Quando la memoria cancella la storia. La riflessione di Franco Benigno sulla modernità

Viviamo un tempo incerto in cui il vecchio mondo è finito, ma il nuovo non nasce ancora. Le diverse discipline del sapere sono da tempo consapevoli di questa crisi che può costituire anche un’opportunità per riflettere sui propri statuti e sulle nuove direzioni da intraprendere. Anche la storia non sfugge alla tensione di questo destino analitico come rivela il libro di Franco Benigno, Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia (Viella, euro 26), in cui l’autore, che insegna storia moderna all’Università di Teramo, riflette su alcune categorie utilizzate nel suo mestiere.

(la Repubblica, 12 luglio 2013)

Come nascono le rivoluzioni? Che cosa si intende per opinione pubblica? Come si formano le generazioni? Cosa è il potere? Il libro analizza questi concetti insieme con quelli di violenza, di cultura popolare, di Stato moderno, di identità e di Mediterraneo. Ricostruisce la genesi del loro utilizzo nel pensiero storico sociale, l’evoluzione e ne prospetta un restayling critico rispetto all’uso (e all’abuso) che ne è stato fatto nel corso del Novecento, un secolo – scrive Benigno – «che non vuole finire e che continua a riemergere con il volto scomposto dei suoi errori e dei suoi orrori».

L’analisi parte da una constatazione ormai condivisa: il moderno ha cessato di essere un valore ed è progressivamente invecchiato trasformandosi, di metafora in metafora, in modernità liquida (Zygmunt Bauman), sbriciolata (Roger Chartier) o polverizzata (Arjun Appadurai). Nell’arena pubblica si assiste a una progressiva marginalizzazione del ruolo dell’intellettuale come mediatore e a una crescente insoddisfazione nei riguardi di una storia scientificamente asettica, distante, se non indifferente al discorso che la circonda, incapace di afferrare il presente che di continuo le sfugge.

Quando e come si è giunti a questa crisi della cosiddetta storia tradizionale, quella sperimentata intorno all’uso della filologia? Secondo Benigno l’inizio del progressivo slittamento va collocato nel 1989, ossia con la fine di un ciclo storico cominciato con la rivoluzione francese e caratterizzato dalla ricerca messianica di un uomo nuovo. Per un verso entra in crisi l’idea di sviluppo e si inizia a riflettere sui rischi e sui costi che esso impone, per un altro si attenua la credenza che il progresso debba comportare automaticamente l’affermazione della democrazia e l’espansione dei diritti della cittadinanza.

Questi mutamenti hanno prodotto un cambio di paradigma anche nel campo della storia. La storia tradizionale è stata incalzata e scalzata da una nuova storia incentrata sulla memoria («un nuovo sole dotato di luce abbagliante») che sta producendo una musealizzazione della società occidentale e ha ridotto la «storia tradizionalmente intesa a una pallida luna, vivente di luce riflessa». Questa storia memoriale è fondata sul trauma e non sulla rivoluzione, sulla coppia vittima/carnefice e non su quella – hegeliana – servo/padrone. Al centro non si ha più la lotta tra oppressi e oppressori, ma il rapporto sacrificale tra una vittima individuale o collettiva e il suo carnefice.

Se il cuore della modernità è stato la rivoluzione francese, quello della contemporaneità è costituito dalla shoah che diviene il modello implicito del trauma memoriale e condiziona la matrice di ogni racconto possibile. Ciò porta la storia ad assumere un carattere liturgico e sacrale che produce una storiografia emotiva, partecipata, impressionistica, tutta schiacciata sul presente e sul continuo consumo di emozioni, gioie e sofferenze del teatro dell’umano.

Attenzione però: l’overdose di memoria e di testimonianza che stiamo vivendo presenta il limite di far rivivere la tragedia, senza tuttavia superarla. Il pubblico crede di ricordare un evento storico, ma in realtà lo memorializza, ossia l’attualizza privo di prospettiva storica. Perché per ricordare bisogna prima saper dimenticare. E arriva il momento in cui la memoria, con i suoi doveri e le sue liturgie, non basta più perché una ferita, anche se disincarnata dal trascorrere del tempo, resta tale. Ed è nella cura di questa ferita ormai disincarnata che da qualche millennio la storia si prende le sue rivincite, un raggio di luna che riesce a eclissare la dittatura della memoria e quella del testimone, restituendo loro, proprio perché sono per davvero finiti e finalmente dimenticati, nuova, imprevedibile e libera vita.

(la Repubblica, 12 luglio 2013)

 

 

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