Nuove rotte oltre la crisi. Il nuovo libro di Carlo De Benedetti

Bisogna andare verso il mare, verso il sud del nostro riscatto. Questa è la proposta del libro di Carlo De Benedetti, Mettersi in gioco. Una certa idea dell’Italia (Einaudi, 10 euro), un testo pieno di passione civile in cui l’autore indica alcune direzioni di rotta per rimettere in cammino il Paese. Un libro che guarda al futuro con una visione globale: basti dire che Silvio Berlusconi non è mai nominato.

(Venerdì di Repubblica, 2 novembre 2012)

Il tempo presente, difficile e sfuggente, costituisce lo sfondo di ogni pagina insieme con la consapevolezza che oggi nessuno è in grado di dire dove stiamo andando. Navighiamo in un mare in tempesta. Non aiutano la traversata i cupi pessimismi dei teorici del declino dell’Occidente, i quali, dai tempi di Oswald Splenger, occupano un secolo dopo l’altro il dibattito pubblico con i loro ciclici tramonti, ma neppure gli illusionismi populisti di quanti hanno propalato che «tutto andava bene madama la Marchesa».

Certo, va riconosciuto un dato: come già avvenuto tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, oltre un secolo dopo la scoperta dell’America, l’asse del mondo si è di nuovo spostato. Allora dal bacino mediterraneo a quello atlantico, oggi verso l’Oriente, l’India e anche il Brasile. Un gigante addormentato come la Cina si è ridestato da un sonno secolare e, dal 2000 a oggi, l’attività manifatturiera è cresciuta all’ombra della Grande muraglia dall’8% al 21%, mentre negli Stati Uniti è calata dal 24% al 14%.

Il problema dunque è globale anche se l’Italia, come altre volte nella sua storia, si trova nel fronte più esposto del ciclone. Non condividiamo con il resto dell’Europa e dell’Occidente soltanto una crisi economica, un’apocalisse sottile e costante che sta modificando le nostre vite quotidiane. Viviamo anche un affanno della democrazia rappresentativa e della credibilità della politica, comune ad altri Paesi, ma che da noi assume forme particolarmente acute e degenerative, costituendo il lascito più velenoso dell’egemonia culturale del ventennio berlusconiano.

Bisogna evitare che la crisi sociale e quella democratica si diano la mano; l’unica strada percorribile passa attraverso un crocicchio difficile, ma obbligato: la riqualificazione della politica, «la regina smarrita che deve risvegliarsi dal suo torpore». In questi anni essa ha perduto la sua capacità di guidare l’economia e la società verso il futuro e deve ritrovare ruolo, dignità, competenza e coraggio. L’avversario non è solo la destra xenofoba e neofascista che pure cresce in giro per l’Europa, ma anche un neopopulismo democratico che, a destra come a sinistra, si produce in mirabolanti promesse e seducenti semplificazioni che poi non riesce a mantenere, aggravando la crisi del sistema.

Secondo De Benedetti i problemi sono essenzialmente due. La crescita esponenziale delle disuguaglianze in America come in Italia, il segno del sicuro declino di una società. Alcuni dati sono impressionanti: oggi negli Usa l’1% della popolazione detiene il 40% del patrimonio nazionale e, nel 2010, sono diventati poveri 46 milioni di americani, mentre in Italia il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza e solo il risparmio privato e il lavoro nero riescono a contenere il tracollo. I ricchi sono diventati più ricchi, i poveri più poveri e in mezzo sta un ceto medio impaurito e sfiduciato che ha visto restringere il suo potere di acquisto e quindi la sua propensione al consumo, avvitando l’economia in una spirale di austerità e recessione.

L’altro problema è rappresentato dalla disoccupazione, in particolare quella giovanile, un genocidio silenzioso. Bisogna combattere e vincere la guerra del lavoro, altrimenti il caos prevarrà e la stessa democrazia rischia di evaporare. È pur vero che come europei scontiamo la fortuna su cui siamo seduti: per la prima volta nella sua millenaria storia convivono nello stesso continente dei fratelli, dei padri e dei nonni, questi splendidi nonni cresciuti nella bambagia dei baby boomer, che non hanno sparato in vita loro un solo colpo. Le guerre producono un vuoto generazionale che rimette in moto l’economia: oggi, invece, l’Europa è affollata da anziani sempre più vitali, i quali necessitano di un’assistenza sociale senza precedenti che costringe le politiche del welfare a ridefinire gli obiettivi e a ridistribuire meglio le proprie risorse.

Sfide tanto grandi lasciano prospettare due possibili soluzioni. La prima è l’innovazione, favorendo un’alleanza tra governo, forze imprenditoriali, lavoratori e classe dirigente nel nome della coesione sociale e dell’internazionalizzazione. L’innovazione è stata da sempre il vero motore dell’economia occidentale, ma dal momento che richiede mobilità sociale, va gestita da un governo sostenuto da un’autentica maggioranza politica. La mobilità ha dei costi umani che devono essere gestiti con buone leggi, corsi di riqualificazione, fondi straordinari, investimenti sulla ricerca e sullo sviluppo, rispetto per le storie delle persone. Il dramma degli esodati di questi mesi è la metafora dell’insufficienza di un’azione tecnica priva di un’autentica energia politica e le ricette liberiste proposte da alcuni non tengono in debito conto della necessità di temperare la nuda azione del mercato.

L’altra soluzione è quella che oggi sembra il problema più grande, ossia l’Europa. Ci si salva se si crescerà insieme e sarebbe bene che la Germania capisse «che non si può far politica nella più grande nazione d’Europa ascoltando soltanto gli umori delle birrerie». Sul piano politico bisogna impegnarsi per l’Europa federale, su quello economico trasformare la Bce in una banca centrale di controllo e integrare le politiche fiscali, industriali e finanziarie su scala continentale. Oggi persino l’Economist sostiene che la ricchezza vada tassata giacché occorre spostare il peso della leva fiscale dai redditi e dagli investimenti alla proprietà, così da raccogliere più dai ricchi senza indebolire la loro predisposizione a investire. E bisogna impegnarsi, almeno a livello europeo, per tassare le transazioni finanziarie internazionali così da far pagare una parte dei costi della crisi anche a quanti hanno contribuito a provocarla.

Pur intravedendo tutta la vertiginosa difficoltà di simili problemi, la buona politica deve avere il coraggio di affrontarli. All’informazione spetta il compito di indicare le priorità e selezionare le notizie, per evitare che, anche su quel delicatissimo terreno che costituisce una fondamentale infrastruttura democratica, si continui a portare acqua al populismo e all’antipolitica. Secondo l’autore, se si guarda indietro, c’è un modello a cui ispirarsi: Adriano Olivetti, con la sua idea di comunità e «il gusto per il lavoro ben fatto». Lavoro, perché è da qui che bisogna ripartire affinché «una certa idea di Italia» possa costituire l’anima di una nuova maggioranza riformista.

(Venerdì di Repubblica, 2 novembre 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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