Intervista su «Il Ponte»: Il memoriale Moro e l’anatomia del potere italiano di Gianfranco Ferrero

D: Perché uno storico del Seicento inizia a studiare il caso Moro?

R: Non ho una memoria diretta di quell’evento perché all’epoca dei fatti avevo solo sette anni. A un certo punto del mio percorso di studioso di storia mi è sembrato interessante annullare la distanza temporale che aveva caratterizzato i miei lavori precedenti e lavorare su una realtà documentaria ancora precaria e in formazione. Del resto, la storia è una sola e le distinzioni tra periodi hanno una loro ragion di essere solo sul piano accademico, ma non su quello scientifico. Oggi la mia scelta è considerata anomala in quanto è cresciuta a dismisura la specializzazione, ma fino agli anni Settanta era normale che uno studioso di storia moderna si cimentasse anche con argomenti più recenti. Da questo punto di vista, il mio è dunque un ritorno al passato. Ho lavorato su questi documenti sia adottando il metodo critico-filologico tradizionale, sia quello del “paradigma indiziario” proposto da Carlo Ginzburg, il quale è stato lo storico che più di ogni altro negli ultimi decenni ha esplorato i confini della nostra disciplina, nella convinzione che fosse necessario contaminarla con altri saperi per affrontare la crisi che caratterizzava il cuore del suo statuto. Ho trattato le fonti come se fossero dei manoscritti del Seicento, praticando la massima partecipazione intellettuale e distanza emotiva di cui potevo essere capace. Questa è stata la prima scelta.

(«Il Ponte», gennaio 2012)

D: Una seconda mi sembra che sia stata quella di provare a ristabilire un nesso smarrito tra “politica” e “storia” , come scrivi, per «inverare la dimensione etico-civile della ricerca e percorrere sino in fondo l’abisso morale di questo millenario mestiere». Fino a che punto si è prestato allo scopo il caso Moro?

R: La dimensione civile del mestiere si invera nel momento in cui lo studioso riesce a mantenere un equilibrio tra la ricerca come metodo e la sua funzione culturale. Mi rendevo conto che il nesso fra questi elementi si faceva in questo caso particolarmente forte e ciò ha rappresentato un’ulteriore ragione di responsabilizzazione.

D: Nel tuo libro insisti molto sull’artificialità e sulle ambiguità dei meccanismi di monumentalizzazione della memoria delle vittime in Italia. Possiamo approfondire questo aspetto?

R: In questa riflessione sono stato aiutato dal libro bello e pionieristico che Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha dedicato alla morte del padre, Delitto imperfetto. Purtroppo nel nostro Paese esiste un nesso, troppo spesso proposto come ricatto, tra la monumentalizzazione della vittima e la rimozione della verità storica: se vuoi ricordare, non devi studiare, se vuoi celebrare, non devi sapere. Non c’è quindi un rapporto fecondo e proporzionale tra l’omaggio dovuto a un personaggio esemplare e la crescita della coscienza civica del Paese: anzi, tanto più si celebra l’eroe, tanto più occorre che le ragioni della sua morte restino sconosciute e tutto viene avvolto dal mistero e dalla dietrologia. Quell’uomo si trasforma così in un simulacro, in un catafalco, di fronte al quale viene chiesto di inginocchiarsi senza comprendere. Nel mio saggio ho cercato di sfuggire a questa trappola con uno sforzo critico il più possibile libero e appassionato.

D: Diversi sono i livelli di scrittura di Moro, nelle lettere e nel Memoriale: a uno statuto politico si accompagna un altro che sembra rientrare nella memorialistica martirologica. Quali sono quelli che hai ritenuto più importanti approfondire?

