La morte di Andreotti: “Quando Moro gli scrisse: non sarai mai De Gasperi”

Andreotti si inscrive a pieno titolo dentro una tradizione di realismo politico di origine cattolico controriformata e, in particolare, nella specifica variante della dottrina della ragion di Stato ecclesiastica, di cui è stato l’ultimo interprete novecentesco, il più abile e raffinato. Chi sa non parla e chi parla non sa, giacché si è schiavi delle parole e padroni dei propri silenzi: questi sono stati i due principali comandamenti cui Andreotti ha affidato il segreto di un’eccezionale resistenza dentro i meccanismi del potere nazionale.

(la Repubblica, 7 maggio 2013)

Ma a cosa si deve questa speciale capacità di durata? Anzitutto all’essere stato, prima che un uomo di governo italiano, un politico vaticano e romano, una sorta di cardinale rinascimentale interprete di un mondo e di una saggezza millenari capaci di unire e di mediare tra il senso di una missione universale e un fascio apparentemente inestricabile di interessi particolari. E non poteva che essere la Città del Vaticano il luogo in cui un Andreotti poco più che ventenne, mentre attendeva a una ricerca erudita sulla storia della marina pontificia, conobbe Alcide De Gasperi, allora impiegato della Biblioteca Vaticana. Il grande trentino aveva in testa un progetto di vasto respiro, quello di superare il popolarismo sturziano fondando un nuovo partito interclassista democratico e cristiano, e seppe riconoscere in quel giovane dalle modeste origini, ma dalla viva intelligenza, una disponibilità a seguirlo, rappresentando tutto ciò che il cattolico mitteleuropeo De Gasperi, per nascita, per cultura e per inclinazione, non poteva e non sapeva essere: la deferenza curiale verso l’autorità pontificia, la capacità di muoversi dentro una città che continuava a essere anche quella del papa, la disponibilità a usare la religione per fini politici, il candore della spregiudicatezza.

In secondo luogo, è stato importante il fatto che Andreotti abbia occupato più volte e per lunghi periodi, dalla fine degli anni Cinquanta e sino al 1974, un ganglio vitale in qualsiasi sistema di potere, ossia il ministero della Difesa. Questo ruolo lo ha portato a essere un punto di riferimento per una parte significativa dei servizi segreti militari, ma anche a stringere solidi rapporti con l’amministrazione statunitense, con il corpo duraturo dei funzionari del dipartimento di Stato e della Cia, che di volta in volta lo hanno scelto come interlocutore privilegiato. E non perché Andreotti fosse «l’uomo degli americani», ma perché gli americani hanno riconosciuto in lui una speciale capacità di rappresentare pienamente il Paese, persino negli stereotipi attraverso i quali sono abituati a guardarci. L’impressione è che Andreotti abbia costituito un centro di equilibrio imprescindibile nel sistema di potere repubblicano, quello di segnalare l’accensione di una sorta di allarme, il limite oltre il quale il satellite Italia non avrebbe potuto spingersi nella definizione della propria autonomia nel quadro dell’Alleanza atlantica: l’estremo argine prima dello straripamento, il luogo dove i flutti si ingorgano, l’estremo filtro prima del baratro del golpe. Non a caso Andreotti ha saputo dare il meglio di sé nella politica estera, in qualità di presidente del Consiglio e di ministro, garantendo la scelta atlantica ed europeista dell’Italia e coltivando la vocazione mediorientale del Paese, non il prodotto di una scelta, ma di un necessitante posizionamento geografico, che ha reso indispensabile lo sviluppo di quella direttrice geo-politica per garantire l’approvvigionamento energetico della nazione.

