<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?>
<feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom">
    <title>Miguel Gotor</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/" />
    <link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/atom.xml" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2008-05-30://21</id>
    <updated>2010-03-07T18:41:53Z</updated>
    
    <generator uri="http://www.sixapart.com/movabletype/">Movable Type Open Source 4.1</generator>

<entry>
    <title>Il bipolarismo naviga a vista</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/03/il-bipolarismo-naviga-a-vista.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.733</id>

    <published>2010-03-07T18:39:43Z</published>
    <updated>2010-03-07T18:41:53Z</updated>

    <summary><![CDATA[

Il corpo italiano è
sottoposto a una fibrillazione ormai ventennale che ripropone continue
variazioni sul tema di un medesimo conflitto: Berlusconi sì, Berlusconi no,
oppure dipende. I più ottimisti per descrivere questa lunga fase osano ancora
parlare di "transizione" e intanto i loro capelli si sono fatti
sempre più bianchi. In realtà, un sistema politico che per due decenni indossa
lo stesso abito narrativo è lì a dire che quel vestito, bello o brutto che sia,
lo ha scelto e da esso si sente rappresentato.&nbsp;(Il Sole 24 ore, 6 marzo 2010)




 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="berlusconi" label="Berlusconi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="bipolarismo" label="Bipolarismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="dipietro" label="Di Pietro" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="lega" label="Lega" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="partitodemocratico" label="Partito Democratico" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span class="Apple-style-span" style="color: rgb(64, 64, 65); font-family: Georgia, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif; ">Il corpo italiano è
sottoposto a una fibrillazione ormai ventennale che ripropone continue
variazioni sul tema di un medesimo conflitto: Berlusconi sì, Berlusconi no,
oppure dipende. I più ottimisti per descrivere questa lunga fase osano ancora
parlare di "transizione" e intanto i loro capelli si sono fatti
sempre più bianchi. In realtà, un sistema politico che per due decenni indossa
lo stesso abito narrativo è lì a dire che quel vestito, bello o brutto che sia,
lo ha scelto e da esso si sente rappresentato.&nbsp;</span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#404041" face="Georgia, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif">(Il Sole 24 ore, 6 marzo 2010)</font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-family: Georgia; color: rgb(64, 64, 65); ">Ma quali sono gli elementi di novità di questo ventennio, ora che la stoffa sembra arrivata a un punto di consunzione senza ritorno? Anzitutto, per la prima volta nella storia d'Italia l'alternanza al governo è divenuto un fatto compiuto e finora nessun esecutivo è stato riconfermato due volte di seguito. Per propri demeriti, certo, ma anche per un'inquietudine elettorale di fondo, accompagnata da una crescente insoddisfazione verso la qualità della classe dirigente. Inoltre si è definito un sistema bipolare, in cui il centro politico è stato costretto a schierarsi da una parte o dall'altra del campo. Questa tendenza sembra irreversibile quanto le resistenze in grado d'impedire un'evoluzione bipartitica del sistema. Anzi, in entrambi i fronti si sono posizionate due forze intermedie, la Lega e l'Italia dei valori, in grado di condizionare i partiti maggiori grazie al loro potere di ricatto. Le due forze intermedie si avvicinano ai fratelli più grandi sotto elezioni, passano all'incasso e poi si allontanano riuscendo a sfruttare al massimo i limiti dell'attuale sistema e la crisi della politica che lo caratterizza. La terza novità è la personalizzazione del messaggio politico: sia a destra, sia a sinistra sono state compiute robuste iniezioni di carattere plebiscitario, funzionali a preparare una cultura presidenziale trasversale in cui il leader è più importante del partito che rappresenta. L'ultima è costituita dalle elezioni del 2008: Berlusconi ha sfondato oltre le previsioni delineando i tratti di una vittoria del berlusconismo come egemonia valoriale maggioritaria che va oltre la personalità del suo leader. Non bisogna sottovalutare la vitalità dell'attuale presidente del Consiglio, che troppi vedono bollito, scambiando i propri desideri con le realtà. Ha superato crisi di credibilità che avrebbero schiantato un toro e il modo con cui lo ha fatto dimostra, da un lato, l'ampiezza del suo potere (che è altra cosa dalla efficacia della sua politica) e, dall'altro, la capacità di rappresentare interessi reali e speranze che hanno sedotto gli italiani nel 2008, così come erano riusciti a farlo nel 1994, ma in modo opposto: agli esordi con l'idea dell'uomo nuovo che si è fatto da sé, ieri con l'idea che se c'è la crisi conviene affidarsi al più forte, anche se è vecchio. Questi due anni di governo tuttavia hanno consegnato un risultato paradossale e forse imprevedibile: se il Polo di centro-sinistra non era riuscito a governare a causa di una maggioranza risicata e, pur essendo nato praticamente morto, ha resistito due anni grazie all'abilità di Prodi, quello di centro-destra sta governando a vista nonostante una maggioranza schiacciante. Allora il difetto è nel manico, non dipende dalla quantità delle maggioranze, ma dalla loro insufficiente qualità politica. In altre parole, il problema di fondo è il carattere strutturale dell'attuale crisi italiana, a prescindere da chi governa. Purtroppo abbiamo la compresenza di un insieme di fattori che configurano una crisi di sistema: crisi di rappresentanza (di cui la legge elettorale, che nomina e non elegge i parlamentari, è esatta metafora), crisi di legittimità (di cui è espressione l'endemico e ormai nevrotico conflitto tra magistratura e governo), crisi di responsabilità (chi prende le decisioni, a ogni livello, chi controlla i trasgressori), crisi di autorevolezza che non riguarda solo il cosiddetto ceto politico, ma anche parti non secondarie della società civile, della pubblica amministrazione e del mondo imprenditoriale come le recenti vicende di corruzione raccontano. A complicare il quadro è il convincimento diffuso che oggi manchi lo spazio per ripetere il gioco del biennio '92-'93, quello degli indignati contro i corrotti, dell'antipolitica contro la casta, del bene contro il male, peraltro neppure tanto auspicabile per l'attuale opposizione visto che ha prodotto il fenomeno Berlusconi. Ci sembra che la prima strada da imboccare per affrontare questa crisi sia avere la consapevolezza del suo carattere complessivo, che prescinda quindi dalla logica amico/nemico, il canto nostalgico e dominante di questo ventennio. La seconda è quella di immaginare la configurazione di nuovi equilibri politici, che dentro la scelta bipolare e al di fuori d'inverosimili ipotesi neocentriste possano consentire di affrontarla con coraggio, coinvolgendo le energie migliori del paese. Equilibri nuovi che non stiano dentro gli assi novecenteschi fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo, destra-sinistra, ma guardino ai bisogni presenti e futuri dell'Italia: nazionali, repubblicani, costituzionali, laici, solidali e meritocratici. Ma non sarà facile, perché la strada è tutta in salita mentre la crisi sembra correre più veloce di noi.</span><span lang="EN-US" style="font-family: Georgia; color: rgb(64, 64, 65); "><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" color="#404041" face="Georgia, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif">(Il Sole 24 ore, 6 marzo 201o)</font></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-family: Georgia; color: rgb(64, 64, 65); ">&nbsp;<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-family: Georgia; color: rgb(64, 64, 65); ">&nbsp;</span></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Lo strano clima delle elezioni light</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/02/lo-strano-clima-delle-elezioni.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.730</id>