R: Sono due. Il primo è il filone più intimista del Moro che si rivolge ai suoi figli, alla moglie e che, pur consapevole di essere condannato, vuole testimoniare il suo disperato amore per la vita. Il prigioniero non si rassegna al fatto di dover morire per mano di uomini e a causa di ragioni tanto mediocri e in un momento in cui la sua famiglia ha ancora bisogno di lui. I brigatisti avevano l’età dei figli di Moro, il quale conosceva gli ambienti giovanili da cui emergevano poiché era abituato a frequentare settimanalmente l’università, a incontrare gli studenti da oltre trent’anni, prima a Bari e poi a Roma, e lo stesso giorno in cui è stato rapito si stava recando a La Sapienza per discutere una tesi di laurea: questa non è agiografia, è storia. Oggi la dimensione politica è molto più ritirata, direi arroccata. Questo registro intimista è il più toccante e drammatico. Il secondo filone è quello in cui Moro difende le ragioni della ragion di Stato. Il fascino di questa dottrina è che il buon politico, nel momento in cui la applica, deve sempre negare di farlo, innescando una serie di procedimenti retorici funzionali a oscurarla. Si percepisce uno scarto evidente tra le prime due lettere di Moro del 29 marzo 1978, una a Cossiga e l’altra al suo collaboratore Nicola Rana, in cui, supponendo che esse siano segrete, rivendica la ragion di Stato definendola come tale, e, invece, tutta una serie di missive, inviate quando ha ormai capito che sono  destinate ad avere una dimensione pubblica e quindi a essere strumentalizzate dalle Brigate rosse, nelle quali il prigioniero critica ferocemente la ragion di Stato, ritornando a essere un politico  tradizionale. Tra questi tre Moro, quello intimista, quello che difende la dimensione segreta e necessitante della ragion di stato e quello che l’attacca pubblicamente, ho trovato più interessanti e meno scontati i primi due.

D: Anche se il ruolo di maggior interprete della ragion di Stato sembra toccare forse, tanto nei 55 giorni quanto dopo, a Giulio Andreotti.

R: Non ad Andreotti, ma, come è normale che sia, a colui il quale riveste il ruolo di presidente del Consiglio ed è in quanto tale il detentore del potere esecutivo nei giorni del rapimento, nell’ottobre 1978, e poi anche nell’ottobre 1990. Torniamo al problema del rapporto tra individuo e istituzioni: non sono sicuro che vi sia un meccanismo di causa-effetto, ossia che quanti rivestono un ruolo istituzionale siano liberi di realizzare tutto ciò che desiderano o progettano di fare. Le responsabilità, le situazioni, i rapporti di forza, a livello nazionale e internazionale, hanno una funzione obbligante che, il più delle volte, trascendono la singola personalità e aiutano a evitare sterili demonizzazioni: la storia è sempre scienza del contesto e degli uomini al plurale.

D: Uno dei tratti caratterizzanti il politico Andreotti è quello di funzionare come una sorta di barometro del potere, capace di svolgere un ruolo di argine estremo dell’ordine costituito. Intravediamo questo tratto anche nella sua contestazione, ossessivamente ripetuta per dodici anni, dell’inautenticità del Memoriale, come anche nella decisione, che spiazzerà le cancellerie occidentali, di rivelare, proprio nei giorni in cui ricompariva il testo manoscritto di Moro, il segreto più a lungo temuto: Gladio.

R: C’è stato un momento nel libro in cui, dopo avere studiato i comportamenti assunti da Andreotti nelle vesti istituzionali di presidente del Consiglio ho avvertito l’esigenza di formulare un giudizio più complessivo sulla sua personalità. Ritengo che sia sbagliato ridurre il ruolo e la figura di Andreotti alla questione dei suoi presunti rapporti con la mafia, che il generale Dalla Chiesa riteneva sicuri per il periodo in cui l’autorità giudiziaria si sarebbe in seguito limitata a prescriverli: il mio è un tentativo di sottrarlo a un tipo di lettura chiusa solo dentro il recinto giudiziario. Ho l’impressione che egli abbia tratto la sua forza, la sua intelligenza politica, indubbia, dalla capacità di porsi ai bordi di una cerniera, quella tra antifascismo e anticomunismo, senza aderire mai fino in fondo né all’uno né all’altro. Andreotti ha svolto così una funzione di spia, di segnale di pericolo in grado di denunciare l’oltrepassamento del limite sopportabile, in ambito interno e internazionale, dal «sistema Italia» e dall’organizzazione del suo potere, in cui purtroppo anche la criminalità organizzata occupa uno spazio importante. Non bisogna però mai dimenticare che lo Stato repubblicano ha resistito ed è riuscito a prevalere, nonostante l’esistenza di fenomeni tragici che hanno certamente condizionato lo sviluppo della qualità della nostra democrazia come lo stragismo neofascista e il terrorismo rosso. Tuttavia, gli elementi di tenuta del sistema hanno prevalso su quelli di disgregazione che erano tanti e profondi, e oggi si tendono a dimenticare.

