Diamo regole e controlli o l’antipolitica vincerà

In questi giorni il presidente pidiellino dell’assemblea capitolina ha pensato bene di riempire le strade di Roma con un manifesto del suo partito in cui invia ai propri elettori «sinceri auguri di una santa Pasqua». Anche da iniziative propagandistiche come questa si evince che i partiti non sanno davvero come spendere i loro soldi, ma scelte simili risultano ancora più stridenti e intollerabili considerando gli episodi di corruzione emersi nelle ultime settimane.

( la Repubblica.it, 7 aprile 2012)

Sia il tesoriere della Lega Francesco Belsito, sia quello della Margherita Luigi Lusi hanno dimostrato che la legge sui rimborsi elettorali dei partiti deve essere assolutamente modificata. Il caso Belsito denuncia il limite strutturale di un partito personale e padronale come la Lega in cui, inevitabilmente, il denaro pubblico è stato gestito con fini privati in favore del segretario e della sua famiglia, come l’inchiesta della magistratura ha accertato in queste ore. La vicenda Lusi rivela che non vi è alcun sistema credibile di controllo in grado di evitare un’eccezionale sottrazione di denaro pubblico a fini privati da parte di un singolo tesoriere, sicché, nel migliore dei casi e delle ipotesi, il resto della dirigenza ha la grave responsabilità politica di non avere saputo vigilare su quanto avveniva  al suo interno.

Ce n’è abbastanza per riconoscere qual è il nocciolo del problema: i partiti, che sul piano giuridico sono associazioni di carattere privato, grazie alla legge sui rimborsi elettorali, si trovano a gestire ingenti somme di denaro pubblico, superiori al loro ordinario fabbisogno. La norma, infatti, affida automaticamente un indebito «tesoretto» da sfruttare e far fruttare, il che rende abnorme il potere dei tesorieri e offre loro su un piatto d’argento la sciagurata possibilità di un uso illecito di quel denaro che può sfuggire a ogni controllo e principio di trasparenza o essere affidato alla più totale arbitrarietà. I soldi che non sono necessari alla vita di un partito devono essere restituiti alla comunità poiché appartengono all’erario pubblico. Questo deve essere il principio ispiratore di una riforma di quella legge in quanto il «tengo famiglia» di Bossi e «l’occasione fa l’uomo ladro» di Lusi sono le tangibili conseguenze che gettano un insopportabile discredito sui partiti e sulla loro funzione politica e civile capace di minare ulteriormente la coscienza democratica del Paese.

A quanto sembra, proprio in queste ore, i segretari dei principali partiti italiani stanno affrontando il problema, una scelta ineludibile se vogliono provare a contenere il vento antipolitico montante, funzionale a occultare, fra l’altro, la crisi strutturale della destra italiana e del berlusconismo, e a contrastare in modo credibile il disegno elitista, o qualunquistico oppure reazionario che teorizza la maggiore efficienza di una democrazia senza partiti. Il finanziamento pubblico esiste in tutte le democrazie europee, anzi è forse la principale caratteristica che le contraddistingue, perché consente di ridurre l’influenza delle lobby economiche e di evitare una coincidenza diretta tra politica, funzione di governo e interessi privati che l’Italia, grazie all’esperienza di Berlusconi, ha potuto vivere fino in fondo, misurandone tutti i danni sul piano della tenuta civile del Paese. Infine, il finanziamento dei partiti argina la tendenza a trasformare la democrazia in plutocrazia, consentendo a chi non ha i mezzi economici di partecipare comunque alla vita pubblica del Paese in base all’articolo 49 della Costituzione che riconosce a «tutti i cittadini», e non solo ai più ricchi, il diritto a «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Proprio perché questo principio è sacrosanto ed è sbagliato che sia messo in discussione da un eventuale referendum che costituirebbe un cedimento a pulsioni demagogiche, classiste e ipocrite, l’azione degli stessi partiti deve essere su questo punto risolutiva in quanto, soprattutto a loro, spetta il compito di difendere e promuovere la dignità della politica.