    <published>2010-02-26T22:04:04Z</published>
    <updated>2010-02-26T22:20:19Z</updated>

    <summary>

È strana l&apos;atmosfera di questa campagna elettorale: ovattata nei
modi, povera nei contenuti, ove tutti sembrano riposizionati entro una ritualità
delle buone maniere che nasconde con difficoltà il fuoco che cova sotto la
cenere. Sono trascorsi poco più di due mesi dall&apos;episodio del Duomo, da quando
un esaltato lanciò una statuina contro Berlusconi e lo ferì al volto. Un tempo
confuso e sospeso che sembra una parentesi, una bolla in cui le parti in causa
recitano un copione già scritto.(Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2010)




 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="berlusconi" label="Berlusconi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="lega" label="Lega" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="partitodemocratico" label="Partito Democratico" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="pdl" label="Pdl" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="tremonti" label="Tremonti" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="line-height:18.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:
none;text-autospace:none"><span class="Apple-style-span" style="color: rgb(64, 64, 65); font-size: 16px; line-height: normal; ">È strana l'atmosfera di questa campagna elettorale: ovattata nei
modi, povera nei contenuti, ove tutti sembrano riposizionati entro una ritualità
delle buone maniere che nasconde con difficoltà il fuoco che cova sotto la
cenere. Sono trascorsi poco più di due mesi dall'episodio del Duomo, da quando
un esaltato lanciò una statuina contro Berlusconi e lo ferì al volto. Un tempo
confuso e sospeso che sembra una parentesi, una bolla in cui le parti in causa
recitano un copione già scritto.</span></p><p class="MsoNormal" style="line-height:18.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:
none;text-autospace:none"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; line-height: normal;">(Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2010)</span></font></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;"><br /></span></font></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;"><br /></span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; color: rgb(64, 64, 65); ">Un clima nuovo e artificiale incominciato con quell'atto violento e imprevedibile che ha avuto però il prodigioso effetto di stabilizzare il quadro politico, allora giunto a un punto di ebollizione difficilmente sostenibile, come quando si corre a spegnere il fuoco per evitare la fuoriuscita del latte dal pentolino: all'inizio di dicembre Berlusconi era additato come mafioso in un'imprevista quanto clamorosa coda del processo al suo braccio destro Marcello Dell'Utri; nell'aria ancora si potevano respirare i veleni del grave scontro istituzionale seguito alla bocciatura del lodo Alfano. All'improvviso, soltanto poche ore dopo l'evento di piazza Duomo, tutti hanno preso a parlare di riforme condivise tra maggioranza e opposizione; e hanno cominciato a farlo nelle condizioni peggiori, ossia all'inizio di una campagna elettorale che per sua natura dovrebbe accentuare la competitività dei contendenti; eppure il cavallo delle riforme e quello delle elezioni hanno iniziato a galoppare insieme dentro l'arena della retorica pubblica. È come se i due principali fronti, il Pdl e il Pd, avessero segnato un armistizio non scritto, un'intesa cordiale a non farsi troppo male, un atto di non belligeranza che produce le propagande incrociate e trasversali di quest'anomala contesa in cui, al di là della personalizzazione del messaggio, non si riescono più a distinguere con chiarezza la destra, il centro e la sinistra. È sufficiente girare con occhio vigile per le strade di una grande città e leggere gli slogan dei diversi candidati alle regionali per rendersene conto: «Con te», «Ti puoi fidare», «La novità dell'esperienza», «Noi scegliamo i migliori», «In poche parole, un'altra regione», «La forza dell'identità», «Uno di voi» e «Parla con me», tanti sms appiccicati su delle facce di gomma mai così anonime e seriali come quelle di oggi. Ci rendiamo conto che tale disanima può apparire qualunquista, e tuttavia la ritualità della critica non riesce a essere più forte dello sconcerto di queste giornate, più profonda di quegli occhi di plastica che ci guardano stereotipati, ma ancora rapaci. Hanno bisogno di noi - sembrano dirci - del nostro voto, per l'ultima volta fino al 2013. In realtà non è difficile prevedere che i risultati elettorali non muteranno gli attuali equilibri del quadro politico perché dalle urne usciranno due deboli vincitori all'italiana: il Pdl con più voti pesanti, il Pd con più regioni leggere. Vale a dire due certificati di cattiva, ma robusta costituzione per la qualità della nostra democrazia: gli uni per continuare a governare a vista, gli altri per riconoscersi in vita e attendere pazienti la fine del ciclo berlusconiano. Nel frattempo, dentro la bolla, è scoppiata ancora una volta l'emergenza corruzione e i più temerari arrivano a vagheggiare l'eterno ritorno di una nuova Tangentopoli, ossia a ragionare con gli occhiali, gli schemi e i rapporti di forza di quasi vent'anni fa. In questa vicenda l'elemento preoccupante di novità rispetto al mese di dicembre risiede nella oggettiva difficoltà in cui appaiono barcamenarsi una figura di mediazione istituzionale come Gianni Letta e un carisma fino a ieri ritenuto una risorsa trasversale agli schieramenti come quello di Guido Bertolaso. Qualunque sia l'esito penale dell'inchiesta, essa è già lì a dimostrare che non c'è spazio per un altro Berlusconi come ideologo del fare. L'originale è insostituibile e sarà ancora una volta lui a garantire il blocco di granito che cementa l'attuale governo, l'asse Lega-Forzisti. Intanto Giulio Tremonti cresce in silenzio dando rappresentanza a un'Italia che c'è: i risultati elettorali del Veneto e della Lombardia, la competizione interna fra la Lega e il fronte berlusconiano dentro il Pdl diranno molto di più sull'effettiva tenuta dell'attuale maggioranza che non il confronto esterno con l'opposizione. Paradossi nostrani. Il punto è chiedersi se le condizioni di fondo che avevano portato il latte della nostra democrazia vicino al punto di tracimazione siano venute meno o se invece si stanno radicalizzando nell'ombra. Perché, se non sono venute meno, torneranno a ripresentarsi in forma più acuta e con una politica ancora più debole e screditata di prima. In effetti, è facile pronosticare che il pentolino sul fuoco ricomincerà presto a scottare, ma di statuina ce n'è una sola ed è bene ricordarlo. </span><span style="font-size: 12pt; "><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; ">(Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2010)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>I governatori dell&apos;altro mondo</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/02/i-governatori-dellaltro-mondo.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.718</id>

