sciolsero. Si ritirarono come un’onda per poi riorganizzarsi e riemergere con un vigore nuovo. Da questo punto di vista Berlusconi può essere considerato, anche se è sbagliato ridurlo solo a questo, sia l’espressione di quel gruppo di potere riorganizzato, sia come l’erede di una continuità di governo e di una politica lungo l’asse Andreotti – Craxi. Dunque le cose vanno distinte: da una parte l’eredità piduista, il piano delle relazioni non visibili, oscure, che si riorganizzano dopo la crisi dell’81, mentre sul piano politico si ha la sensazione che gli elementi di continuità con il cosiddetto Caf prevalgano sugli elementi di rottura. In questo senso va sottolineato che c’è stata tutta una retorica, a destra come a sinistra, e una lettura, volta a marcare più gli elementi di rottura che si sarebbero manifestati con le modifiche dei sistemi istituzionali, dei sistemi elettorali e con il passaggio dal proporzionale al maggioritario. C’è stato un eccesso di enfasi, che spesso ha corrisposto ad una volontà di propaganda. Ma gli elementi di continuità tra il vecchio e il nuovo, come del resto spesso è accaduto e accade nel nostro paese, sono prevalsi. Ormai è una banalità citarlo, ma sono banalità che valgono: dobbiamo sempre stare attenti all’anima gattopardesca che è parte della nostra cultura e mentalità, ai riposizionamenti più o meno radicali che possono assumere posizioni di rottura e che invece rispondono a dei riposizionamenti perché nulla cambi. Questo è accaduto tra il 92 e il 93. E ho l’impressione che stia avvenendo e che possa avvenire anche in questi mesi.

Gli anticorpi di allora e di oggi…

La forza dell’attacco è diversa. Nel 1981 l’attacco arrivava al termine di un decennio terribile per la democrazia e la storia italiana: stragi neofasciste, lotta armata delle Br…La democrazia italiana è stata veramente sotto schiaffo e sottoscacco e credo che complessivamente bisogna dare merito ai partiti, o a ampi settori dei partiti di massa di allora, di governo e di opposizione, di aver retto a questo evidente tentativo di destabilizzazione interno ed esterno, nazionale e internazionale. L’Italia ha resistito attraverso una mobilitazione democratica senza cadere nelle trappole della provocazione. Da questo punto di vista la situazione di oggi è imparagonabile. Per questo dicevo di fare attenzione al gioco delle sigle: le varie P2, 3 e 4. E a non relativizzare l’efficacia sovversiva di ciò che avviene in Italia da piazza Fontana all’arresto di Peci, tra il golpe Borghese e l’arresto di Savasta. C’è la sensazione che in quel lungo decennio l’Italia sia stata presa a tenaglia da due forze che provarono a soffocarne la democrazia ancora fragile: prima con una fase stragista e fascista e poi con le Brigate Rosse, con un terrorismo selettivo che sceglieva i suoi obbiettivi dentro il campo riformista: da Moro a Bachelet a Ruffilli. Oggi il problema non è quello di difendere la nostra democrazia intesa come quantità, come forma di stato. 
La questione che sta davanti a noi cittadini è piuttosto quello di difendere e affermare la qualità democratica del nostro stare insieme. E’ necessario trovare forme migliori per stare insieme. Guardiamo per esempio al bipolarismo: è stata posta una grande enfasi rispetto alla novità del bipolarismo che avrebbe caratterizzato la seconda repubblica. Va bene. Ma in fin dei conti anche i primi decenni della repubblica erano strutturati secondo una forma bipolare, non bipartitica: da una parte la Dc che era il polo che aveva l’egemonia al governo, e dall’altra il Pci che aveva l’egemonia all’opposizione. Era un bipolarismo bloccato, che non poteva prevedere l’alternanza. La novità del tempo che stiamo vivendo è che questo bipolarismo ha garantito l’alternanza. E si tratta di una novità molto importante nel lungo periodo della storia italiana, perché in precedenza le alternanze erano sempre state violente, forse con la sola eccezione della sinistra storica che prende il potere nel 1876. Altrimenti i cambiamenti sono sempre stati traumatici. L’alternanza al governo è sempre un elemento positivo per definire la qualità di una democrazia. Il punto è che siamo passati da un bipolarismo bloccato ad un bipolarismo malato. Ecco allora qual è il problema da affrontare: guarire, sanare la conquista del bipolarismo che resta una fatto positivo. Ora non so in che misura, sanarlo significhi esclusivamente sconfiggere Berlusconi. Credo sia altrettanto importante arrivare ad un quadro politico diverso, con una nuova destra per esempio.

E’ piuttosto condivisa la percezione che un certo sistema di rapporti non visibili vada oltre Berlusconi e il suo sistema…

Bisogna essere chiari. L’ipotetica fine politica di Berlusconi non è la fine del berlusconismo. Il berlusconismo è una malattia che ha pervaso l’Italia, che ha conquistato e penetrato l’Italia. A destra certamente, ma con qualche elemento anche a sinistra: l’idea della scorciatoia carismatica ad esempio. Stabilito che non ci sarà un rapporto automatico tra la fine politica di Berlusconi e il berlusconismo, il dato su cui riflettere è la ragione per cui si sta prolungando questo stallo berlusconiano che sta assumendo le forme di una agonia.

