Quando Dio gioca con il capitale

Il tradizionale dibattito storiografico sulle origini del capitalismo si è arricchito in questi anni di una nuova prospettiva. Diversi studiosi, si pensi a Jack A. Goldstone e a Paolo Prodi, si sono interrogati sulle ragioni dell’espansione europea nel corso dell’età moderna, valorizzando il ruolo svolto dalla religione cristiana nel determinare questa spinta verso l’esterno sia a causa dei conflitti fra cattolici e protestanti, sia per le continue tensioni con le altre due religioni monoteiste presenti nello spazio europeo, l’ebraismo e l’islamismo.

(la Repubblica, 21 agosto 2013)

Nel solco di questa discussione, forte di un’angolazione originale e di una tesi solida, si inserisce anche l’ultimo libro di Gérard Delille L’economia di Dio. Famiglia e mercato tra cristianesimo, ebraismo, Islam (Salerno Editrice, euro 16).

Secondo l’autore non si può comprendere la peculiarità dello sviluppo occidentale se si prescinde dall’analisi del modo con cui ebraismo, cristianesimo e islamismo hanno definito i loro rispettivi sistemi di parentela, filiazione e alleanza. Mentre Platone nella Repubblica aveva auspicato una società in cui i figli fossero di tutti così da assicurare il governo dei “migliori” senza privilegi dovuti alla discendenza, le tre religioni monoteiste hanno affermato una nozione naturalistica della filiazione per meglio imporre il carattere universalistico della loro fede.

Gli ebrei hanno adottato un sistema bilineare in base al quale la discendenza, nell’ambito di una predominanza maschile, è affidata sia al padre sia alla madre come dimostra il matrimonio tra uno zio e la sua nipote e il meccanismo del levirato, in base al quale se un uomo sposato moriva senza prole, suo fratello doveva sposare la vedova e il loro primogenito sarebbe stato considerato legalmente figlio del defunto. I cristiani hanno prevalentemente costruito un modello cognatizio che consente il trasferimento della parentela e della relativa eredità in ugual misura sia ai maschi sia alle femmine. Gli islamici invece hanno aderito a un sistema agnatizio, in cui la proprietà, il nome e i titoli si trasferiscono soltanto dal padre al maschio primogenito.

È importante soffermarsi su questi aspetti perché da queste differenti organizzazioni della parentela discendono una diversa circolazione dei beni, sotto forma di doti matrimoniali e di eredità, e un diverso sviluppo delle reti economiche con conseguenze sociali e antropologiche di non poco momento.

Ad esempio, le relazioni di tipo cognatico proprie del cristianesimo hanno favorito una progressiva parità tra uomo e donna. Inoltre, il divieto di unioni tra parenti e la capacità della donna di ereditare, di trasmettere la proprietà e di sposarsi al di fuori della famiglia, hanno consentito una maggiore circolazione delle ricchezze e la formazione di un mercato autonomo, ma anche l’unione di Regni diversi senza guerra né sangue, bensì per via matrimoniale.

Gli ebrei hanno a lungo avuto in comune con i musulmani una tradizione endogamica funzionale a mantenere la proprietà dei beni nella famiglia, ma in assenza di un proprio Stato hanno trasformato la diaspora in un’occasione per alimentare reti commerciali su scala globale.

I recenti sommovimenti in alcuni Paesi arabi sono forse il segnale di un cambiamento in corso anche su quella sponda del Mediterraneo. Tuttavia la lotta per l’emancipazione della donna non è solo una questione di ordine etico, politico e civile, ma un fattore che condiziona i meccanismi di circolazione di beni e determina quindi la creazione di un mercato autonomo in grado di modificare i rapporti di forza tra potere e società civile. È dunque il presupposto di una battaglia di civiltà che rivela come la democrazia non sia un bene di famiglia che si eredita per filiazione, ma si afferma attraverso il conflitto tra padri e figli.

(la Repubblica, 21 agosto 2013)

 

 

One thought on “Quando Dio gioca con il capitale

  1. MATRIMONI E PATRIMONI, RELIGIONI E MERCATO NELLE RICERCHE DI GERARD DELILLE

    Attratto dalla recensione di Miguel Gotor su “la Repubblica” dell’ormai lontano 21-agosto 2013, ho letto “L’economia di Dio” di Gèrard Delille (ed. Salerno, pagg. 276, € 16, e-book € 8,99), scegliendolo tra altri saggi anche perché era tra i non molti disponibili su e-book (purtroppo in formato “pdf”, che – quanto meno sul mio lettore Sony – perde qualche riga a inizio e fine-pagina se si sceglie un carattere tipografico più grande dell’originale, obbligandomi così a leggerlo in proporzioni micro)