    <published>2010-02-15T09:25:02Z</published>
    <updated>2010-02-26T22:21:10Z</updated>

    <summary>

«Scrivere la storia comparativa comporta dei movimenti
che non sono diversi da quelli che servono per suonare la fisarmonica. Le due
società paragonate sono spinte l&apos;una verso l&apos;altra, ma solo per essere
nuovamente separate». Con queste parole John H. Elliott, Regius Professor
Emeritus di storia moderna a Oxford, uno dei più autorevoli storici viventi,
compendia la sua ponderosa ricerca sugli Imperi dell&apos;Atlantico. America
britannica e America spagnola, 1492-1830,
pubblicata nel 2006, che la casa editrice Einaudi manda oggi in libreria nella
sua traduzione italiana.(Il Sole 24 ore, 14 febbraio 2010)






 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="colonizzazione" label="Colonizzazione" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="elliott" label="Elliott" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="imperi" label="Imperi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="inghilterra" label="Inghilterra" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="spagna" label="Spagna" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;text-indent:35.4pt"><span style="font-size:12.0pt">«Scrivere la storia comparativa comporta dei movimenti
che non sono diversi da quelli che servono per suonare la fisarmonica. Le due
società paragonate sono spinte l'una verso l'altra, ma solo per essere
nuovamente separate». Con queste parole John H. Elliott, Regius Professor
Emeritus di storia moderna a Oxford, uno dei più autorevoli storici viventi,
compendia la sua ponderosa ricerca sugli <i>Imperi dell'Atlantico. America
britannica e America spagnola, 1492-1830</i></span><span style="font-size:12.0pt">,
pubblicata nel 2006, che la casa editrice Einaudi manda oggi in libreria nella
sua traduzione italiana.</span></p><p class="MsoNormal" style="text-align: left;text-indent: 35.4pt; "><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 14 febbraio 2010)</span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;"><br /></span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">Il libro propone un confronto tra il colonialismo spagnolo e quello inglese nelle Americhe, ossia tra i due modelli imperiali più significativi dell'Europa moderna. Un viaggio parallelo che incomincia con la scoperta dei rispettivi «Nuovi mondi» da parte di un astuto notaio dell'Estremadura come Hernán Cortés nel 1519 e di un ex corsaro monco di un braccio di nome Christopher Newport nel 1606 e si conclude con il racconto del progressivo, ma inesorabile sfaldamento dei due sistemi imperiali. Anche in questo caso gli esiti sono differenziati sul piano cronologico, ma a parti invertite: precoci nel nord con la proclamazione dell'indipendenza degli Stati Uniti nel 1776 e più tardivi nel sud grazie all'onda lunga della Rivoluzione francese e all'influenza dei primi movimenti risorgimentali europei.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Due imperi allo specchio, l'uno davanti all'altro. L'America spagnola riflette una struttura centralizzata e burocratica del potere con stretti legami di dipendenza con la corona e un investimento statuale energico che, accanto all'uniformità linguistica, impone una solida omogeneità religiosa imperniata sul cattolicesimo. Il dominio imperiale è influenzato dall'alto grado di urbanizzazione incontrato, dall'elevata presenza demografica autoctona, dalla difficoltà di spostarsi agevolmente a causa di una natura e di un territorio ostili e soprattutto dalla scoperta di ingenti giacimenti minerari in grado di garantire, per oltre tre secoli, non solo l'autosufficienza economica delle colonie, ma anche il finanziamento bellico e l'alto livello dei consumi dell'aristocrazia spagnola nella madrepatria.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>L'America britannica, invece, rispecchia una struttura più aperta e flessibile, priva di una strategia di dominio organizzata: un «impero che esisteva solo nella fantasia» come notato dall'economista Adam Smith. Lo scarso numero di indigeni e l'assenza di una cultura urbana preesistente favorisce lo sviluppo del mito della frontiera così come la presenza di numerosi fiumi navigabili facilita gli spostamenti e i commerci via terra. L'assenza di ricchezze nel sottosuolo (l'utilità dei giacimenti di petrolio del Texas o dell'Alaska era ancora di là da venire) e la fertilità del terreno agevolano l'espansione di un'economia agricola imperniata sul cotone e sul tabacco. Tuttavia, rispetto alla Spagna, i costi sostenuti dall'Inghilterra nella difesa e nel mantenimento delle colonie sono maggiori dei benefici ottenuti. Sul piano religioso non si ha l'affermazione di una sola confessione, ma la diffusione di un mosaico di minoranze protestanti in fuga dall'Europa che per convivere sono obbligate alla tolleranza reciproca. Una condizione di pluralismo che ha favorito l'irradiamento di una cultura politica incentrata sui principi del consenso rappresentativo e della inviolabilità dei diritti individuali. Se le due potenze europee appaiono divise in tutto, non lo sono però nel considerare quegli immensi territori come uno spazio sacro e provvidenziale, assegnato loro per diritto romano e divino, al prezzo di massacrare gli abitanti locali e di fare uso e abuso di milioni di africani deportati in America come schiavi e forza lavoro praticamente gratuita.