Sono da fare poche cose, ma in modo rapido, poiché, in questo caso, è la lentezza e non la fretta a essere cattiva consigliera. Anzitutto bisogna isolare la questione del finanziamento da quella più generale di una legge  di riforma dei partiti in attuazione dell’articolo 49 che richiede necessariamente tempi più lunghi. In secondo luogo è necessario rendere obbligatoria e generalizzata la certificazione dei bilanci di un partito da una società esterna di revisione di riconosciuto prestigio internazionale. Inoltre è decisivo che il controllo della regolarità dei singoli atti sia affidato direttamente alla Corte dei Conti, ossia a un organo terzo e costituzionale. È anche opportuno abbassare la soglia che garantisce la segretezza dei contributi privati ai partiti perché i cittadini hanno il diritto/dovere di sapere da chi sono finanziati e in quale misura. Infine, bisogna inasprire le sanzioni per chi usa in maniera illegale il denaro dei rimborsi: anche nei casi di singola corruzione dovrebbe essere stabilito un principio di responsabilità oggettiva del partito in grado di penalizzarlo con un taglio dei rimborsi. Soltanto attraverso questo coinvolgimento diretto sarà possibile promuovere al massimo la vigilanza e l’autoriforma, altrimenti prevarranno sempre le teorie della «mela marcia» o del «a mia insaputa» che contribuiscono a corrodere il sistema dall’interno.

O la politica affronta questo nodo oppure rischia di essere travolta da un’ondata populistica che troverà un demiurgo in grado di interpretarla. Questi mesi e questo governo sono l’occasione giusta per procedere senza indugi, anche perché ora si possono e si devono costruire le architravi in grado di assicurare la tenuta, il funzionamento e la governabilità del nuovo sistema che emergerà dalle elezioni del 2013. Se vinceranno l’ignavia, l’indifferenza o l’arroganza, la sconfitta sarà generale e a pagarne il costo non saranno soltanto i partiti, ma l’Italia intera.

(la Repubblica.it, 7 aprile 2012)

One thought on “Diamo regole e controlli o l’antipolitica vincerà

  1. Quesiti d’ordine legale
    sulla sovranità popolare
    e la democrazia

    L’assegnazione di un bene collettivo a vita ad una persona, impedendo la fruizione del bene alle altre persone, fa decadere la qualifica stessa di “collettivo” e la sua riduzione a mera proprietà privata d’accesso ad altri.

    Una tale cessione non può essere eseguita senza che tutti gli aventi diritto sul bene siano informati sulla grave perdita che essi subiscono. In caso di mancato adempimento, l’atto può anche essere considerato nullo.

    1° quesito: come mai i cittadini italiani/europei non sono mai stati interpellati in merito alle conseguenze della cessione a vita, quindi per loro praticamente definitiva, di quel fondamentale bene collettivo che sono i poteri/ruoli della Funzione Pubblica?

    2° quesito: visto il mancato adempimento d’informazione verso i cittadini, in merito alla perdita della parte più sostanziosa nientemeno che della loro stessa Res Publica, può l’atto d’assegnazione a vita di un pubblico impiego essere considerato nullo?

    3° quesito: considerato che a non adempiere ai doveri del caso sono stati proprio coloro i quali erano deputati a far conoscere e rispettare la legge, considerato che proprio non ottemperandovi essi hanno anzi preso definitivo possesso del bene comune, privando il resto della popolazione di un primario diritto, può il loro essere considerato un intento ed atto criminoso vero e proprio da perseguirsi a norma della stessa legge che non hanno applicato? In caso affermativo, avendo costoro agito non seguendo l’interesse di Stato ma loro personale, possono essere chiamati a rispondere personalmente del danno subìto dalla società e dai singoli individui in conseguenza della mancata applicazione di quelle regole, chiare, semplici e definite, che, se rispettate, avrebbero permesso una complessiva costante evoluzione del Paese nel corso dei trascorsi decenni, letteralmente cambiato il CORSO della STORIA?

    Essendo i magistrati, i costituzionalisti, i docenti universitari e tutti gli altri innumerevoli grandi commessi di Stato (cui gli stessi politici e governi si sono sempre rivolti per consiglio) affetti da forte conflitto d’interessi in merito alle ipotesi ai punti 1°, 2° e 3°, a chi può essere affidato il compito di dirimere tali questioni?

    Ringrazio e saluto,

    danilo d’antonio

    Nessun Parlamento da solo
    ci potrà dare la Democrazia,
    MA LA FUNZIONE PUBBLICA SI’!

    http://www.hyperlinker.com/ars/

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>