D: La centralità di Andreotti in quelle vicende, come nell’immaginario collettivo della tua generazione, ha ispirato del resto il ritratto di Paolo Sorrentino nel Divo…

R: Ho amato molto il film di Sorrentino e credo che mi abbia inconsapevolmente influenzato. In fin dei conti riconosco che le ultime righe del libro, quelle in cui evoco l’immagine di un fantasma di Moro che interroga tuttora la coscienza italiana, potrebbero essersi sedimentate proprio a partire dalla visione di quell’opera.

D: Torniamo al Memoriale, e a quei suoi aspetti che tu chiami “analitico-profetici”. «Meglio di chiunque altro Moro avrebbe colto la portata della necrosi esistente tra sovversione armata e consociativismo, un processo progressivo e convergente che ha prodotto un vero e proprio blocco di sistema». Blocco che avrebbe prodotto le due grandi traiettorie che hanno attraversato gli anni ’90: quella «tecnocratico-accademica» che da Andreatta è giunta fino a Prodi e quella «populistico-plebiscitaria» di Berlusconi. Allo stesso tempo, tu fai una persuasiva genealogia della cosiddetta “antipolitica”. Un po’ troppo forse perché le istituzioni repubblicane riescano ancora a tenere insieme la “consistenza democratica” del Paese.

R. È la realtà a tenerle insieme ed è la complessità della vicenda italiana che trasforma gli anni ’70 in uno straordinario laboratorio analitico. La sensazione di fondo è che esista una relazione nascosta tra la tendenza delle forze politiche a incontrarsi all’interno del sistema in un quadro di equilibri accentratori, con le strategie del «compromesso storico» o della «solidarietà nazionale» e, progressivamente e parallelamente a questo movimento tendenziale, lo sviluppo di strategie sovversive disgregatrici che lo contrastavano in modo sempre più radicale. Da destra abbiamo la strategia della tensione, con le bombe sui treni e nelle piazze, tra il ’69 e il ’74, e, da sinistra, la lotta armata di Prima Linea, delle Br e di una serie di sigle che hanno formato il cosiddetto “Partito armato”, per usare un’espressione cara a Moro quando era un uomo libero. Il punto sul quale è ancora necessario indagare riguarda l’autonomia delle classi dirigenti italiane, oltre gli stereotipi fuorvianti dell’eterodirezione o della loro completa indipendenza. Bisogna, inoltre, chiedersi in quale misura tali processi politici così faticosi e complessi siano stati condizionati da un sistema di relazioni internazionali imperniato sulla logica dei blocchi della guerra fredda e dal ruolo geopolitico di cerniera rivestito dall’Italia nei confronti del Medio Oriente. Sono tre questioni importanti poiché richiamano il nesso esistente tra il sistema internazionale, la dimensione nazionale e la funzione svolta dalle classi dirigenti italiane.

D: Moro però, fino a un certo punto interprete vero di questo processo di accentramento democratico del sistema, sembra perdere d’un tratto la virtù machiavelliana della prudenza.

R: Ho questa sensazione. Per un insieme di ragioni in cui la sopravvalutazione delle proprie possibilità può avere coinciso con l’orgogliosa rivendicazione dell’autonomia dell’Italia e con la difesa della sicurezza dello Stato, ho l’impressione che Moro abbia fatto il passo più lungo della gamba e, all’improvviso, si sia trovato da solo, sul fronte più esposto della crisi. Forse ne è stato consapevole, ma è andato avanti lo stesso, verso il baratro che lo attendeva. Ciò è avvenuto proprio in quel passaggio tra il novembre del ’77 e il marzo del ’78, quando viene rapito. Sono una manciata di mesi, uno di quei momenti in cui la storia accelera, e, di fronte agli svariati inviti che gli arrivano a un maggiore contenimento della propria azione, egli rivendica quella qualità che forse era anche il suo principale difetto: l’ostinazione. E un’ostinazione accompagnata da una grande considerazione di sé, peraltro del tutto giustificata, forma una miscela che può produrre atti di imprudenza. L’imprudenza è il vizio della politica. Ho poi il convincimento che nello stesso contesto, una serie di dirigenti – Andreotti, Berlinguer, Craxi, La Malfa – i quali ben comprendevano la complessità dell’orizzonte che si avvicinava con le sue nubi nere, hanno avuto un maggiore realismo e anche una minore generosità. E sono corsi al riparo, quando ormai Moro era già troppo avanti. Da solo, abbandonato al suo destino.