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; text-indent: 35.4pt; "><span style="font-size: 12pt; ">Il libro di Elliott si inserisce nella migliore tradizione della storiografia europea del secolo scorso, ideale prolungamento geografico, temporale e tematico della insuperata ricerca di Fernand Braudel su&nbsp;<i>Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II</i></span><span style="font-size: 12pt; ">. È lo stesso studioso inglese a riconoscere il suo debito di riconoscenza verso quell'ormai lontana stagione storiografica, culturale e civile, caratterizzata dalla<i>&nbsp;</i></span><span style="font-size: 12pt; ">«necessità di liberarsi delle barriere imposte dalle categorie rigidamente definite della storia politica, sociale ed economica, e di studiare, invece, le connessioni, talvolta evidenti, talvolta nascoste, tra le molteplici correnti che, tutte insieme, tessono la rete di una civiltà. L'<i>histoire totale</i></span><span style="font-size: 12pt; ">, ahimè, non sarà mai scritta compiutamente: rimane, tuttavia, l'aspirazione più nobile per ogni storico»<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; text-indent: 35.4pt; "><span style="font-size: 12pt; ">Dell'impresa di Elliott non interessa solo il tema scelto, ma soprattutto la vertigine dei problemi che affronta: l'avere accettato e vinto la sfida comparatista, fornendo un esempio notevolissimo della fecondità di un metodo che tanti evocano, ma pochi possono e sanno praticare con l'acribia e la leggiadria dello storico inglese. In effetti, per azzardarsi a comparare due realtà bisognerebbe dapprima conoscerle nella loro intima singolarità e non limitatamente ai punti di interconnessione giacché «l'autentica storia comparata si deve occupare delle similitudini come delle differenze»; e non è mai un discorso sulle identità, inevitabilmente ideologico, psicologico o memorialistico, ma sul loro trasformarsi dinamico, intrecciato, relazionale, in una sola parola, storico. Elliott accetta e vince anche una seconda sfida che lo rende originale rispetto allo spirito dominante del tempo e perciò tendenzialmente fecondo: sceglie una cronologia lunga e uno spazio dilatato in un'età, la nostra, in cui tutte le discipline, non solo la storia, si definiscono in quanto specialismo, col rischio di smarrire il senso del movimento globale, il respiro e il ritmo di un corpo culturale preso nel suo insieme, dentro un contesto che è anzitutto un fascio di rapporti di forza e di condizioni date sul piano climatico, demografico, antropologico, economico, energetico, materiale. Dal predominio di questa tendenza scaturiscono gli&nbsp;<i>idola</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;pedagogici di oggidì dell'interdisciplinarietà e dei collegamenti che sempre più rischiano di mettere in relazione due diverse forme di fragilità o, nei casi peggiori, di ignoranza, che sarebbe come pretendere di costruire un ponte senza i pilastri. In questo libro, invece, di cemento armato ce n'è in abbondanza: si parla di impero spagnolo con la competenza di chi ha dedicato un'intera vita a studiare la monarchia asburgica non fuori dall'Europa ma dentro lo scacchiere continentale; ma si parla anche di impero inglese perché a quelle conoscenze magistrali Elliott ha avuto l'umiltà di aggiungere una quindicina di anni di nuove ricerche sui meccanismi di funzionamento dell'America britannica così da poter possedere i requisiti per comparare i due imperi entro un contesto atlantico.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; text-indent: 35.4pt; "><span style="font-size: 12pt; ">L'opera si contraddistingue per uno stile di scrittura chiaro e rigoroso in cui si combinano l'investigazione in profondità con il piacere della narrazione: si tratta di un pregio raro che rende il libro di gradevole lettura, nonostante la mole e l'erudizione. Tra i suoi meriti principali c'è quello di spiegare come la cosiddetta globalizzazione non sia nata nel Novecento, ma abbia robuste radici nei meccanismi di funzionamento dell'economia mondiale in età moderna sul piano culturale, commerciale ed energetico: l'argento estratto dalla Spagna in sud America arrivava in Europa da dove viaggiava verso l'Asia condizionando, già allora, il mercato a livello internazionale, per non parlare delle rotte commerciali transoceaniche o del mercato triangolare degli schiavi. In questo modo la storia della colonizzazione e degli imperi americani si trasforma anche in un originale affresco in controluce dell'Europa moderna, delle sue capacità di espansione militare e politica e di proiezione ideale e culturale verso l'esterno.<span>&nbsp;</span><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>La fisarmonica comparatista di Elliott suona una melodia dolce e stridente al tempo, quella che accompagna da sempre l'incontro e lo scontro fra gli uomini - l'indifferenza, il pugno e la carezza dei nostri scambi: per questa ragione ci auguriamo che possa essere ascoltata da chi si appresta ad attraversare oggi l'Atlantico - al nord o al sud, per turismo o per lavoro non importa - ma anche da quanti amano spostarsi con la mente e con il cuore grazie alla lettura: la storia, la buona storia, infatti, è sempre musica e viaggio.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 14 febbraio 2010)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Il Pd un elefante immobile travolto dai candidati Avatar</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/01/il-pd-un-elefante-immobile-tra.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.700</id>

