Paolo Mieli e il terzismo come categoria storica

L’espressione «uso pubblico della storia» fu utilizzata per la prima volta nel 1986 da Jürgen Habermas nel corso di un dibattito sul tema delle responsabilità tedesche nella Shoah. Egli se ne servì per distinguere il lavoro scientifico dello storico dal dibattito pubblico sui mezzi di comunicazione di massa, privilegiando la dimensione etico-civile del primo a discapito del secondo.

(la Repubblica, 2 gennaio 2014)

Nel corso degli ultimi trent’anni, a seguito della rivoluzione tecnologica che ha caratterizzato in modo particolare il settore dei mass media, questa distinzione in negativo è andata sfumando e si è affermata un’accezione positiva del concetto che includerebbe tutto ciò che di storico è veicolato al di fuori dei luoghi deputati alla ricerca scientifica: dai giornali alle televisioni, ai monumenti, alle cerimonie pubbliche.
Tra i principali artefici dell’uso pubblico della storia in Italia è certamente l’attuale presidente di Rcs libri Paolo Mieli, ex direttore de La Stampa e del Corriere della Sera, che svolge da anni un ruolo di filtro e di mediazione fra il grande pubblico e la ricerca storica. All’inizio egli ha adempiuto a questa funzione rispondendo alle lettere del Corriere al posto che fu di Indro Montanelli, poi vestendo i panni del recensore di libri di storia. Il suo ultimo volume I conti con la storia. Per capire il nostro tempo raccoglie per l’appunto un’ampia selezione di articoli e rappresenta una sorta di biblioteca ideale e di guida alla lettura utile non solo al grande pubblico, ma anche agli studiosi della materia che spazia dall’antica Grecia al fascismo, da Spartaco a Gramsci, dall’Inquisizione al Risorgimento, da Bismarck alla guerra civile spagnola. È interessante soffermarsi sui criteri generali adottati da Mieli nella scelta dei libri da recensire e dunque da divulgare presso un pubblico di non specialisti perché ciò aiuta a riflettere sui meccanismi di funzionamento dell’uso pubblico della storia in Italia, una delle principali coordinate su cui oggi opera lo storico della contemporaneità, all’incrocio tra il mondo della politica e quello della comunicazione. La prima costante è la centralità del tema della memoria e della sua contraddittorietà. Mieli è consapevole che storia e memoria sono due binari paralleli destinati a correre insieme senza però incontrarsi mai. Resiste quindi alla retorica imperante della memoria condivisa e si schiera a favore dell’utilità di un benefico oblio valorizzando la “messa a distanza” critica del passato, mettendone in luce la complessità.
La seconda costante è la centralità della vittima come testimone di un trauma, il nuovo eroe del racconto storico di oggi. Mieli, sulla scorta di alcune suggestive riflessioni del filosofo Mario Perniola, nota come le odierne civiltà della colpa tendano a trasformare la politica in etica dilatando enormemente le categorie di responsabilità. L’ipertrofia della morale, però, produce il trionfo del cinismo e della spudoratezza: se ognuno di noi è moralmente corresponsabile di tutti i mali del mondo, allora non lo è più nessuno e si produce una generale autoassoluzione in cui il politico si limita a cambiare il nome alle cose piuttosto che proporsi di cambiarle veramente.
La terza costante è la centralità del revisionismo come battaglia ideologica, in particolare contro il paradigma interpretativo di derivazione gramsciano-azionista della storia d’Italia. In effetti, la stragrande maggioranza dei libri recensiti da Mieli che riguardano i principali nodi della storia nazionale, dalla Riforma protestante all’Inquisizione romana, dal Risorgimento alla Resistenza, dal fascismo all’antifascismo, è funzionale a cogliere quest’obiettivo che tende a valorizzare le zone grigie dell’agire umano, il momento della contraddizione a discapito di quello della decisione. L’ultimo ventennio di uso pubblico della storia sui giornali è stato dominato da questo canto “terzista” che si è ormai trasformato a sua volta in un canone da rivedere perché ha esaurito la sua funzione di puntellare sul piano ideologico e di moderare su quello politico l’egemonia culturale del berlusconismo. Proprio questa è la principale ricchezza del libro di Mieli: da un lato, serve come non mai a «capire il nostro tempo», ma dall’altro ci dice che un’intera stagione è ormai giunta al tramonto.

(la Repubblica, 2 gennaio 2014)

 

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