D: Abbiamo visto come la tua ricerca tenti di sottrarre alla monumentalizzazione o alla demonizzazione alcune figure, come Dalla Chiesa e Andreotti, ricostruendone l’effettivo ruolo storico. Di altre figure, come ad esempio quella di Mario Moretti, offri una lettura più “tecnica”, mentre nel contesto del rapimento assumono maggiore peso altre personalità, come quella di Giovanni Senzani. La storia che tu racconti inizia con la morte di Moro, ma i 55 giorni non le sono naturalmente estranei: non ti sembra di aver apportato degli elementi di innovazione anche rispetto alla lettura di quella vicenda?

R: Non saprei dire. Certo, la ricerca e la gestione delle carte di Moro rivela una straordinaria capacità di indagine dell’antiterrorismo e dei servizi segreti italiani che è difficile nasca all’improvviso e non poggi piuttosto su una precedente esperienza di conoscenza e di raccolta di informazioni, che i tragici esiti del sequestro Moro hanno indotto a nascondere sotto i velami retorici e in fondo auto-assolutori dell’italica inefficienza. Il mio studio, è vero, inizia nell’estate 1978 e paradossalmente le Brigate Rosse non sono le protagoniste. Ma questa non è stata una scelta: me ne sono accorto mentre scrivevo il libro.

D: Pensavi diversamente all’inizio?

R: Sì. D’altra parte non penso di avere ridimensionato la figura di Moretti, che mi sembra abbia comunque avuto un ruolo rilevante, quello di responsabile organizzativo della logistica del sequestro Moro. Accanto a questa figura ho ipotizzato – e sono consapevole di non avere prove certe – un maggiore coinvolgimento di brigatisti come Fenzi e Senzani, i quali erano dei militanti irregolari delle Brigate Rosse già da prima del sequestro Moro. Sono come dei tasselli che vanno a comporre un quadro complessivo certo più articolato di quello che si pensava. Cossiga negli anni Novanta ha fornito un ritratto di chi, secondo lui, avrebbe interrogato il prigioniero, un profilo che corrisponde alla figura di Senzani, o, al massimo, come scrivo, a quello di quattro-cinque persone allora attive in Italia sul fronte dell’eversione, non di più.

D: La storia del rapimento è anche quella, per te, di una “eterogenesi dei fini”. Una cosa sarebbe stato il progetto e la realizzazione del rapimento, altro l’esecuzione di Moro e ciò che si sarebbe imbastito successivamente.

R: Occorre distinguere tra il momento del sequestro e il momento dell’uccisione di Moro: se le Brigate Rosse avessero voluto uccidere l’uomo politico, lo avrebbero fatto in occasione della strage di via Fani. Allora questa operazione avrebbe assunto i caratteri di un regicidio tradizionale, come, ad esempio, nel caso della morte di Kennedy. Ma non è stato così. Le Brigate Rosse hanno voluto rapire Moro annientando la sua scorta per radicalizzare il conflitto con i partiti e le istituzioni e usare il sequestro per distruggere la moralità politica e personale del prigioniero e del suo progetto politico. Senonché in questo spazio di ricatto hanno svolto la loro partita anche una serie di soggetti nazionali ed esteri che probabilmente non erano previsti dalle stesse Br e che si sono mostrati più efficaci di loro nel gestire la crisi e il suo esito. Si tratta di comprendere in che modo questa miscela conflittuale e dalle componenti autonome ha interagito e in quale misura ha condizionato, da un lato, la decisione di uccidere Moro e, dall’altro, è riuscita a impedire con successo – e qui si entra nel cuore del mio lavoro – che i suoi scritti della prigionia fossero divulgati.