Infine egli ha avuto la capacità di essere un uomo di cerniera dentro il sistema politico, disponibile a ogni tipo di alleanza, dalla destra estrema ai comunisti nella stagione della solidarietà nazionale, pur di conservare se stesso come perno e garante di quegli accordi. Per vocazione e per scelta ha avuto la capacità di posizionarsi quasi sempre all’incrocio tra i lembi delle due cesure, quella antifascista e quella anticomunista, senza appartenere mai a nessuna di esse sino in fondo, ma in questo modo cogliendo l’espressione di un volto moderato, profondo e radicato dell’abito politico e civile italiano che ha trovato a lungo nella Dc l’interpretazione elettoralmente più seducente fin quando la logica internazionale dei blocchi ne ha giustificato l’esistenza.

Tuttavia è significativo che la Dc, con la saggezza che ha contraddistinto gran parte della sua storia, non abbia mai voluto consegnare ad Andreotti le chiavi del partito, eleggendolo segretario. Allo stesso modo gli è sempre sfuggita l’agognata carica di presidente della Repubblica, a dimostrazione che anche l’intero sistema repubblicano ha guardato alla sua parabola politica con una diffidenza non inferiore alla disponibilità con cui ha riconosciuto le sue qualità politiche. A partire dagli anni Novanta, la stagione dei processi per reati gravissimi, quali l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli e i rapporti con la mafia, ha rivelato tutta la lungimiranza di quella scelta. A prescindere dagli esiti giudiziari assolutorii, che per quanto riguarda le accuse di mafia hanno portato a una sentenza così insoddisfacente sul piano dell’onorabilità politica che lo stesso imputato ha vanamente provato a riformare, quei processi hanno rivelato una spregiudicatezza nella gestione della cosa pubblica che giustifica ampiamente le resistenze che hanno impedito più volte ad Andreotti di raggiungere il traguardo più alto. Del tempo amaro e doloroso della repentina caduta nel 1993 colpisce la dignità con cui egli ha saputo affrontarla, difendendosi dentro il processo senza mai sottrarsi a esso e aspettando il suo destino, ossia la risposta di quella giustizia terrena certo imperfetta, ma che in fondo egli considerava l’ombra di un giudizio superiore più grande.

La gestione del sequestro di Aldo Moro e dei suoi scritti dalla prigionia, vale a dire il modo ostruzionistico con cui da presidente del Consiglio interpretò la linea della fermezza e in cui si scontrò duramente con Paolo VI, resta la zona più buia della sua attività politica, tanto che suonano come un tragico epitaffio le frasi con cui il prigioniero, mentre lo ricordava in quei giorni «indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria», volle immortalarlo nel memoriale: «Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Leiha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia». Siamo certi che non sarà così, ma, proprio per questo motivo, tali parole continueranno a pesare come un macigno nell’elaborazione di un equanime giudizio storico sulla sua persona.

(la Repubblica, 7 maggio 2013)

9 thoughts on “La morte di Andreotti: “Quando Moro gli scrisse: non sarai mai De Gasperi”

  1. Salve,
    sono interessato a leggere il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano (dopo il quale Andreotti fu costretto a parlare di Gladio). Questo materiale lo trovo nel suo “Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano” oppure in “Lettere dalla prigionia”?
    Grazie,
    Giuseppe Piazzolla

  2. La questione politica del giorno si sposta presto sulla futura elezione del Presidente della Repubblica , a successione di Francesco Cossiga . La corrente andreottiana, nonostante la defezione dello “squalo” Sbardella, passato ai dorotei , propone l’elezione di Andreotti al Quirinale. Andreotti, richiesto di confermare la sua candidatura, risponde «sono di media statura, ma non vedo giganti attorno a me». Ma nella corsa al colle più alto il divo Giulio si scontra con l’opposta candidatura di Arnaldo Forlani , segretario della DC : convocati da Cirino Pomicino intorno ad un tavolo e richiesti di accordarsi, entrambi replicano «se c’è la sua candidatura, la mia non esiste», ed entrambi restano in lizza. Al momento della prima convocazione del Parlamento in seduta comune per l’elezione, scoppia la gazzarra: urla, lanci di oggetti e manette tintinnanti, il tutto sopra la testa dell’impassibile Andreotti, mentre il presidente dell’aula cerca inutilmente di far mantenere la calma agli onorevoli.