    <published>2010-01-27T18:07:48Z</published>
    <updated>2010-01-27T18:09:48Z</updated>

    <summary>

Con procedure diverse sono stati scelti i
candidati del centrosinistra in due regioni di strategica importanza come la
Puglia e il Lazio. È inevitabile che gli amanti della politologia discetteranno
sui criteri di selezione adottati (primarie sempre, primarie mai, solo quando
conviene, solo quando non conviene), ma ciò che più importa sono gli esiti «a
prescindere», ossia le possibilità che i due candidati prescelti avranno di
vincere contro il centrodestra e poi, eventualmente, di governare le due
regioni. Anzi, la variabilità degli stili adottati nel Lazio e in Puglia è lì a
dire che intorno alle primarie non si gioca affatto una battaglia di principio,
ma di più scaltre convenienze, un puro mantello metodologico depositato sul
nudo corpo della politica, a coprire convincimenti, rapporti di forza e
interessi.

(Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2010)




 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="bonino" label="Bonino" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="partitodemocratico" label="Partito Democratico" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="populismo" label="Populismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="primarie" label="Primarie" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="vendola" label="Vendola" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; ">Con procedure diverse sono stati scelti i
candidati del centrosinistra in due regioni di strategica importanza come la
Puglia e il Lazio. È inevitabile che gli amanti della politologia discetteranno
sui criteri di selezione adottati (primarie sempre, primarie mai, solo quando
conviene, solo quando non conviene), ma ciò che più importa sono gli esiti «a
prescindere», ossia le possibilità che i due candidati prescelti avranno di
vincere contro il centrodestra e poi, eventualmente, di governare le due
regioni. Anzi, la variabilità degli stili adottati nel Lazio e in Puglia è lì a
dire che intorno alle primarie non si gioca affatto una battaglia di principio,
ma di più scaltre convenienze, un puro mantello metodologico depositato sul
nudo corpo della politica, a coprire convincimenti, rapporti di forza e
interessi.</span></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2010)</span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">In Puglia il governatore uscente, un dirigente politico di lungo corso, affabulatore e carismatico, a capo di un movimento di fuoriusciti da Rifondazione comunista, ha trasformato quella regione nella trincea della sua ultima battaglia personale, ove segnare il destino della propria carriera politica, meritevole di ben altri palcoscenici e destini.<span>&nbsp;&nbsp;</span>Vendola, dopo essere stato sconfitto per un soffio in un congresso che lo avrebbe dovuto incoronare segretario di una nuova sinistra libertaria ed ecologista finalmente post-comunista, ha l'estrema determinazione di chi ormai non ha più nulla da perdere: impone le primarie al Pd perché sa di poterle vincere a mani basse; prevale alla grande e ora vedremo se riuscirà a conquistare l'agognata riconferma come governatore, approfittando delle divisioni del centrodestra. Lo fa su un impianto dichiaratamente populista, come se in questi cinque anni fosse stato all'opposizione: la Puglia è la terra che amo e che voglio difendere dagli sfruttatori (il centro, il nord, il sistema dei partiti), sono solo, buono e puro in lotta contro i corrotti e difenderò «il popolo e la gente di Puglia» contro il male delle «caste politiche ed economiche visibili e invisibili», novello «Avatar» in salsa global-local.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Nel Lazio una dirigente politica di lunghissimo corso (eletta in Parlamento per la prima volta nel 1976) competente e carismatica, alla guida di un partito che ha fatto dell'antipartitocrazia la ragione della sua pluridecennale sopravvivenza come partito, gioca d'anticipo con notevole sagacia tattica e impone al Pd di sostenerlo, ovviamente rifiutando le primarie che teme di perdere. Lo fa su un impianto personalistico: io sono la Bonino con tutta la mia storia (antipartitocratica, anticlericale, abortista e divorzista), un «Avatar» radicale all'assalto di un'immaginifica cittadella clerico-vaticana. I vantaggi per lei sono chiarissimi: se perde, otterrà un risultato a due cifre mai raggiunto nella sua pluridecennale carriera politica e la responsabilità sarà tutta del Pd per non averla sostenuta abbastanza; se vince, avrà vinto lei e se poi non riuscirà a governare sarà certo colpa dei lacci e lacciuoli della casta corrotta dei partiti.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Il problema politico però è un altro e attiene alla principale forza di opposizione nel nostro paese: in entrambi i casi il Pd appare come un elefante immobile che subisce il pungiglione di minoranze abili e carismatiche. Sembra incapace<span>&nbsp;&nbsp;</span>di trasformare il suo consenso elettorale ampio in energia e azione politica conseguente. Come mai? Qui è la questione, ma il&nbsp;<i>punctum dolens</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;non è nella testa perché mai come oggi il Pd ha una&nbsp;<i>leadership</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;autorevole, legittimata sia dal voto di un congresso che dal lavacro delle primarie.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Piuttosto stupisce il deficit del partito come corpo di quadri intermedi, ossia la mancanza di possibili candidati autorevoli a livello locale: sia la Puglia sia il Lazio denunciano la difficoltà di elaborare una proposta politica autonoma scaturita dalle classi dirigenti interne, a parte la riserva indiana dei soliti noti, con la retorica permanente del «salvatore della patria». Tutti sanno che i veri candidati del Pd sarebbero dovuti essere Nicola Zingaretti e Michele Emiliano: con il piccolo particolare che erano stati da poco eletti in altre cariche istituzionali e che nessuno dei due aveva il benché minimo interesse a spendersi in un quadro tanto instabile e lacerato. Eppure, a furia di partiti liquidi e leggeri, è mancato il coraggio di rischiare altri nomi, volti e storie, l'espressione di una coerenza politica, seppure a maggioranza, insomma di scommettere sparigliando le carte.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Ora si avverte la necessità - fa bene Bersani a ribadirlo in queste ore - di tenere ferma la barra nonostante la momentanea battuta d'arresto, che non deve essere sottovalutata perché delinea l'esistenza anche nel centrosinistra di un «leghismo» politico. Il disegno di un'alleanza con l'Udc è strategico e le Regionali avrebbero dovuto essere un primo banco di prova per verificarlo. In effetti, ciò che è stata arrestata in Puglia come nel Lazio è proprio questa strategia e certe cose non avvengono né si ripetono due volte per caso: nel Lazio accettando senza primarie il più indigeribile degli avversari di Casini; in Puglia candidando con le primarie l'unico su cui c'era un veto dell'Udc. Che tutto questo faccia il gioco di Berlusconi (colui che ha subito il rifiuto dell'Udc a entrare nella Pdl e la sua capacità di resistenza elettorale) è evidente.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Un partito può perdere in molti modi, ad esempio difendendo una strategia di cui è convinto, nella consapevolezza che germoglierà domani; questo invece è il modo peggiore perché il Pd si è fatto imporre la politica dagli altri. Ne scaturisce un paradosso di non poco momento: ammesso e non concesso che gli «Avatar» Vendola e Bonino riuscissero prima a prevalere e poi a governare, anche così il Pd non avrebbe particolari motivi per gioire avendo concorso a una vittoria che non è politicamente la sua.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2010)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Il filo della storia smarrito nella rete</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/01/il-filo-della-storia-smarrito.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.694</id>