Secondo lei per quale ragione?

Secondo me si sta prolungando perché un Berlusconi debole fa comodo a tanti. Incuteva timore, rispetto e fastidio un Berlusconi forte, imprenditore monopolista in un settore fondamentale come quello della comunicazione e non dimentichiamolo, della raccolta pubblicitaria in cui, in disprezzo di ogni forma di libero mercato, esercita un ruolo monopolista. Quel Berlusconi lì suscita sicuramente fastidio. Il Berlusconi tramontante – non sappiamo quanto a lungo ma tramontante – è un Berlusconi che dà la sensazione di trovarsi in balia di altre forze. In effetti non si capisce nelle vicende giudiziarie che stanno emergendo quanto Berlusconi sia la guida e quanto invece sia guidato dalle varie cricche, costretto di continuo a scendere a patti con esse. Ma questa è la conseguenza di un berlusconismo ferito e privo di leadership, che scopre dietro di sé qualcosa o che non si aspettava, o di cui conosceva l’esistenza ma che riusciva a tenere a bada.

A leggere le intercettazioni che riguardano la Rai, almeno nel 2005, Berlusconi sembra saldamente alla guida…

A me hanno colpito e impressionato i meccanismi di funzionamento della strutta Delta, per usare la formula felice di Repubblica, che sta realizzando un opera straordinaria di informazione, anche servendosi dei nuovi mezzi di comunicazione, per rendere visibile ciò che si voleva restasse nascosto. Quelle intercettazioni sono atti pubblici. Fa impressione ascoltarle. Vedere come nel 2005 in fin dei conti la realtà superasse non solo la fantasia ma perfino le accuse le più gravi che potesse muovere l’opposizione. Fa amarezza vedere delle professionalità ferite in quel modo e fa amarezza vedere il conflitto d’interesse agire nella forma più diretta e anche più volgare. 
Stiamo parlando della Rai, di un servizio pubblico, che una fazione di Berlusconi si adoperava per occupare, controllare, al fine di non garantire la concorrenza, per non dare notizie che potessero disturbare il capo, che al tempo stesso era ed è proprietario delle tre più importanti reti private del sistema televisivo. Quello che viene fuori è un problema serio. E un quadro avvilente.

I media, l’informazione, sono in vario modo al centro della scena. Ormai parti contrapposte di un conflitto a cui partecipano talvolta in forme decisamente torbide, le varie macchine del fango…

Uno dei guasti del berlusconismo è il fatto che relativizza tutti gli altri comportamenti. Ormai ci siamo disabituati a faticare per fare buon giornalismo e buona editoria al di fuori di questo scontro quotidiano, di questo scontro militante. Il berlusconismo e l’anti berlusconismo sono due modi semplificati che non esauriscono la realtà e la possibilità di fare buon giornalismo e buona editoria. Anche se mi rendo conto che sono il campo su cui la sfida prevalentemente si svolge. Poi va aggiunta la variante terzista e così il quadro risulta completamente bloccato da una serie di militanze. Il problema è se questo aiuta a fare buona editoria e buon giornalismo. Io penso di no: perché semplifica i racconti, le narrazioni, oltre a porre in evidenza un problema di prevedibilità di conseguenza: tante volte capita di prendere un giornale e di sapere già quello che c’è scritto e com’è scritto. Quella che stiamo attraversando è una lunga stagione di cui io credo che il principale responsabile sia proprio il meccanismo attivato da Berlusconi, vale a dire quello di un referendum permanente sulla sua persona. Così ha sempre impostato le proprie campagne elettorali e il dibattito politico in Italia: intorno alla sua persona, ai suoi problemi giudiziari. Detto questo ho fiducia che la sconfitta di Berlusconi possa significare anche un maggiore impegno a fare del giornalismo e dell’editoria di qualità più di quanto non si è fatto finora.

Molti osservatori hanno recentemente proposto il paradosso di una contrapposizione politico mediatica, ma anche finanziaria e sindacale, che si acutizza mentre la società si ritira nell’antipolitica, dietro una qualche forma di purezza e dello slogan: tanto sono tutti uguali…