  3. Trova un’edizione a cura di Francesco Bisicione edizione Coletti. Nel mio libro pubblico ampi brani del testo

  4. Blog davvero interessante, peccato non sia ancora disponibile la versione mobile. Almeno io non l’ho trovata, infatti per leggere questo articolo sul mio telefono ci messo mezz’ora. Perlomento era interessante e ben scritto.

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  6. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  7. Blog fatto davvero bene. Se posso permettermi di dare un piccolo consiglio, cercherei di implementare meglio la funzionalit

  8. Mi sembra un giudizio largamente generoso, perchè accredita ad Andreotti una visione “alta” della Ragion di Stato e risultati: si pensi all’approviggionamento energetico, all’atlantismo ed europeismo che videro altri notabili democristiani quali Moro, Taviani, Colombo, Scelba spiccare.

    In Andreotti appare molto più spiccatamente l’assenza della visione di bene comune, e le sue scelte – anche quelle più oculate e ragionevoli – appaiono il risultato di tornaconti e centri di potere esterni più che la soddisfazione del “collettivo”.
    Il suo ruolo nel c.d. Golpe Borghese è da appurare ad esempio, come le sue intime amicizie con tutti i golpisti della storia italiana, che ha conosciuto benissimo da ministero degli interni. O come il suo avallo a fenomeni mafiosi, all’economia e finanza più dissipata e pericolosa dei Sindona, dei Calvi, dei Caltagirone.
    Il libro di Nuzzi “Vaticano S.p.a.” documenta come risultino esservi conti IOR intestati ad Andreotti nei quali affluivano denari dell’ENI e di altri, faccenda mai approfondita, anche per salvaguardare il mito della personale onestà di Andreotti, mito che – giustamente – regge molto di più di quello dell’onestà di Craxi.
    E’stato condannato in appello a 24 anni di carcere e assolto da una Cassazione benevola per omicidio e abbiamo fondati sospetti che anche il delitto di Carlo Alberto Dalla Chiesa sia ancora opaco e irrisolto.
    Lei, Gotor, ne ha scritto per oltre 600 pagine.

    Andreotti è l’autobiografia della nazione, un’intelligenza sprecata in cinismo esibito e nefandezze di ogni genere, la politica come simulacro delle ragioni di “una certa” classe dirigente corrotta e poco civile impegnata a massimizzare potere e preservare un certo ordine politico, uomini che pensando di strumentalizzare criminali, estremisti politici, faccendieri, stragisti e mafiosi gli consegnavano le chiavi del paese per i decenni successivi.
    Non è solo avere avallato o permesso o commissionato azioni criminali di ogni genere, avere reso il meridione un pantano anarcoide di clientele e mafie, aver sacrificato la sovranità e gli interessi nazionali a centri di potere esterni e occulti, ma averci consegnato a fine corsa un paese fallito economicamente e corrotto fino all’osso nel quale cittadini comuni e magistrati saltavano in aria, e la politica veniva messa alla sbarra.

    Infatti nel 1992 il giudizio era molto più chiaro e – anche forzatamente – univoco.
    Negli anni con il protrarsi di fallimenti e di uomini fallimentari, la memoria selettiva di una nazione coltiva il passato deformandolo e idealizzandolo, e in fin dei conti si osserva che gli italiani come “genus” sono più Andreotti e Berlusconi che Gobetti e Gramsci, e forse il loro imperio non fu solo tracotanza e illegalità, ma anche profondo e intimo consenso. Democratico.

    Per questo – come in modo ancora più devastante per Berlusconi nell’ultimo ventennio – è impossibile che Andreotti sia ricondotto alla sua natura più greve di criminale e politico che ha scientemente governato la storia italiana secondo criteri di mera conservazione politica e sociale. Bisognerebbe correttamente vedere in lui la figura del paese, che gli si rispecchia in modo osmotico, del resto.

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