    <published>2010-01-17T18:46:35Z</published>
    <updated>2010-01-17T18:50:37Z</updated>

    <summary>

Il dibattito aperto dall&apos;editoriale del
direttore del Sole 24 Ore sull&apos;attendibilità del web, la necessità di darsi
regole condivise insieme con strumenti di verifica delle informazioni e le
vivaci reazioni del cosiddetto popolo della Rete sono la spia dell&apos;importanza
delle questioni sollevate dall&apos;articolo e della sensibilità con cui sono
vissute da una parte degli utenti di internet. (Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)




 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="foucault" label="Foucault" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="internet" label="Internet" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="populismo" label="Populismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:#404041">Il dibattito aperto dall'editoriale del
direttore del Sole 24 Ore sull'attendibilità del web, la necessità di darsi
regole condivise insieme con strumenti di verifica delle informazioni e le
vivaci reazioni del cosiddetto popolo della Rete sono la spia dell'importanza
delle questioni sollevate dall'articolo e della sensibilità con cui sono
vissute da una parte degli utenti di internet. </span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)</span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<div style="text-align: left;"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">
<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:#404041">Il punto nodale è che anche in un mondo
virtuale dimostriamo «quella volontà di verità che ha attraversato tanti secoli
della nostra storia» che il filosofo Michel Foucault considerava l'asse motore
delle retoriche e delle pratiche di esclusione e inclusione della cultura
occidentale, il perno intorno al quale si è storicamente organizzata in modo
binario la conoscenza (vero/falso), la morale (bene/male) e l'estetica
(bello/brutto). Riflettere criticamente sul mondo di internet è utile perché
ormai esso è entrato nel nostro uso quotidiano ed è facile prevedere che il suo
spazio nelle nostre vite si dilaterà sul piano quantitativo e qualitativo. Ma
bisogna farlo liberandosi dal timore di sembrare passatisti o alieni dal
progresso, accettando di confrontarsi con la realtà di questa nuova locomotiva
del XXI secolo senza indulgere in inutili demonizzazioni o facili entusiasmi,
ma appunto col maggiore senso critico di cui siamo capaci. Naturalmente un tema
simile interessa da vicino anche gli studiosi di storia perché il web non è
solo una tecnica, ma anche un diverso approccio con la realtà e un differente
modo di guardarla al quale è impossibile non essere sensibili. Il primo
problema concerne la strutturazione di un tempo continuo e orizzontale
fagocitato a ritmi vertiginosi rispetto al passato, un'invasione di memoria
dopo l'altra, ciascuna caratterizzata da una labilità costitutiva che si
acconcia alla nostra famelica necessità di consumare prodotti sempre nuovi a
condizione di avere dimenticato i precedenti. È un consumo che richiede l'oblio
del processo di origine e di formazione, ma ha la capacità di reificare dentro
l'atto ogni volta l'idea di libertà. Da questa strutturazione dello spazio
virtuale deriva una perdita di profondità e di verticalità del rapporto
percettivo tra tempo e individuo che influenza la struttura della narrazione
storica, ma anche le modalità di ricerca e la pedagogia dell'insegnamento.  La
seconda questione riguarda l'attendibilità dei dati presenti su internet, ove
sono strutturalmente mescolati l'alto e il basso, il giusto e l'errato, il vero
e il falso, l'urlo e il sussurro. Un calderone sempre in ebollizione e perciò
altamente attraente e persuasivo nel quale bisogna orientarsi imparando a
distinguere gerarchie di qualità e di valore. A questo proposito il successo e
i limiti dell'enciclopedia Wikipedia sono esemplari. Il problema non interessa
l'origine pratica dell'errore, che è presente in qualunque piattaforma ed
esperienza gnoseologica, ma nel metodo che impedisce di individuarlo e che anzi
tende a moltiplicarlo a dismisura perché le forze dei controllori sono impari
rispetto all'invasione di quanti immettono sempre nuovi dati da verificare.
L'equivoco di fondo non sta nella pretesa da parte di Wikipedia di considerarsi
un'enciclopedia, ma di essere giudicata tale dai suoi utenti che accolgono
un'erronea e fuorviante sovrapposizione tra informazione e conoscenza. Il primo
è un dato, il secondo un processo che implica i concetti di
