Perché non possiamo non dirci moderni. Sulle opere di Paolo Prodi

Nel corso di un lungo percorso di ricerca lo storico Paolo Prodi ha avuto il merito di affrontare sempre temi di notevole respiro internazionale, riflettendo sull’ architettura costituzionale del potere occidentale e sui rapporti al suo interno tra la dimensione sacrale e quella politica. Con gusto per l’ organizzazione culturale e per il lavoro di squadra egli ha avuto il merito di aprire nuovi sentieri ed esplorare percorsi già battuti da grandi studiosi come Max Weber, Delio Cantimori, Hubert Jedin e Federico Chabod, avendo come bussola la questione della riforma del potere e come direzione l’approfondimento della genesi europea della modernità.

(la Repubblica, 3 gennaio 2013)

Per i suoi 80 anni il Mulino ha iniziato la pubblicazione in più volumi dei suoi principali saggi secondo un’ organizzazione tematica, che dà conto della laboriosità di questo studioso, ma anche della vastità e della profondità dei suoi interessi di ricerca. A dominare non è la cronologia, ma la storia-problema e i diversi libri si occuperanno di profezia e di utopia, dell’ università, dei rapporti tra Concilio di Trento e modernità, del diritto canonico e delle istituzioni ecclesiastiche, della disciplina, del disciplinamento e della confessionalizzazione, dell’ arte e della pietà al tempo della riforma tridentina. È significativo che i primi due tomi della serie ( Storia moderna o genesi della modernità? e Cristianesimo e potere) siano dedicati, rispettivamente, alla storia moderna come disciplina e allo studio della fibrillazione continua tra l’ autorità temporale e quella spirituale, che ha prodotto in Occidente la nascita della politica come progetto, il moderno Stato di diritto e, al termine di ferocissime guerre civili in Francia, Inghilterra e Germania, i valori moderni della laicità e della tolleranza. Il discorso di Prodi sul metodo ha il merito di non essere astratto, ma di costituire una riflessione concreta sul valore artigianale del mestiere di storico. Egli parte dal convincimento che la storia, antenata di tutte le scienze dell’ uomo, è stata messa in crisi dal proliferare di queste ultime. Inoltre, non essendo più utile al potere politico come al tempo degli Stati territoriali organizzati su scala nazionale, è stata sostituita da discipline «senza tempo» come la sociologia o la scienza della comunicazione. «L’ incanto che affascinava noi studenti negli anni Cinquanta si è dissolto» e la globalizzazione, dopo l’ effetto di glaciazione prodotto dalla Guerra fredda, ha definitivamente mostrato l’ esaurirsi del concetto di moderno come valore. Da questa constatazione scaturisce la necessità e anche l’ utilità di studiarne la genesi così da fornire un orientamento a quanti affrontano con smarrimento l’ età nuova in cui stiamo entrando. Prodi in questi due primi volumi insiste molto, e certo non in senso eurocentrico, sul carattere continentale della storia moderna. L’ Europa alla fine del Medioevo era un’ appendice dell’ Asia, insidiata dall’ espansionismo turco, ma cinque secoli dopo, alla vigilia della prima guerra mondiale, controllava il 90 per cento del globo. Tra i due estremi cronologici era corsa una storia galoppante, alimentata dall’ espansione demografica e da un’ incessante brama di conquista militare, economica, politica, culturale e religiosa. Per questa ragione la storia dell’ età moderna è giustamente considerata una storia d’ Europa e della sua capacità di conquistare il mondo. Una certezza che si accompagna con la consapevolezza che questo tempo glorioso è oggi definitivamente alle nostre spalle. Ma quel passato, in cui il moderno costituisce l’ epicentro di una campata più vasta che dall’ età classica giunge fino ai primi anni del Novecento, ha inventato utensili straordinari come la scienza dello Stato con le sue vincolanti ragioni, l’ esercito patriottico, il mercato e l’ impresa, la gestione razionale del lavoro, la politica come patto costituzionale e tecniche di rappresentanza. Il concetto storiografico più pregnante indagato da Prodi è quello del dualismo tra politica e religione, che egli identifica come tratto peculiare della lunga e frastagliata storia del cristianesimo occidentale. Questo dualismo è stato a sua volta il prodotto della cultura greco-romana e il risultato di una conflittuale dialettica con altri poteri interni ed esterni alla Chiesa cattolica, i quali hanno arginato le tendenze teocratiche emerse in modo ricorrente nel corso della sua millenaria storia. L’ autore, giustamente, rifiuta l’ identificazione della Chiesa con il solo magistero romano. Così come è sbagliata un’ idea di tradizione come «magistero immobile dei padri», peraltro già rifiutata dal Concilio di Trento: la tradizione è un testimone che passa da una generazione all’ altra e «rappresenta proprio l’ antica versione cristiana del rapporto continuità-discontinuità che si è codificato, secolarizzandosi nello storicismo». La «grandezza dell’ Occidente – scrive Prodi – è consistita soprattutto nel recintare il sacro, non nell’ espellerlo come un demone», ma anche nel riuscire a contenere e a battere i tentativi mondani di sconfinamento da parte dell’ autorità pontificia. Dentro questo dualismo si inserisce la gloriosa storia dello Stato moderno oggi al tramonto. Soltanto ora è possibile farne l’ anatomia, ora che sono entrate definitivamente in crisi le strutture istituzionali e ideologiche che lo hanno a lungo puntellato. Esso ci appare come un cadavere che riposa nell’ obitorio della storia, investito e travolto dalla nuova globalizzazione che ha spezzato le catene della sua dimensione nazional-territoriale. Se è vero che l’ incanto per il bel tempo che fu è ormai sfumato, la lettura di queste pagine cariche di disincanto e di erudita politicità rivela che la storia e gli storici potranno ancora aiutare a comprendere il tempo irrequieto e sfuggente che stiamo vivendo.

(la Repubblica, 3 gennaio 2013)

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>