D: Intorno al rapimento si cominciano dunque a delineare le impronte di un potere che interverrà attivamente nella gestione del Memoriale. A partire dal titolo, ma anche dalla figura di copertina, il “Ritratto d’uomo” di Antonello da Messina, così come attraverso la descrizione della tomba di Moro affacciata sulla valle del Tevere, diversi elementi segnalano che la tua autopsia del Memoriale, o di quello che ci rimane, sia fatta da un occhio che indaga la costituzione dei poteri nella storia italiana con un respiro di lungo periodo.

R: Uno storico contemporaneo ha sottolineato che nel mio libro si percepisce una concezione moderna del potere, un dato derivato dalla mia formazione storiografica che ha condizionato e forse limitato la mia riflessione. Una riflessione che tende a lavorare sull’intreccio tra accelerazione e lunga durata, l’istante che risolve e il momento in cui si distende l’azione degli uomini e che considera Fernand Braudel il più grande storico del Novecento.

D: In questo orizzonte tu inserisci il ruolo della violenza, il suo “scatto”. Si tratta di una “violenza dall’alto”, laddove insorgono conflitti nell’ambito dei ceti dirigenti del Paese.

R: Uno dei fattori di accelerazione è certamente la violenza politica nelle sue forme più crude, brutali, ma efficaci, in grado di modificare il corso della storia. Per questo mi interessa studiarla. È il rapporto costante che  esiste tra l’equilibrio e la sua rottura, senza una direzione necessaria, teleologicamente definita. Questo tipo di meccanismo al plurale non funziona secondo una visione progressista e finalizzata: implica il riconoscimento che il movimento umano è simile al rapporto che c’è tra l’impercettibile slittamento delle placche e la furia di un terremoto, tra i tempi lunghi di un vulcano dormiente, che pure continua a vivere in silenzio per secoli, e la sua improvvisa esplosione. Accanto a questo tema ce n’è un altro che mi è caro e al quale abbiamo già accennato: quello della ragion di Stato. Credo che uno studioso di storia non possa esimersi dal confronto con questo Dio ascoso e terribile. Infine, vi è il confronto tra le ragioni dello Stato e la libertà di una persona e di un autore tanto più interessante da indagare quanto più si trova in una situazione di coercizione come quella subita da Moro. Perché allora i fenomeni ribollono e diventano più evidenti.

D: Sia la politica che il potere devono confrontarsi, come spieghi, con la “gestione del segreto”: fino al punto, sembrerebbe, da coincidere tra loro.

R: La politica ha un aspetto pubblico legato alla formazione del consenso. Un elemento decisivo, il più prezioso in una democrazia. C’è poi un’azione politica riservata che costituisce un secondo livello, non funzionale alla formazione della propaganda, ma a determinare i rapporti di forza, e, infine, esiste una terza sfera, segreta e limitata a pochi. Credo che attraverso un’analisi spassionata del primo livello si possa attingere al secondo grazie al metodo storico-filologico adottato nel mio libro. Penso però che sia molto difficile per lo storico attingere al terzo livello, quello segreto. E la questione non riguarda il tempo trascorso dagli eventi,  ma il comportamento degli uomini. Infatti, una delle caratteristiche più specifiche della segretezza è proprio l’evanescenza documentaria: le cose decisive non le scriviamo mai e sono affidate all’oralità. Allora entra in gioco il paradigma indiziario di Ginzburg che consente di provare ad aggirare il problema. Le parti indiziarie del mio lavoro, quelle relative all’esistenza di un ur-memoriale ancora oggi segreto e attestato dalle dichiarazioni pubbliche di alcuni testimoni, non so se siano provate sul piano della verità storica, ma sono tra le più feconde e interessanti della ricerca, tanto che hanno sorpreso anche me, mentre le mettevo a fuoco e le scrivevo. La gestione del memoriale è una storia drammatica, ma l’essenziale è forse perduto per sempre e si fonda su un’assenza rivelatrice che consente di fare centro fuori dal centro. Ciò che è rimasto non è determinante, proprio perché è lì, a disposizione e quindi tollerabile se non già nell’ottobre 1978, almeno a partire dall’ottobre 1990, in un contesto politico completamente modificato sul piano interno e internazionale.

