Così Aldo Moro comprese il ’68

Aldo Moro i giovani li aveva in casa: i suoi quattro figli, nati dal 1946 al 1958, e dunque cresciuti tra il movimento del ‘68 e  quello del ’77, negli anni della contestazione. Questo dato personale fece di lui l’uomo politico che forse più di ogni altro si sforzò di capire quel convulso, ma frastagliato decennio culminato con la sua morte per mano brigatista.

(la Repubblica, 13 settembre 2012)

I figli, ma non solo, dal momento che Moro insegnò fino all’ultimo per non perdere il contatto con gli studenti. Chi ha avuto modo di vedere i registri delle sue lezioni sa che seguiva i programmi con assiduità ed erano poche le sostituzioni. A Bari era solito tenere gli esami in tarda serata poiché raggiungeva la città dopo aver concluso i suoi impegni di governo. Organizzava ogni anno delle visite extradidattiche presso i carceri minorili e i manicomi giudiziari e delle conferenze di politica estera o interna assai partecipate. La sua era una curiosità intellettuale prima che politica: leggeva “Quaderni piacentini”, si fermava a discutere con i giovani nei luoghi più impensati, una volta si mise a sbirciare un corteo di Lotta Continua a piazza Navona.

Voleva soprattutto capire cosa stesse accadendo in quell’universo in subbuglio carico di futuro. Era consapevole che il mondo nuovo emerso dalla contestazione del ‘68 avrebbe messo in crisi gli equilibri politici, le forme della rappresentanza e il complessivo sistema di valori tradizionali, facendo emergere, come amava dire, una società “più ricca ed esigente”, profondamente diversa da quella del ventennio precedente. Per non morire bisognava rinnovarsi, aprirsi alla società civile e anche da questi convincimenti scaturì il sostegno alla segreteria di Benigno Zaccagnini nel luglio 1975.

Nello stesso tempo Moro fu tra i primi politici a denunciare i pericoli di quello che chiamava il “partito armato”: in Italia c’era chi faceva politica sparando e nel mondo degli apparati e dei partiti ufficiali c’era chi strumentalizzava quella violenza e giocava di sponda con essa per impedire il rinnovamento democristiano e tenere il Pci sotto schiaffo.

Certo, il rapporto tra la stagione dei movimenti e la violenza terroristica non si pone nei termini di una filiazione diretta anche perché il ’68 è stato un movimento globale. Piuttosto, una specificità italiana sono stati lo stragismo neofascista e la progressiva trasformazione di quei fermenti giovanili in piccole avanguardie partitiche extraparlamentari, dal cui scioglimento, resosi necessario per la crescente conflittualità al proprio interno tra un’area oltranzista favorevole alla lotta armata e un’area più moderata, portò a formare quel bacino di militanza da cui attinsero le Brigate rosse e Prima Linea a partire dal 1976.

E’ indicativo che proprio chi più aveva compreso rimase vittima della violenza terroristica. In una lettera a Zaccagnini, non spedita dai brigatisti e ritrovata soltanto nell’ottobre 1990, il prigioniero tornava con accenti accorati sul fallimento democristiano: “Ho riflettuto molto in queste settimane. Si riflette guardando facce nuove. La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente […] Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi.”

Davanti a sé Moro aveva dei giovani incappucciati che avevano l’età dei suoi figli e studenti. “Parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente”, nella consapevolezza che dietro ogni “nuovismo” si nascondono sempre i vecchi gattopardi italiani: i brigatisti non lo capirono e in parte lo stiamo ancora scontando.

(la Repubblica, 13 settembre 2012)

 

One thought on “Così Aldo Moro comprese il ’68

  1. Gentile prof. Gotor,
    nel 78′ avevo venti anni esatti e come tanti non capii Moro, lo percepivo, con l’intransigenza di quegli anni, come uno dei tanti corrotti uomini del palazzo; col tempo ho imparato a vedere diversamente le cose ma la lettura dei suoi libri è stata per me illuminante e mi ha fornito le chiavi per una lettura più ampia del tempo e dell’uomo alla cui figura mi sono molto interessato. L’estate scorsa ad una manifestazione degli amici del libro ho colto l’occasione per leggere un brano del “memoriale della repubblica”, sentivo l’esigenza di condividere una più ampia riflessione su questo argomento anche nella mia città ( Monopoli – BA – ), sarei felicissimo se accettasse di partecipare a un dibattito su questo; sarebbe possibile?

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