Perché il 2 giugno deve essere difeso

In questi giorni dal mondo dei social network è salito un grido di dolore: no alla parata del 2 giugno. L’argomento principale utilizzato è stato quello, senza dubbio a prima vista seducente, di devolvere i soldi necessari allo svolgimento della cerimonia a favore delle popolazioni terremotate dell’Emilia-Romagna.

(la Repubblica, 2 giugno 2012)

Una variante ha auspicato che i militari impegnati nell’evento fossero inviati in soccorso sul fronte del terremoto. A rafforzare il ragionamento è stato rispolverato un provvedimento dell’allora ministro della Difesa Arnaldo Forlani che, nel 1976, sospese la parata del 2 giugno a causa del terremoto del Friuli.

Con la retorica di sempre, che profuma tanto di «excusatio non petita, accusatio manifesta», i soliti agit-prop del web si sono affrettati a precisare: la nostra proposta non è populismo, ma «buona politica», non è antipolitica, ma «vera politica» e compagnia cantando.

Non importa cosa sia, il punto è che l’idea non convince e si ha piuttosto l’impressione che nelle polemiche montate in questi giorni si siano sovrapposti due virus dai quali sarebbe bene guardarsi anche perché infettano troppo spesso il mondo della rete.

Il primo è quello della disinformazione, accompagnata da un eccesso di semplificazione, una miscela istantanea che dà vita a forme inedite di propaganda che la politica dovrebbe affrontare assumendosi le proprie responsabilità, senza acconciarsi a esse provando a cavalcarle. È vero che nel 1976 Forlani abolì la parata, ma il devastante terremoto del Friuli del 6 maggio (all’incirca un migliaio di morti) era avvenuto quasi un mese prima. Di conseguenza non era stato ancora messo in moto tutto l’apparato organizzativo necessario allo svolgimento della parata con le relative spese. Inoltre, essendo il Friuli una zona di confine tra le più calde al tempo guerra fredda, aveva un’altissima presenza di militari residenti nel territorio e fu naturale, per evidenti ragioni logistiche e di praticità, fare intervenire direttamente l’esercito, anche perché la protezione civile allora non era stata ancora istituita.

La situazione di oggi è completamente diversa e l’argomento del risparmio con conseguente trasferimento delle risorse è manifestamente illogico. Il terremoto dell’Emilia-Romagna è avvenuto soltanto quattro giorni prima del 2 giugno e l’annullamento della parata non avrebbe comportato alcun risparmio per l’erario pubblico, essendo stati tutti i soldi già impegnati e spesi, tra l’altro con un taglio del 40% rispetto alla manifestazione dell’anno precedente.

Il secondo virus riguarda una propensione all’ideologismo senza confronto. In questo caso, quello di un pregiudizio anti-militarista che questa volta non ha esitato a strumentalizzare persino i morti del terremoto pur di entrare in azione. Ogni anno c’è sempre un buon motivo, sempre diverso, per discutere polemicamente il nesso tra la festa della Repubblica e la parata militare. Si tratta di un preconcetto che rivela la persistenza di vecchie contrapposizioni ideologiche incapaci di riconoscere che è giusto onorare quei militari proprio il 2 giugno, come ha ricordato ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poiché in tante recenti missioni hanno sacrificato la loro vita o riportato gravi ferite per garantire a ognuno di noi una maggiore sicurezza interna e internazionale. Tra l’altro, accanto a loro, sfileranno anche i rappresentanti del servizio civile, oltre alla Croce rossa, mentre la protezione civile e i vigili del fuoco saranno presenti quest’anno in modalità ridotta proprio perché impegnati in Emilia-Romagna come loro precipuo dovere. Quanti invocano furbescamente la presenza dei militari nei luoghi del terremoto fingono di ignorare che il loro intervento in occasioni di calamità è previsto soltanto nei casi in cui la protezione civile si mostri inadeguata nell’affrontare l’evento. Per fortuna non è questo il caso dell’Emilia-Romagna.

Ha fatto bene, dunque, Napolitano a tenere fermo il punto, pur avendo ascoltato le rimostranze, senza però farsi condizionare da ondate emotive, generose e genuine nel migliore dei casi, ma strumentali e manipolatorie nei peggiori. Anche perché l’opinione pubblica veicolata dal web è certo importante, ma non è rappresentativa dell’intera opinione italiana perché settoriale, militante e con ampi gradi di autoreferenzialità di cui sembra non avere la giusta consapevolezza.

