Il Pd all’esame del riformismo

Dopo il governo Monti nulla sarà come prima, cantilenano i gattopardi italiani. Dal momento che siamo un Paese gerontocratico dobbiamo però chiederci a quale «prima» si vuol fare riferimento. L’impressione è che ci sia in giro una gran voglia di riesumare un reperto archeologico, gli anni Settanta, con il suo inevitabile rosario di citazioni pasoliniane: a destra l’antagonismo è ridotto a terrorismo in base a un’inedita strategia del rancore, mentre tra i radicali il movimento No Tav è cavalcato per nuocere al Partito democratico, all’eterno grido del tradimento a sinistra. Riflessi antichi, quelli di un sistema anchilosato che si regge solo per il suo irrigidimento da paralitico, avrebbe detto Antonio Gramsci.

(la Repubblica, 3 marzo 2012)

Spia di questa convergenza è la sottovalutazione di un fatto grave in una democrazia, ossia l’occupazione della sede nazionale del Pd da parte di un gruppo di No Tav, una distrazione che vela un evidente compiacimento: quello di vedere ancora una volta quel partito, proprio come il Pci che fu, in balia di «opposti estremismi», vittima della sua presunta ambiguità costitutiva.

Eppure la difficoltà del tempo presente può rivelarsi per il Pd una formidabile occasione per liberare il proprio profilo riformista, che anzitutto significa non farsi invischiare in queste provocazioni, basate sui meccanismi di un’Italia vecchia e immobile che teorizza il palingenetico cambiamento di ogni cosa, affinché tutto alla fine rimanga uguale.

Anzitutto però il Pd deve accettare l’esistenza di un radicalismo alla propria sinistra. È questa la conseguenza inevitabile della sua aspirazione a essere un partito nazionale di governo. All’atto della fondazione quel partito ha scelto di impugnare la bandiera del riformismo, ma non può limitarsi a sventolarla e deve trarne delle conseguenze sul piano dell’azione politica: guidare e non essere guidati è il compito, diciamo pure la responsabilità nazionale, del primo partito italiano in una crisi scivolosa come questa, dove la possibilità di un precipitare dello scontro tra forconi di destra ed estremismi di sinistra, leghismi del nord e del sud è a un passo e la politica nel suo insieme non è mai stata tanto debole.

«Pas d’ennemis à gauche» era il complesso atavico del vecchio Pci e non può esserlo anche per il nuovo Pd, in quanto proprio su questo punto deve misurarsi una discontinuità. Quella formula era il risultato di un mondo bloccato e di una democrazia zoppa, ove la Dc aveva il monopolio del governo e il Pci l’egemonia dell’opposizione, senza alcuna possibilità di realizzare l’alternanza. Un quadro statico che induceva quel partito a demonizzare qualunque fermento radicale alla sua sinistra: l’egemonia era una sorta di premio di consolazione che imponeva di sfidare, sviluppando una continua dialettica tra volontà di inglobamento e resistenza, ogni fermento vitale al di fuori di essa.

Allo stesso modo in quell’Italia lontana, che in  tanti ricordano ancora bene con la sua speciale miscela di crisi economica, solidarietà nazionale, movimenti sociali e terrorismo, si andò sviluppando un’eterogenesi dei fini tra moderati e gruppi extraparlamentari: il ruolo «antipiccista» di quella sinistra radicale è stato la maggiore garanzia della sua sopravvivenza culturale, ben al di là del reale consenso politico che nel Paese non ha mai superato il 3%. Eppure l’influenza è stata assai maggiore perché era funzionale al consolidamento in senso moderato del quadro italiano: si soffiava sul fuoco del radicalismo di destra e di sinistra e ne usciva un miracoloso incenso conservatore, destabilizzando per stabilizzare come recitavano seguitissimi manuali.

I comportamenti di Bersani in questi giorni meritano di essere sottolineati perché lasciano prefigurare la consapevolezza di non cadere nelle trappole di quel passato. Sulla questione No Tav, ad esempio, nell’arena di Santoro, è stato assai efficace: solo contro tutti, le gambe larghe e la cravatta slacciata a rispondere colpo su colpo al moralismo di alcuni e alla demagogia di altri. La questione della Tav è stata tenuta al livello che merita, ossia una sfida democratica: ogni violenza deve essere bandita, non è vero che non si è dialogato con associazioni e comuni che hanno deliberato a maggioranza la loro decisione favorevole; discutere non può significare bloccare i lavori, ma piuttosto affrontare temi assai concreti come evitare le infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti, mantenere la massima sicurezza nei cantieri, dislocare risorse a vantaggio delle popolazioni danneggiate dai disagi. Ma la Tav va fatta perché risponde a un interesse italiano ed europeo e così è stato deliberato a ogni istanza rappresentativa: una democrazia che non realizza le sue decisioni non fa altro che aumentare il proprio discredito.

Sempre nelle stesse ore bene ha fatto il segretario del Pd a rispedire al mittente la proposta di una grande coalizione anche dopo le elezioni del 2013 rivendicando per l’Italia un destino normale, quello di una democrazia che respira con due polmoni e attraverso le elezioni confronta proposte alternative garantendo l’alternanza. Ma la confusione delle lingue ormai ha raggiunto livelli enormi e c’è chi considera un segno di riformismo prospettare l’eventualità di continuare a governare con Cicchitto e Gasparri, a prescindere dal risultato delle elezioni, anzi ritagliando su misura una legge elettorale nuova che possa favorire tale esito. Tutto questo i gattopardi italiani lo sanno bene e per questa ragione il Pd di Bersani disturba e da’ fastidio. Continui pure a farlo elevando il senso riformista della sua sfida, che oggi significa proseguire a fare politica nel solco di rinnovamento e rigenerazione tracciato dal governo Monti, ma a testa alta, con lo sguardo rivolto all’Italia di oggi e a quella di domani.

(la Repubblica, 3 marzo 2012)

 

 

 

2 thoughts on “Il Pd all’esame del riformismo

  1. Caro Gotor, non condivido per nulla il suo articolo. Sarà forse colpa mia, essendo un iscritto al PRC, non comprendere il profilo riformista del PD di Bersani, che mi appere semmai una variante confusa del nuovo centrismo liberale che sta nascendo.
    Non riesco a condividere poi l’ ideologia degli opposti estremismi che sottende a molti suoi ragionamenti; i ruoli in tale commedia sarebbero precisi e già dati, i buoni sono i democratici che assiepano il centro per difendere la democrazia, alle ali estreme i cattivi che sarebbero tutti sovversivi del parlamentarismo nostrano.
    Giudicare le vicende dell’ oggi come se fossimo ancora negli anni 70′ mi pare fuorviante. La sinistra che si esprime fuori del PD non è solo estremismo antipolitico o passatismo ideologico.
    Ma ciò che mi pare paradossale è l’ accusa esplicitata nell’ articolo per cui sarebbe l’ estremismo di certa sinistra a spingere il PD nelle braccia del centrismo montiano!!!
    Semmai è l’ incapacità di rappresentare una alternativa alle politiche liberiste che sospinge il PD verso l’ abbraccio con le destre nostrane. E’ per debole capacità di alternativa che muore il PD, ovvero per mancanza di vero riformismo alternativo alla visione della destra liberale e mercatista.
    Con rispetto, Filippo Orlando.

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