D: Un aspetto che hai voluto rimarcare è proprio quello dell’autonomia del potere dalla politica, che costituirebbe solo una parte di esso,  quella più debole. Questo ragionamento è valido anche in un regime democratico come il nostro?

R: Una caratteristica di lungo periodo del potere italiano è costituito dalla debolezza della politica che proprio per questa ragione diventa invasiva e tende a occupare territori che non riesce a conquistare. Abbiamo una serie di gruppi, fazioni, centri di interesse che si pongono l’obiettivo di tenere la politica sotto scacco, in una condizione di minorità e di perenne svalutazione, per rivendicare un proprio ambito di ingerenza e di controllo sempre maggiori. Ciò vale per i militari, i servizi segreti, la magistratura, il giornalismo, il mondo universitario, i grandi o piccoli gruppi economici e finanziari, la massoneria e quant’altro. Ogni consorteria, a sua volta, si divide all’interno in base a criteri di fedeltà familiare o personale e non di lealtà istituzionale al corpo di appartenenza ed è in grado di stringere vischiose alleanze trasversali con altre fazioni per conservare e rafforzare il proprio potere. In fondo, la P2 è stato soprattutto questo, una grande centrale anti-statuale capace di mettere in rete e di organizzare orizzontalmente i vari ambiti del potere italiano per garantire carriere e protezioni speciali. L’imprevedibile trasversalità delle alleanze e gli improvvisi tradimenti in base ai quali si costruiscono nuovi assetti ed equilibri rendono il potere italiano un oggetto di studio affascinante, più che la politica in sé, che di questo grande movimento è solo una parte, la frontiera più esposta e in fondo fragile. Le retoriche della casta e dell’antipolitica, che hanno un’origine e una storia plurisecolare, sono la spia di questa speciale conformazione del potere nazionale.

D: Mi sembra che questa sia la necessaria complicazione interna al discorso che Debord, nel 1988, fa nei Commentari alla società dello spettacolo, dove la P2 diventa il principale perno intorno al quale finiscono per ruotare quei poteri non pubblici che però controllano effettivamente il Paese.

R: La P2 era una struttura riservata, non segreta, perché in molti sapevano che esisteva. La forza di Gelli è derivata proprio dalla sua capacità di creare alleanze tra pezzi di corpi dello Stato, indebolendo la struttura complessiva delle istituzioni. Non gli importava alleare i carabinieri contro i magistrati, ma una serie di magistrati con una serie di giornalisti, con una serie di carabinieri, costruendo trasversalmente una massa critica che gli ha consentito di influenzare indirettamente, ma in modo pressante, il sistema di potere italiano, non solo la politica. Ecco che torna la distinzione tra politica e potere. Gelli aveva interesse a questa distinzione, e la rivendicava: per me destra e sinistra pari sono, ha sempre sostenuto.  Il problema per lui è stato quello di svalutare la politica, di minarne la credibilità democratica nel suo insieme. Non di schierarsi con una politica contro l’altra, di prendere partito, ma di ridurre il suo spazio per dare forza a quella parte di poteri trasversali che intanto aveva abilmente intrecciato fra loro. Tenere la politica soffocata, schiacciata, corrotta, in una perenne crisi di credibilità. Da questo punto di vista, l’adesione di Berlusconi alla P2 non è stato un accidente, perché denota il tipo di rapporto strutturale tra potere e politica da lui interpretato:  un mero strumento per difendere meglio i propri interessi imprenditoriali, facendoli coincidere con quelli di una parte considerevole del Paese.

D: Nel tuo libro sostieni che la vicenda Moro ha rappresentato nella storia italiana uno stato di eccezione non dichiarato, un dato destinato a condizionare quella vicenda, ma forse non solo quella. In che modo?