responsabilizzazione autoriale, di validazione delle notizie, di riconoscibilità
degli intermediari e di verificabilità del percorso effettuato. Il terzo
problema riguarda l'inserimento sempre più massiccio delle fonti archivistiche
su internet. Ciò sta avvenendo a prezzo di un'inevitabile selezione dei
materiali e discrezionalità di scelta che certo condizionerà il futuro delle
ricerche sul piano tematico perché proporsi di digitalizzare tutti i fogli
conservati in un archivio storico di medie dimensioni sarebbe come volere raccogliere
e catalogare uno a uno i granellini di sabbia di una spiaggia. È facilmente
prevedibile che si assisterà a un sempre più accentuato spostamento dagli
archivi cartacei a quelli digitalizzati, ma le ragioni che producono questo
movimento sono sovente dei disvalori quali ad esempio il risparmio, la
superficialità e la pigrizia. Entrano in gioco anche potenti interessi
economici e la politica dovrebbe avere almeno la consapevolezza di ciò e
assumersi la responsabilità di equilibrare i flussi delle risorse tra le
diverse tipologie di archivio. Senza dimenticare, che conoscere un documento
non significa solo leggerlo, ma anche toccarlo e vederlo negli occhi e non
attraverso lo schermo di un computer che lo rimanda di per sé già semplificato:
la sua materialità (carta, inchiostri, formato) rivela il contesto ed è indizio
prezioso per costruire un discorso di verità intorno a esso. Youporn sta a un
ipotetico e certo meno appetibile Youarchive come una donna o un uomo in carne
e ossa stanno a un documento in originale, ma su questo secondo aspetto
sembriamo meno sensibili alla differenza. Il quarto problema è costituito
dall'improvvisa scomparsa della cosiddetta critica delle varianti, ossia dei
processi di costruzione di un testo autoriale. Siamo piuttosto sempre più
invasi da una documentalità evanescente e liquida che renderà in futuro più
impalpabile la ricostruzione dei movimenti preparatori e delle decisioni che
hanno portato alla definizione di alcune scelte esecutive in campo culturale o
politico. Qui è sufficiente segnalare che tutto ciò non costituisce un percorso
neutro, ma è il prodotto di rapporti di forza e di volontà di manipolazione che
si fanno sempre più nascoste e dunque dal difficile controllo pubblico e
privato. Basta riflettere per un attimo sull'algoritmo misterioso che fonda le
gerarchie di rilevanza tra il motore di ricerca Google e Wikipedia, la nuova
pietra filosofale del nostro sistema culturale di massa. Per farlo, non servono
dietrologie o semplificazioni, ma gusto analitico e curiosità, in grado di
fornire maggiore consapevolezza e dunque libertà. Insomma, anche se non sembra,
stiamo discutendo della qualità della nostra democrazia. Lo studioso di storia è
consapevole che il buon maestro non deve insegnare verità (ideali, realistiche
o scettiche poco importa), ma dubbi, perché una verità che dubita di se stessa è
più forte in quanto include l'altro e non pretende di dominarlo trasformandolo
in dogma o scepsi a colpi di clic e di pixel. Non a caso, il primo e ancora
insuperato maestro della cultura occidentale non è Platone né Aristotele, ma
Socrate, una pura invenzione virtuale che non ha lasciato nulla di scritto, a
parte la disperata cronaca della sua morte dentro il potere perché in lotta con
esso, un racconto tradito (nel senso di tramandato, <i>of course</i>) dai suoi ambiziosi
discepoli.</span><span style="font-size:12.0pt"><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify">(Il Sole 24 ore, 17 gennaio 2010)</p>

<!--EndFragment-->


</span></font></div>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Un 30% di buon senso tra i banchi di scuola</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/01/un-30-di-buon-senso-tra-i-banc.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.691</id>

    <published>2010-01-14T23:36:45Z</published>
    <updated>2010-01-14T23:42:59Z</updated>

    <summary>

Nei
giorni scorsi il ministro dell&apos;Istruzione Mariastella Gelmini ha proposto di
fissare un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle prime classi
elementari, medie e superiori. L&apos;idea non sembra solo ispirata a principi di
buon senso, ma è anche condivisibile per ragioni di carattere culturale, civile
e politico. Anzitutto, non appare opportuno creare delle concentrazioni di
studenti stranieri in determinate classi e scuole che tendono a configurarsi -
come è stato detto - in ghetti di fatto, ossia a diventare il prolungamento
scolastico di agglomerati urbani ad alta densità di immigrazione.(Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2010)