Il rischio c’è. Anzi, ho pensato a lungo che questo fosse il pericolo maggiore: il chiudersi della società in un indifferentismo, in una rinuncia, nell’idea del tutti uguali, berlusconiani e anti berlusconiani, destra e sinistra, mentre il corpo vivo del paese e della società andava da un’altra parte, indifferente, livida, in linea tra l’altro con sentimenti e atteggiamenti tipici associati al rapporto tra l’italiano e le istituzioni, tra l’italiano e la politica. Un modello interpretativo secondo il quale il rischio del distacco è sempre possibile e senza nemmeno la necessità di un grande sforzo. Ma è innegabile che siano avvenuti fatti che vanno in una direzione opposta: ciò che è accaduto in questi ultimi mesi, tra elezioni amministrative e referendum mi induce a pensare che il pessimismo, compreso il mio, fosse eccessivo. C’è invece, ed è piuttosto evidente, un fenomeno di risveglio civile: vero, importante, e che va al di là della questione di chi ha vinto e chi ha perso. Due fatti soprattutto sono da considerare importanti. Il primo concerne la partecipazione che si è registrata nelle tornate amministrative e in occasione della consultazione referendaria; partecipazione che è sempre sintomo quanto meno di un’assenza di sfiducia o di una ricerca di fiducia. I grandi sconfitti di queste tornate elettorali, quelli che avevano esplicitamente puntato sulla carta dell’antipolitica, Grillo, la Lega sono stati sconfitti. E ciò è avvenuto contro la diffusa percezione che si aveva alla vigilia di queste scadenze secondo cui le elezioni e i referendum avrebbero rappresentato un trionfo della Lega a destra e del grillismo a sinistra. Non è andata così. E la reazione scomposta che Grillo ha avuto all’elezione di Pisapia, sembra significativa. Così come il fatto che il suo elettorato non ha seguito l’indicazione qualunquista del sono tutti uguali, tutti rubano alla stessa maniera. L’opzione del sono tutti uguali è stata sconfitta. Duramente sconfitta. Ed è un aspetto molto importante, nuovo, sul quale bisogna riflettere a prescindere da chi ha vinto: leader, società civile, candidati o partiti. 
E anche a prescindere dalle interpretazioni più o meno propagandistiche che si possono trarre. Quel che appare evidente è che c’è stata una richiesta di partecipazione che voleva distinguere e comprendere. Il discorso del tutti uguali, che tutti rubano alla stessa maniera non è passato. Ricordiamoci che un discorso di questo tipo è sempre un modo di difendere chi ruba, perché se tutti rubano nessuno ruba.

Ricorda vagamente un famoso discorso parlamentare…

Si tratta di un modo di pensare che favorisce i ladri, indirettamente o direttamente, un discorso organizzato in alcuni casi da chi, in buona fede, non appare in grado di comprendere l’effetto che produce, cioè di favorire i ladri. Dentro questo discorso, della casta, del tutti rubano, c’è anche però chi intenzionalmente, scientemente, sa che in questo modo difende il ladrocinio. E questo spiega la trasversalità del discorso, spiega il fatto che vi sia un anticasta di sinistra e una di destra che si stanno dando la mano, e che in buona o cattiva fede puntano comunque su un idea di dequalificazione della politica, che poi è l’opzione sulla quale Berlusconi ha scommesso e vinto nel 94 con la sua discesa in campo. E Berlusconi uscirà di scena rendendo parossistica questa dequalificazione della politica. Tutto ciò che è volto a squalificare la politica, a dequalificarla, fa in buona o cattiva fede il gioco di questa destra e chi non lo capisce se è in buona fede, deve sforzarsi di capirlo.

Questo dunque è il primo punto: c’è una partecipazione che testimonia un risveglio civile e sul quale bisognerà lavorare.

La seconda questione invece riguarda la richiesta di rappresentanza politica, risultata evidente in una serie di mobilitazioni: dal movimento referendario, al movimento delle donne Se non ora quando, dal movimento universitario a quello dei precari. Partecipazione e richiesta di rappresentanza mi sembrano essere le due grandi speranze sulle quali lavorando bene e senza dare per scontato che la partita sia già vinta si possa scommettere per risvegliare il nostro paese. Il timore che la società se ne vada altrove è per il momento scongiurato. Ma siamo all’ultima chiamata, e spero che chi fa politica e ha responsabilità politiche, ne sia consapevole.

Politica e società civile, un rapporto sempre problematico…

Ma l’uscita dalla crisi su questo si fonda: su un’alleanza e su un ascolto tra la società civile che si organizza nelle forme che sceglie e dei partiti, rinnovati, consapevoli dei loro limiti, che ascoltano e che siano rispettosi dell’autonomia delle varie espressioni della società civile. Perché questa alleanza potrà funzionare al meglio solo se sarà rispettosa della reciproca autonomia e della diversità degli ambiti. Ciò che unisce la società civile, i membri di associazioni, di gruppi, e chi sceglie l’attività in un partito, è la scelta volontaria, che in una società come questa dove tutto è commerciato e commercializzato è un bene prezioso, un bene comune prezioso. Se queste due gambe camminano insieme l’Italia può rimettersi in moto. Del resto è sempre stato così. Il Paese ha avuto momenti di sviluppo e di forza quando c’è stata un’armonia e non una contrapposizione tra società civile e rappresentanza politica che si esprime nei partiti. Questa è la sfida politica che va colta. Ogni generazione ha le sue sfide, i suoi avversari. E gli avversari di oggi non sono solo Berlusconi e il berlusconismo. C’ è in più un’area e una cultura che mescola furbizia e qualunquismo, che si esprime a sinistra come a destra, nella retorica dell’anticasta e che tende a svalutare la politica nel suo insieme. E si tratta di un avversario più subdolo rispetto a ciò che appare in tutta evidenza.

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