R: Una delle ragioni contingenti che mi ha spinto a studiare il caso Moro è proprio questa: studiare lo stato d’eccezione non dentro un regime totalitario, ma dentro un sistema democratico. In ciò sono certamente stato condizionato dagli eventi dell’11 settembre 2001. Avevo trent’anni e mi interessava vedere come una grande democrazia, sotto attacco terroristico, funzionasse senza dichiarare formalmente lo stato d’eccezione, ma comportandosi come se ciò fosse di fatto avvenuto e lottasse con tutte le sue forze per rimanere se stessa. Ecco, credo che durante quei 55 giorni del sequestro Moro questo meccanismo sia scattato anche in Italia e ci sono degli aspetti e delle dinamiche che penso di aver compreso attraverso il mio studio. Ad esempio, si restringono i ruoli decisionali: il Parlamento viene marginalizzato (in tutti i 55 giorni vi fu un solo rapido dibattito sulla questione) e negli atti ufficiali della Presidenza del Consiglio non si parla mai della vicenda Moro. La sensazione è che prevalgano all’improvviso l’opacità e l’informalità dei comportamenti e delle decisioni, mentre i partiti sono ridotti a svolgere una mera funzione di propaganda. Solo qualcuno, al loro interno, sa per davvero ciò che sta avvenendo, ma non più di una decina di persone. Nel momento della crisi sono quei pochi a comandare per davvero e a sopportare il peso della responsabilità esecutiva.

D: Ma in questo contesto chi può dirsi sovrano allora? Chi è stato sovrano nei 55 giorni e dopo?

R: Non ho dubbi che nell’Italia del sequestro Moro c’era, con Giovanni Leone, una Presidenza della Repubblica troppo debole perché sottoposta in quei mesi a un durissimo attacco personale da parte della stampa e di alcuni partiti. Forse con una presidenza più autorevole, la vicenda avrebbe potuto avere un esito diverso. Il sovrano è stato chi deteneva in quei frangenti il potere esecutivo, ovvero il presidente del Consiglio Andreotti, il quale ha rivestito questo ruolo sia durante il sequestro, sia in occasione dei due ritrovamenti delle carte di Moro, nell’ottobre 1978 e nell’ottobre 1990. In questo l’Italia è un Paese normale come gli altri… ma con una maggiore stabilità del personale politico.

D: E come si spiega che questo Paese normale, te lo chiedo anche in quanto docente universitario, rimanga così restio al ricambio generazionale del ceto politico?

R: La questione del ricambio generazionale non riguarda solo la politica, ma i principali ambiti lavorativi del Paese che è chiuso in secche di resistenza corporativa e familiare. Io credo nella professionalità della politica. È uno studio, una pratica, che richiede preparazione e non si improvvisa. In una fase politica come l’attuale penso che sarebbe importante evitare di compiacersi di questa generalizzata crisi etico-civile, particolarmente acuta certo, ma che non costituisce una particolare originalità nella lunga storia italiana. Altrimenti il rischio è quello di scavarsi l’ennesima nicchia di pseudo-resistenza per cercare ulteriori alibi e per continuare a fuggire dalle responsabilità rinunciando a giocare fino in fondo la propria partita.

D: Con gli alibi della faciloneria e dell’italico pressappochismo si è avuto buon gioco, del resto, a nascondere le verità del Memoriale dietro un pannello di gesso, dando prova di «una ben più acuta e concreta efficienza». Altri alibi sono quelli che tu rinvieni tra i «lettori precoci» del Memoriale. Quanto meno tra quelli che sono sopravvissuti e si sono rifatti una vita. «Dal “feticismo delle merci” all’“idolatria del capitale”», come scrivi, il cammino non è stato semplice per nessuno di quanti hanno attraversato quegli anni. Tu dai un giudizio durissimo sul «cinismo virtuoso dei sopravviventi», sul loro «gusto esibito per il disincanto» e sulla loro «passione goduriosa per un tatticismo senza progetto». Da una riscrittura complessiva del significato stesso di “area di contiguità”, esce il ritratto amarissimo di tutta una generazione.

