Altre rivelazioni sul caso Moro e il solito depistaggio dei servizi

Una nuova rivelazione – l’ennesima – cade sul cosiddetto caso Moro, ma non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Infatti, ciò avviene alla vigilia dell’istituzione di una nuova Commissione di inchiesta parlamentare sulla tragica vicenda ed è verosimile aspettarsi che altri segnali di questo tipo si susseguiranno nei prossimi mesi.

(la Repubblica, 24 marzo 2014)

Con senso di responsabilità e doverosa prudenza bisognerà verificare l’attendibilità di queste informazioni. E, anche in questo caso, siamo sicuri che la magistratura non mancherà di accertarne la fondatezza.
A quanto è dato conoscere ci troviamo davanti a un ispettore di polizia in pensione il quale sostiene che sulla moto Honda presente in via Fani c’erano due agenti segreti al servizio del colonnello dei carabinieri Camillo Guglielmi (effettivamente presente sulla scena dell’agguato pochi minuti dopo il fatto) con il «compito di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere». I due agenti, però, non possono essere ascoltati perché sono entrambi defunti e l’arma che avrebbero utilizzato nella circostanza, seppure ritrovata dal signor Rossi in anni recenti, sarebbe andata nel frattempo distrutta.
La prima sensazione è quella di trovarsi davanti a un classico tentativo di disinformazione che mescola il vero al falso: da un lato, indirizza e sottolinea, invitando i futuri membri della Commissione Moro a concentrare la propria attività sulla presenza di una moto Honda con a bordo due passeggeri non identificati; dall’altro, orienta e depista perché sposta l’attenzione sui servizi segreti nostrani (quelli militari legati al Sismi) potendo contare su un orizzonte d’attesa della pubblica opinione incline alla dietrologia o al più totale scetticismo.
L’impressione è che continui a svolgersi un’annosa battaglia fra reduci e i rispettivi mondi di riferimento: ex agenti dei servizi civili e militari, ex membri dell’Ufficio affari riservati della polizia, ex carabinieri che con i loro ultimi colpi di coda alzano la sabbia sul fondale della grotta dei misteri del “caso Moro”. L’obiettivo è quello di intorbidire le acque, in modo da intrappolare quanti (studiosi, giornalisti, politici, cittadini) ritengono doveroso sul piano civile raggiungere una verità credibile su quella drammatica vicenda.
Proviamo a diradare quel fango, facendo il punto della situazione. A distanza di 36 anni dalla strage di via Fani, il numero di quanti vi parteciparono è incompleto. Da una serie di testimonianze oculari convergenti è possibile dedurre che presero parte all’agguato perlomeno altri due individui, i quali agirono a bordo di una moto Honda di colore blu. Il testimone principale, l’ingegnere Alessandro Marini, che fu a lungo minacciato da telefonate anonime, riuscì a schivare dei colpi sparati dal sellino posteriore della moto che infransero il parabrezza del suo motorino. Anche un poliziotto che passava per caso di lì, Giovanni Intrevedo, confermò di avere visto sfrecciare «una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo».
Va ricordato che colui che sedeva dietro il guidatore «assomigliava in modo impressionante a Eduardo De Filippo» e nel dicembre 1978 furono individuati cinque nomi rispondenti a tale caratteristico identikit: un anarchico, un brigatista rosso, un membro delle Unità comuniste combattenti e due militanti appartenenti alla “sinistra rivoluzionaria”.
I capi brigatisti, nonostante l’evidenza dei fatti, hanno sempre smentito la circostanza. Ad esempio, Mario Moretti, riferendosi proprio all’episodio di Marini e senza avvertire il benché minimo imbarazzo, ha potuto dichiarare a Rossana Rossanda e Carla Mosca: «può darsi che un testimone, suggestionato dal clamore dell’avvenimento, riferisca in buona fede qualcosa che magari aveva visto mezz’ora dopo oppure il giorno prima. Non lo so proprio. Di sicuro noi non usiamo nessuna Honda e non c’è nessun compagno a fare il cowboy in motocicletta».
Si presume che i brigatisti siano tuttora mossi dall’intento di non rivelare agli inquirenti i nomi dei due motociclisti, entrambi condannati per tentato omicidio. Ma è pur vero che nel corso degli anni sia Germano Maccari sia Rita Algranati, malgrado fossero sfuggiti alle indagini della magistratura, sono stati denunciati dai loro stessi compagni e condannati a pene durissime che avrebbero altrimenti evitato. Ciò lascerebbe pensare che il muro di omertà riguardante la Honda blu sia ancora oggi particolarmente problematico da rompere, non tanto sul piano dei rapporti personali, ma su quello, ben più delicato, dell’identità politica delle Brigate rosse, ossia delle relazioni intercorrenti tra questa organizzazione e le altre componenti il cosiddetto “partito armato”. La seducente rivelazione del signor Rossi va proprio in questa direzione: chiede di non approfondire questo cruciale aspetto, ancora vivo e condizionante, e consiglia piuttosto di inseguire il fantasma di due agenti segreti defunti, magari sulle struggenti note di una canzone che il grande Eduardo tanto amava: “chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato…scurdammoce ’o passato, simmo in Italia paisà”.

(la Repubblica, 24 marzo 2014)

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