Viaggio alla ricerca del padre perduto: su Ezio Tarantelli

Un viaggio alla ricerca del padre perduto, quel padre dolce che «riuscì a insegnarmi a nuotare sgonfiandomi i braccioli piano piano, senza che io mi accorgessi di quanto stavo imparando».

(la Repubblica, 27 maggio 2013)

Con quest’immagine Luca Tarantelli ricorda il padre Ezio, ucciso dalle Brigate rosse il 27 marzo 1985, quando lui aveva soltanto 13 anni. Un trauma che ha segnato la sua vita e quella della madre Carole, il punto di non ritorno da cui ha inizio il volume Il sogno che uccise mio padre. Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti (Rizzoli, euro 18).

Il libro è interessante per almeno due ragioni. Anzitutto perché documenta con l’intensità di un memoir una delle possibili funzioni della scrittura, ossia il valore terapeutico di saturare le ferite interiori, di recuperare un dialogo con l’assenza a partire dalla ricostruzione di una corporeità negata («per anni ho avuto addirittura difficoltà a ricordare il suo volto»), di affrontare la lunga elaborazione di un lutto: «Capire chi era mio padre, per capire cosa ne era del mio dolore e del mio lutto, e quindi per capire chi sono io» con la speranza che alla fine di questo viaggio «potrò riprendere davvero in mano la mia vita».

La ricerca si snoda intrecciando i fili della memoria pubblica con quella privata: la storia della famiglia Tarantelli, il romanzo di formazione di Ezio tra viaggi di piacere e di studio in Inghilterra e negli Stati Uniti, l’incontro americano con Carole che sarebbe diventata sua moglie, l’autobiografia del figlio Luca, prima e dopo la cesura tragica.

La seconda ragione di interesse del volume riguarda la ricostruzione del pensiero economico di Tarantelli, brillante studioso formatosi alla scuola della Banca d’Italia, in un ambiente che è stato una delle poche fucine di formazione delle classe dirigenti italiane di livello internazionale. Egli ha dedicato la sua vita a comprendere il funzionamento del mercato del lavoro e, forse condizionato da un rovescio finanziario che aveva colpito la sua agiata famiglia alla fine della guerra e segnato la sua infanzia, si è impegnato sul tema centrale della disoccupazione. Per combatterla bisognava rivedere il meccanismo allora in voga della scala mobile che costituiva un ostacolo alla crescita economica e favoriva il dilagare dell’inflazione. Tarantelli riteneva che l’inflazione andasse predeterminata, ossia collegata ai suoi sviluppi futuri così da costruire un meccanismo, gestito dalle organizzazioni sindacali, in cui i lavoratori offrivano la propria moderazione salariale e la diminuzione della conflittualità nelle fabbriche, ma in cambio sarebbero diventati determinanti nel gestire la politica economica del Paese al fine di «massimalizzare la velocità di trasformazione delle istituzioni». Il nucleo teorico della proposta di Tarantelli ispirò il decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984 che, con l’opposizione dell’area comunista della Cgil e del Pci, vide il taglio di 4 punti della scala mobile. Tarantelli smentì di essere il padre del decreto che considerò «una vittoria tecnica e una sconfitta politica», ma dalle pagine di questo giornale di cui fu collaboratore rimproverò a una parte importante della sinistra di avere combattuto il principio di predeterminazione senza avere saputo proporre soluzioni alternative credibili.

Questa sottolineatura del nucleo ideale del pensiero di Tarantelli è significativa perché egli è stato ucciso in ragione delle sue idee, per colpire sul nascere la sua proposta anticipatrice di affrontare il nodo delle relazioni industriali attraverso una politica di concertazione, come sarebbe avvenuto negli anni Novanta. Tarantelli è uno degli esponenti della cultura riformista italiana la cui funzione storica, penso anche a quella di Roberto Ruffilli, è stata di contribuire a sbloccare un sistema politico tendente all’inerzia sul piano economico e istituzionale. Ha ricercato una civiltà possibile con l’obiettivo di offrire soluzioni efficaci e proprio per questo è stato ucciso. È necessario ricordarne il sacrificio perché provare a insegnare a nuotare a un Paese intero sgonfiando i braccioli dell’ideologia e quelli del conservatorismo è un compito che non ha perso di utilità e di urgenza.

(la Repubblica, 27 maggio 2013)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un viaggio alla ricerca del padre perduto, quel padre dolce che «riuscì a insegnarmi a nuotare sgonfiandomi i braccioli piano piano, senza che io mi accorgessi di quanto stavo imparando».

Con quest’immagine Luca Tarantelli ricorda il padre Ezio, ucciso dalle Brigate rosse il 27 marzo 1985, quando lui aveva soltanto 13 anni. Un trauma che ha segnato la sua vita e quella della madre Carole, il punto di non ritorno da cui ha inizio il volume Il sogno che uccise mio padre. Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti (Rizzoli, euro 18).