    La presentazione di Gotor mira alle tesi sostanziali del testo di Delille, e cioè la correlazione tra “matrimoni” e “patrimoni”, tra i precetti religiosi, soprattutto in materia di matrimoni tra parenti (cognati, nipoti e zii) nelle 3 religioni monoteiste del mediterraneo (ebraismo, cristianesimo ed islamismo) e l’evoluzione dei rapporti socio-economici nelle correlate civiltà, nel corso degli ultimi 2 millenni ed a partire dai precedenti assetti sociali e culturali.
    Il testo di Delille, in realtà, soprattutto nella prima parte, è anche e soprattutto un resoconto piuttosto analitico sulle ricerche specifiche, dell’Autore e di altri soggetti, sulle vicende dinastico-familiari in segmenti particolari delle suddette storie millenarie: per un verso un po’ noiose, perché dilungano l’attesa del lettore interessato alle conclusioni in materia di economia politica, e per altro verso in sé talvolta divertenti, per la concretezza umana delle vicende indagate (soprattutto quando si intravedono mascheramenti di matrimoni tra cugini, in epoche e luoghi di proibizione, oppure palesi abbellimenti postumi di alberi genealogici di dubbia certezza).
    Ed il merito di Delille, a mio avviso, è proprio quello di stare attinente al tema, pur suggerendo linee interpretative di ampio respiro (in sintesi, il divieto di matrimoni “endo-gamici” tra i cristiani per circa un millennio, dal 700 al 1700, motivato forse dal tentativo di privilegiare i patrimoni ed i poteri delle istituzioni ecclesiastiche, innesca di fatto un ruolo più autonomo della donna, una mobilità dei patrimoni e alla fin fine l’autonomia dei mercati dai sovrani e l’intraprendenza delle imprese capitalistiche) registrando però le aporie, le contraddizioni e le incertezze degli sviluppi storici, in cui le correlazioni tra dinamiche matri-patrimoniali ed assetti socio-politici non assurgono mai a leggi oggettive ed univoche (come invece traspare dalla recensione di Gotor).

    Ad esempio, segnala Gotor, tra i cristiani “il divieto di unione tra parenti e la capacità della donna di ereditare — hanno consentito una maggiore circolazione delle ricchezze e la formazione di un mercato autonomo, ma anche l’unione di Regni diversi, senza guerra né sangue, bensì per via matrimoniale”; laddove Delille rileva anche la compresenza di tendenze opposte, e cioè il permanere della distinzione delle eredità paterne da quelle materne, con la trasmissione separata a diversi successori (esempio due fratelli), sia al livello delle massime potenze (vedi la divisione tra Asburgo d’Austria e di Spagna dopo Carlo V e le successive norme dinastiche in tal senso nelle principali monarchie) sia al livello “molecolare” dei “masi” e di simili possedimenti agrari in diverse regioni europee, dove vige il maggiorascato (e quindi un quasi-schiavismo verso i cadetti), e però i singoli poderi non possono essere ridotte o ampliate fuori da sostanziali parametri di equilibrio con le forze e i bisogni del nucleo familiare e di equità tra i capo-famiglia.
    Una limitazione comunitaria (non comunista) alla proprietà fondiaria, che inibisce l’accumulazione di tipo capitalista (limita le forme di schiavitù extra-familiari), e contrasta l’altra linea di tendenza rilevata da Delille nel medio-evo cristiano (sulla scia di un testo di Paolo Prodi che mi incuriosisce leggere), e cioè la trasformazione dei feudi da beni imperiali a proprietà private, con la disgregazione definitiva dello stato imperiale romano e del connesso sistema schiavistico.

    Lasciando a parte l’ebraismo, di forte interesse antropologico, ma di scarso peso socio-politico, trattandosi di minoranze “in diaspora” senza un proprio stato fino alla metà del secolo XX (seppur con forte impatto nelle società occidentali, dopo l’emancipazione dai ghetti), il testo si profila in sostanza come una comparazione tra società cristiane e società islamiche, individuando una sorta di arretratezza od inferiorità crescente di queste ultime, tutt’ora in atto riguardo allo status di inferiorità giuridica e sociale della donna ed alla mancanza di distinzione tra stato e mercato, mentre ai cristiani, pur attribuendo anche a loro una giusta dose di misfatti, Delille (sulla scia del suddetto Paolo Prodi), riconosce meriti sostanziali, non solo sulle 2 questioni specifiche (donna e mercato), ma sull’indotto effetto del dinamismo imprenditoriale (e parallela crescita delle più diverse norme di regolazione dell’economia; fino alla fase più recente della globalizzazione, in cui Delille rileva lo strapotere del mercato e l’indebolimento delle regole).
    Dietro questo giudizio (o pre-giudizio?) ci sono a mio avviso un bel po’ di nodi da districare, a partire dallo schiavismo, dissolto in Europa ma nel contempo decisivo per le “sorti progressive” dell’umanità occidentale, fondate di fatto sull’espansione coloniale ed imperialista, di nuovo schiavismo assai impregnata.
    Mi sembra interessante in proposito il parallelo oppositivo con i testi di Graeber, già da me recensiti, che viceversa – fondandosi probabilmente su simmetrici pre-giudizi – esalta l’onestà e funzionalità del mercato islamico (in asenza di prestiti ad interesse), e la neutralità del potere politico e religioso verso di esso e vede nell’origine teologica del capitalismo cristiano (attraverso il lungo dibattito sull’usura e la finale vittoria della finanza) una solida ragione della sostanziale nefandezza degli ultimi secoli di sviluppo della globalizzazione.

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