Il dolore calmo di Lucio Magri

È trascorso più di un anno dalla morte di Lucio Magri. L’ ultima volta che lo vidi fu anche la prima della mia vita e conservo una memoria particolarmente vivida di quella giornata. Non so neppure perché, ma mi ritrovai insieme con mia moglie nella sua accogliente casa in piazza del Grillo, seduto su dei lunghi divani bianchi. Tutt’intorno, la giovane moglie Mara, prematuramente scomparsa, sembrava scrutarci dalle foto sugli scaffali di un salotto che in un tempo ormai dissipato aveva ospitato la sede del primo Manifesto, quando Praga bruciava insieme con la speranza che un altro socialismo fosse ancora possibile. Al centro dell’ ampia stanza stava un uomo triste e solo, disperatamente sofferente, fanciullesco nel suo esibito dolore. Aveva appena terminato quello che sapeva essere il suo testamento umano e politico, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, l’ ultima resistenza al vortice di una depressione divorante. Ricordo ancora nitido il disagio di essere ospitati dentro quella tragedia, i nostri tentativi di comunicare con un muro dagli occhi cerulei ancora bellissimi, ma resi smarriti dall’ angoscia.

(la Repubblica, 8 gennaio 2013)

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Perché non possiamo non dirci moderni. Sulle opere di Paolo Prodi

Nel corso di un lungo percorso di ricerca lo storico Paolo Prodi ha avuto il merito di affrontare sempre temi di notevole respiro internazionale, riflettendo sull’ architettura costituzionale del potere occidentale e sui rapporti al suo interno tra la dimensione sacrale e quella politica. Con gusto per l’ organizzazione culturale e per il lavoro di squadra egli ha avuto il merito di aprire nuovi sentieri ed esplorare percorsi già battuti da grandi studiosi come Max Weber, Delio Cantimori, Hubert Jedin e Federico Chabod, avendo come bussola la questione della riforma del potere e come direzione l’approfondimento della genesi europea della modernità.

(la Repubblica, 3 gennaio 2013)

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