La Repubblica non può rinunciare a celebrare la sua nascita e Napolitano si è impegnato a garantire una cerimonia sobria in costante connessione sentimentale con le popolazioni terremotate per attivare un circuito anche simbolico di vicinanza tra istituzioni e popolo. Di questo oggi c’è bisogno. Un Paese serio e che  crede nelle sue possibilità di ricostruzione politica, morale e civile soccorre i terremotati con l’efficienza che le istituzioni regionali e comunali emiliane, i partiti e la società civile stanno dimostrando in questi giorni e, contemporaneamente, celebra la Repubblica, non vedendo contraddizione tra i due momenti, bensì un’occasione di rafforzamento dell’intero sistema nazionale: sceglie l’unità e la solidarietà, non la demagogia e la divisione.

(la Repubblica, 2 giugno 2012)

 

2 thoughts on “Perché il 2 giugno deve essere difeso

  1. Sicuramente non e’ la demagogia e la divisione che i popoli Emiliani hanno “scelto” , come dici tu , gridando sul web. E in aggiunta direi che non e’ un grido di dolore.

    Credo che la popolazione della bassa modenese, abbia condiviso l’idea dell’annullamento della parate e delle celebrazioni siccome essa suoni esattamente logica quando si pensa a quel che c’e’ da festeggiare pensando a un’intera zona che deve ripartire. Assolutamente niente: ci saranno disoccupati, riciclaggi di soldi e di felici imprenditori che aspettavano solo un terremoto per potere arricchirsi. Questa ipotesi trova ancora piu’ campo quando si pensa al passato storico delle imprese e degli appalti pubblici.

    Concordo pero’ che la parata e i festeggiamenti potevano essere difficilmente annullati. Probabilmente pero’ , come cittadini, tendiamo molto spesso a sottovalutare quanto potere i nostri politici avrebbero e in che saggi modi potrebbero usarlo. Credo che in questo caso il governo avrebbe dovuto dimostrare un impegno di profonda solidarieta’ verso il proprio popolo emiliano, che storicamente ha portato questa nazione ad essere un repubblica democratica, e che continua a sostenerne l’economia.

    Non si potevano eliminare i festeggiamenti? Si poteva certamente fondare questa festa sulle popolazioni colpite dalle scosse creando una festa solidale, non di natura imperiale.

    Purtroppo, la data in cui scrivo e’ il 3 di giugno e i giochi sono gia’ finiti. Lo stato ha fatto la sua mera manifestazione che non lascia nessun ricordo o impatto sulla maggior parte dei suoi cittadini.

    Il risultato e’ che anche in campo internazionale si sarebbe potuta mostrare un Italia di fratelli pronti ad aiutarsi anche solo simbolicamente in momenti di bisogno. Invece si e’ preferito il lustro di una nazione di forti e di festeggiamenti. Poco contano le parole di solidarieta’ e le preghiere.

  2. Avevo già letto l’articolo su Repubblica, me ricevendolo dall’associazione Mentore, come articolo di un associato, ed essendo associato anch’io, propongo un commento: penso che sia la posizione di chi ha criticato lo svolgimento della sfilata, sia di chi l’ha sostenuta siano legittime, ma che spesso i sostenitori di entrambi i punti di vista non accettino la legittimità delle posizioni altrui. Trovo legittimo anche che ci sia chi critica la sfilata sistematicamente per antimilitarismo, e ricordo che qualcuno – a mio avviso correttamente – aveva suggerito di spostarla al 4 novembre, festa nazionale più appropriata ad una celebrazione del ruolo delle forze armate nel paese. Non credo che tutti coloro che hanno proposto (furbescamente?) che i militari fossero mandati invece nelle aree terremotate sappiano che ciò è previsto solo se l’intervento della protezione civile è inadeguato (io per esempio non lo sapevo; ma d’altronde se fosse del tutto sufficiente, a cosa servirebbero i volontari …?). Non credo che tutte le spese per la sfilata fossero già state fatte: quantomeno le spese di trasferta potevano essere evitate. D’altro canto condivido che sia importante che tutte le componenti della società, e tra queste le forze armate, abbiano un momento di visibilità positiva e di celebrazione, anche nei momenti di difficoltà, e che sia sbagliato, anche da parte di chi si oppone radicalmente alla guerra e all’uso della violenza anche in circostanze estreme, non accettare che chi di questo è chiamato ad occuparsi abbi valori rispettabili e degni di essere condivisi; e che ovviamente queste persone e queste istituzioni meritino rispetto. Ultima considerazione: in questi giorni mi è parso che la perplessità sulla parata militare sia stata diffusa ben al di là dell’area “ideologica” degli anti-militaristi sistematici e dei tifosi della secessione, che non vogliono riconoscere i segni dell’unità nazionale: non sempre la maggioranza ha ragione, ma il dubbio che la possa avere mi sembra opportuno.

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