Il libro è interessante per almeno due ragioni. Anzitutto perché documenta con l’intensità di un memoir una delle possibili funzioni della scrittura, ossia il valore terapeutico di saturare le ferite interiori, di recuperare un dialogo con l’assenza a partire dalla ricostruzione di una corporeità negata («per anni ho avuto addirittura difficoltà a ricordare il suo volto»), di affrontare la lunga elaborazione di un lutto: «Capire chi era mio padre, per capire cosa ne era del mio dolore e del mio lutto, e quindi per capire chi sono io» con la speranza che alla fine di questo viaggio «potrò riprendere davvero in mano la mia vita».

La ricerca si snoda intrecciando i fili della memoria pubblica con quella privata: la storia della famiglia Tarantelli, il romanzo di formazione di Ezio tra viaggi di piacere e di studio in Inghilterra e negli Stati Uniti, l’incontro americano con Carole che sarebbe diventata sua moglie, l’autobiografia del figlio Luca, prima e dopo la cesura tragica.

La seconda ragione di interesse del volume riguarda la ricostruzione del pensiero economico di Tarantelli, brillante studioso formatosi alla scuola della Banca d’Italia, in un ambiente che è stato una delle poche fucine di formazione delle classe dirigenti italiane di livello internazionale. Egli ha dedicato la sua vita a comprendere il funzionamento del mercato del lavoro e, forse condizionato da un rovescio finanziario che aveva colpito la sua agiata famiglia alla fine della guerra e segnato la sua infanzia, si è impegnato sul tema centrale della disoccupazione. Per combatterla bisognava rivedere il meccanismo allora in voga della scala mobile che costituiva un ostacolo alla crescita economica e favoriva il dilagare dell’inflazione. Tarantelli riteneva che l’inflazione andasse predeterminata, ossia collegata ai suoi sviluppi futuri così da costruire un meccanismo, gestito dalle organizzazioni sindacali, in cui i lavoratori offrivano la propria moderazione salariale e la diminuzione della conflittualità nelle fabbriche, ma in cambio sarebbero diventati determinanti nel gestire la politica economica del Paese al fine di «massimalizzare la velocità di trasformazione delle istituzioni». Il nucleo teorico della proposta di Tarantelli ispirò il decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984 che, con l’opposizione dell’area comunista della Cgil e del Pci, vide il taglio di 4 punti della scala mobile. Tarantelli smentì di essere il padre del decreto che considerò «una vittoria tecnica e una sconfitta politica», ma dalle pagine di questo giornale di cui fu collaboratore rimproverò a una parte importante della sinistra di avere combattuto il principio di predeterminazione senza avere saputo proporre soluzioni alternative credibili.

Questa sottolineatura del nucleo ideale del pensiero di Tarantelli è significativa perché egli è stato ucciso in ragione delle sue idee, per colpire sul nascere la sua proposta anticipatrice di affrontare il nodo delle relazioni industriali attraverso una politica di concertazione, come sarebbe avvenuto negli anni Novanta. Tarantelli è uno degli esponenti della cultura riformista italiana la cui funzione storica, penso anche a quella di Roberto Ruffilli, è stata di contribuire a sbloccare un sistema politico tendente all’inerzia sul piano economico e istituzionale. Ha ricercato una civiltà possibile con l’obiettivo di offrire soluzioni efficaci e proprio per questo è stato ucciso. È necessario ricordarne il sacrificio perché provare a insegnare a nuotare a un Paese intero sgonfiando i braccioli dell’ideologia e quelli del conservatorismo è un compito che non ha perso di utilità e di urgenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 thoughts on “Viaggio alla ricerca del padre perduto: su Ezio Tarantelli

  1. Ciao! Vorrei solo dire un grazie enorme per le informazioni che avete condiviso in questo blog! Di sicuro’ diverro’ un vostro fa accanito!

  2. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  3. Pensavo di mettere il vostro logo sul nostro sito con il vostro link per dar modo ai nostri visitatori di conoscere il vostro blog. Cosa ne pensi?

  4. Ho trovato questo blog su google, sto leggendo con gusto tutti i post che riesco… il blog e’ semplicemente fantastico, complimenti.

  5. R In quegli anni c’era un conflitto feroce tra Craxi e Berlinguer, tra il partito socialista e il partito comunista che ha fatto si che il partito comunista si ritirasse su una sorta di trincea, si isolasse in un angolo e facesse delle battaglie conseguenti che resero impopolare la proposta di mio padre che, invece, si sforzava di parlare con tutti per aiutarli a comprendere le idee in cui egli credeva, il tipo di trasformazione a cui andava incontro la società italiana.

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