Rivoluzionari globali: l’ultimo libro di Silvio Pons

Nel cimitero della storia, sulla tomba senza fiori dedicata al «Comunismo Sovietico», c’è scritto «1917-1991»: una vita breve quanto quella di un uomo, ma tragica e intensa, che ha mobilitato i cuori e le menti, le speranze e gli odii di milioni di persone nel corso del Novecento.

(la Repubblica, 3 marzo 2012)

Il «caro estinto» ha avuto un’esistenza strana perché è cresciuto oltre ogni aspettativa fino agli anni Cinquanta, ha subito un declino altrettanto rapido nei due decenni successivi ed è morto tra l’ignominia e lo stupore delle genti nel volgere di un solo biennio, tra il 1989 e il 1991. Certo, non si può dire che non abbia vissuto: ha creduto nella rivoluzione proletaria come fatale compimento progressivo di quella francese del 1789 che aveva emancipato la borghesia, ha contribuito a sconfiggere il cancro nazifascista, pagando un tributo di sangue forse senza uguali nella storia dell’umanità, e ha osato proporre l’utopia di una modernità alternativa a quella capitalistica, carica di slanci messianici, libertari, ugualitari e universalistici, che si è rovesciata nel suo esatto contrario, l’orrore dei Gulag e la repressione totalitaria di ogni forma di dissenso.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i tentativi della storiografia internazionale di riassumere il senso di quella vicenda in termini propriamente storici e non più ideologici, dopo un ventennio di accesso alle fonti d’archivio liberate dalla fine dell’Urss. Una tendenza verso la sintesi interpretativa della storia del comunismo a cui gli studiosi italiani hanno partecipato attivamente come conferma anche l’ultimo libro di Silvio Pons La rivoluzione globale. Storia del comunismo internazionale 1917-1991 (in uscita oggi per i tipi Einaudi, pp. 419, euro 35). Pons affronta una sfida complessa poiché la vita del comunismo sovietico ha trovato la sua cifra più autentica nella contraddittorietà. Esso, infatti, «è stato molte cose insieme: una realtà e una mitologia, un sistema statuale e un movimento di partiti, una élite chiusa e una politica di massa, una ideologia progressista e un dominio imperiale, un progetto di società giusta e un esperimento sull’umanità, una retorica pacifista e una strategia di guerra civile, un’utopia liberatrice e un sistema concentrazionario, un polo antagonistico dell’ordine mondiale e una modernità anticapitalistica».

L’autore, ordinario di storia dell’Europa orientale all’Università di Tor Vergata di Roma e direttore dell’Istituto Gramsci, gioca e vince la partita perché delinea un affresco a tutto tondo della vita storica del comunismo internazionale scegliendo due opzioni interpretative forti e originali. La prima lo induce a concentrarsi sul carattere transnazionale del movimento comunista, assumendolo per ciò che fu e volle essere sin dalle sue origini, ossia il primo network politico-mondiale su scala globale. In questa chiave di lettura l’identificazione tra gli interessi dell’Urss e la prospettiva di una rivoluzione degli altri partiti comunisti disseminati nel mondo assegna un significato cruciale al momento della legittimazione internazionale di quel disegno di potenza e modernizzazione. Una legittimazione che bisognava costruire quotidianamente attraverso l’organizzazione e la disciplina, l’agire e il farsi partito, l’inesorabile edificazione di un «uomo nuovo».

La seconda opzione consente all’autore di rifiutare un’interpretazione monolitica del movimento nato dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella che di solito scaturiva dalle passioni e dalle propagande dell’anticomunismo militante occidentale. Piuttosto, prevalgono le tensioni fra il centro e la periferia, le sfumature e le variabili interne e il dato di fatto che quei conflitti minarono l’edificio comunista molto prima di quanto è stato immaginato sinora. Il comunismo entrò in crisi già all’inizio degli anni Sessanta, quando le rivoluzioni dall’alto degli Stati dell’Europa centro-orientale e l’emergere della frattura con il colosso cinese, cominciarono a disarticolare il progetto imperiale dell’Urss, ledendone la legittimità internazionale, ossia il fulcro su cui aveva costruito il proprio successo. Fu anzitutto una crisi di egemonia, quindi di carattere politico e culturale, a ledere la sovranità sovietica e le sue capacità di attrazione simbolica nel mondo. Le difficoltà economiche seguirono senza svolgere un ruolo decisivo nel determinarne la caduta.

L’impero sovietico venne sconfitto dal momento che non seppe esercitare un’autentica egemonia paragonabile a quella realizzata dagli Stati Uniti nel corso della Guerra fredda nell’altro campo. Un’influenza basata sulla flessibilità, ossia sulla capacità di adattare il capitalismo ai diversi gradi di sviluppo delle singole nazioni, e alimentata dalla costruzione di uno spazio geopolitico transatlantico e di un compromesso socialdemocratico su cui si fondò lo Stato sociale. Pons dissente dall’idea di Eric Hobsbawm, ossia che il comunismo abbia avuto il merito di costringere il capitalismo a riformarsi inventando il welfare state. Non è vero: con l’afflato riformista del suo maestro Giuliano Procacci, egli ricorda che «le forze socialdemocratiche, liberali, cattoliche protagoniste della riforma del capitalismo dopo la guerra furono più danneggiate che favorite dall’esistenza del comunismo come modello e come movimento», che condizionò assai di più la Guerra fredda.

La globalizzazione fu il fattore che determinò la fine dell’assetto bipolare del mondo, in cui il sistema chiuso socialista si rivelò sempre meno funzionale allo sviluppo di più ampi mercati di consumatori richiesti dalla rivoluzione tecnologica e generati dalla vorticosa velocità delle comunicazioni e degli scambi. Poi venne l’ictus della caduta del muro di Berlino, la sera del 9 novembre 1989, l’improvviso scoppio di una vena ostruita che da ormai trent’anni impediva la libera circolazione di una parte troppo importante del mondo. Ancora due anni di paralisi e il giorno di Natale del 1991 la bandiera rossa con la falce e il martello venne ammainata dal Cremlino: era davvero finita, iniziava un’altra storia, confusa e incerta, in cui siamo ancora immersi.

(la Repubblica, 3 marzo 2012)

 

 

 

 

 

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