R: Tendenzialmente diffido dal parlare in termini generazionali in quanto le generazioni sono un magma difficilmente comprensibile nel suo insieme. C’è una sorta di “ricatto” generazionale che impedisce di utilizzare questa categoria in ambito storico. Ho provato a sfuggirvi dedicando pennellate specifiche ad alcuni personaggi, presupponendo che fossero rappresentativi di una parte significativa della classe dirigente italiana o di quanti hanno attraversato gli anni ’70. Nel suo libro, forse il migliore scritto da un brigatista sulla propria esperienza, Enrico Fenzi riflette sul rapporto intercorrente tra gli «invisibili» e i «visibili», tra quanti scelsero la lotta armata nella clandestinità, che sono stati demonizzati, e quanti invece la fiancheggiarono dentro la cornice di un progetto rivoluzionario comunque violento, che invece sono stati blanditi. Ad esempio, il ritratto che faccio della compagna di Fenzi in quegli anni racconta questo segmento generazionale, in cui poi sono prevalse le ragioni della rimozione, della furbizia e dell’ipocrisia.

D: A differenza di quanto scriveva Mario Luzi, la Repubblica è sopravvissuta a quella stagione e alle successive. Ma da cosa è rappresentato allora quel «punto irriducibile di contestazione e di alternativa», oggi che la politica rappresentativa è talmente ridotta da legittimare un potere esecutivo che scende in campo, ancora una volta, sottolineando la propria estraneità al mondo politico come un motivo di merito e di legittimazione pubblica?

R: In tanti oggi hanno dimenticato che allora, negli anni Settanta, la tenuta dello Stato democratico era messa in seria discussione. In molti ambiti professionali c’era chi preferiva stare a guardare nel dubbio che potesse prevalere il fronte rivoluzionario. Un importante magistrato, protagonista della lotta al terrorismo, me lo ha raccontato di recente: tanti suoi colleghi lo invitavano a una maggiore prudenza e a un minore impegno proprio con l’argomento che oggi ci sembra incredibile: ma chi te lo fa fare? e se poi vincono le Br? Ora, questo non è avvenuto, e la democrazia italiana, nonostante tutto, ha prevalso. Il problema sono i condizionamenti culturali, politici e sociali che questa battaglia ha alimentato, il costo sul piano dell’etica pubblica e dell’impegno civile. Da questo punto di vista gli effetti sono stati deleteri anche perché si innescavano su un terreno già di per sé fragile e poco arato. Nell’ultima parte della tua domanda mi chiedi dell’oggi: siamo troppo dentro gli eventi per comprenderne la direzione. Una sola cosa, quindi, mi sento di dire: non esistono governi tecnici giacché tutti gli esecutivi, in una democrazia rappresentativa, quando sono sostenuti da una maggioranza parlamentare, sono politici. Di conseguenza, guardo con speranza a questo tentativo di emergenza, che mi sembra l’unico credibile per provare ad affrontare la crisi economica attuale e, allo stesso tempo, archiviare la fallimentare esperienza di Berlusconi come uomo di governo. Sono curioso di sapere cosa accadrà, ma sono fiducioso.

 

 

 

 


[1]
Miguel Gotor è nato a Roma nel 1971. Ricercatore di storia moderna presso l’Università di Torino, studia la vita religiosa in Italia fra Cinque e Seicento ed è editorialista di la Repubblica. Con l’edizione e il commento delle Lettere dalla prigionia di Aldo Moro (Einaudi, Torino 2008) vince il premio Viareggio per la saggistica. Il Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi, Torino 2011) ricostruisce la vicenda del “Memoriale” ritrovato dai carabinieri del generale Dalla Chiesa in forma dattiloscritta nel covo brigatista di via Monte Nevoso, a Milano, il 1° ottobre 1978. Dodici anni dopo, il 9 ottobre 1990, dopo il dissequestro giudiziario dei locali, l’apertura di un pannello di gesso rivela la presenza di una ben più consistente copia di un manoscritto. Se la prova dell’autenticità del “Memoriale”, a lungo dibattuta, è a questo punto fuori discussione, altri interrogativi si aprono sui dodici anni in cui depistaggi e delitti eccellenti si sono incrociati: cosa si voleva nascondere e quali conflitti di potere si sono combattuti intorno al suo fantasma? Che cosa ne fa la «metafora storica» della Repubblica? Come scrive Gotor: «Il nascondiglio di via Monte Nevoso fu celato come un antico rancore e protetto come una vecchia ferita per dodici lunghi anni sino a trasformarsi in una vera e propria cassaforte di Stato».

(«Il Ponte», gennaio 2012)

 

 

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