 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="dipietro" label="Di Pietro" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="gelmini" label="Gelmini" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="immigrazione" label="Immigrazione" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="lega" label="Lega" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="razzismo" label="Razzismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">Nei
giorni scorsi il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha proposto di
fissare un tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle prime classi
elementari, medie e superiori. L'idea non sembra solo ispirata a principi di
buon senso, ma è anche condivisibile per ragioni di carattere culturale, civile
e politico. Anzitutto, non appare opportuno creare delle concentrazioni di
studenti stranieri in determinate classi e scuole che tendono a configurarsi -
come è stato detto - in ghetti di fatto, ossia a diventare il prolungamento
scolastico di agglomerati urbani ad alta densità di immigrazione.</span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2010)</span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">Di conseguenza, è bene che lo studente straniero sia adeguatamente distribuito fra le classi di una scuola e fra le scuole di un quartiere e fra i quartieri di una città in base a normali principi di equità e di uguaglianza delle opportunità.  In secondo luogo, la scuola pubblica, soprattutto quella dell'obbligo, è oggi in Italia una delle poche esperienze davvero miste sul piano sociale, etnico, religioso e culturale, forse il principale luogo e strumento di integrazione, la prima palestra democratica della nuova cittadinanza di domani. Il compito precipuo di una scuola pubblica è quello di evitare l'esasperazione di derive identitarie basate su presupposti di carattere esclusivamente economico, etnico o confessionale che tendono ad accrescere il grado di separatezza, di contrapposizione e di conflittualità dentro una comunità, i cui costi sociali, politici e culturali sono poi pagati nel medio-lungo periodo da tutte le sue componenti. Al contrario le classi e le scuole con percentuali maggioritarie di stranieri sono la negazione vivente di questo modello scolastico costituzionale e repubblicano perché di fatto danno vita a luoghi sempre più divisivi, inevitabilmente portati alla purezza etnica, culturale e religiosa con il conseguente corollario di paura, diffidenza e aggressività reciproche che alimentano.  Inoltre, questo provvedimento, se ben applicato e coordinato con la dovuta flessibilità dalle autorità competenti, potrebbe contribuire a evitare il consolidarsi, anche in ambito pubblico, di classi e scuole di serie A e di serie B: le prime che evitano come la peste la sfida e le opportunità dell'integrazione, le seconde che sono obbligate dalle circostanze ad assumersene l'intero carico, spesso in realtà già economicamente disagiate.  Infine, l'esistenza di classi o di scuole ove concentrare l'intera quota di stranieri presente in un territorio rischia di produrre effetti negativi anche sul piano didattico perché rallenta, per ragioni evidenti, la preparazione di tutta la classe e l'applicazione dei programmi ministeriali. Per esempio, al cospetto di realtà sociali disagiate o di obiettive difficoltà linguistiche, ove i genitori, spesso con lavori umili, non hanno il tempo né la possibilità di aiutare i propri figli nei compiti a casa. Se invece la percentuale degli studenti stranieri fosse distribuita pariteticamente nelle diverse scuole di una città, sarebbe più facile per la maggioranza socialmente e culturalmente avvantaggiata riuscire a trascinare la minoranza in difficoltà. Anche il lavoro dell'insegnante ne risulterebbe sollevato.  Naturalmente questa riflessione è significativa nella misura in cui si inserisce dentro un percorso di integrazione legato alla elaborazione di un nuovo concetto di cittadinanza. A questo proposito, è importante che il ministro abbia precisato che dalla percentuale sono esclusi gli studenti stranieri nati in Italia. Se ciò non avvenisse - e bisognerà vigilare che quanto affermato sia ribadito nel decreto - allora sì che ci troveremmo al cospetto di un provvedimento censurabile. Sarebbe infatti impensabile pretendere di spostare per decreto da una scuola all'altra chi è nato in Italia da genitori stranieri, quanti formano la cosiddetta "generazione Balotelli", che hanno imparato la lingua italiana sin dalla scuola materna e spesso preferiscono esprimersi nel dialetto della regione in cui abitano da sempre; discriminarli in base al colore della loro pelle, l'esotismo del cognome o il luogo di nascita dei genitori, che da dieci-quindici anni vivono e lavorano nel nostro paese e pagano regolarmente le tasse.  Per queste ragioni, una cultura riformista sensibile alle esigenze dei più deboli dovrebbe avere l'accortezza di riconoscere che l'idea della Gelmini è un buon punto di partenza e dovrebbe farla propria senza tirare fuori argomenti demagogici o pretestuosi come non ha perso l'occasione di fare Antonio Di Pietro, il quale ha parlato di razzismo e di proposta pericolosa che evocherebbe «atroci barbarie» del passato. Anche perché il provvedimento della Gelmini, a ben guardare, è esattamente il contrario del vecchio progetto della Lega di istituire le cosiddette "classi ponte", ossia classi separate che implicavano il recupero sul piano istituzionale di un vecchio arnese reazionario e razzista, quello delle cosiddette classi differenziate, ieri per i figli di Calabria o del Veneto oggi per quelli del Marocco o delle Filippine. Non cogliere questa contraddizione nell'avversario costituisce un grave errore di valutazione politica perché contribuisce a compattarlo mediaticamente anche quando sostiene il contrario di quanto affermato in precedenza.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "> Il governo dell'immigrazione è una sfida complessa che implica la consapevolezza che nessuna accoglienza può avvenire senza regole e senza l'investimento di adeguate risorse economiche e culturali e nessuna autentica integrazione può realizzarsi senza il chiaro e contemporaneo riconoscimento di un quadro preciso e codificato di diritti e di doveri. Questa è la sfida che abbiamo davanti, contro gli argomenti propagandistici di certa destra («immigrati uguali criminali») e di certa sinistra («immigrati uguali Eldorado»). Da qui dovrebbe partire una politica forte per elaborare un'idea di cittadinanza inclusiva che consenta di guardare all'Italia di domani con maggiore ottimismo e a quella di oggi con minori ipocrisie.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 14 gennaio 2010)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>L&apos;indifferenza nordista per una bomba italiana</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2010/01/lindifferenza-nordista-per-una.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2010://21.687</id>

    <published>2010-01-07T10:30:41Z</published>
    <updated>2010-01-07T10:32:42Z</updated>

    <summary><![CDATA[

La bomba della 'ndrangheta
esplosa davanti alla Procura generale della Repubblica di Reggio Calabria è un
segnale inquietante perché colpisce i simboli e i luoghi delle istituzioni,
laddove sono più fragili ed esposti che altrove. Quando si colpisce una Procura
della Repubblica si vuole «attaccare il cuore dello Stato», una formula antica
e lutulenta che ricorda come la strategia adottata dalle cosche sia intimamente
terroristica.(Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2010)



&nbsp;



&nbsp;

&nbsp;




 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="ndrangheta" label="&apos;ndrangheta" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="gramsci" label="Gramsci" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="mafia" label="Mafia" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="questionemeridionale" label="Questione meridionale" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; ">La bomba della 'ndrangheta
esplosa davanti alla Procura generale della Repubblica di Reggio Calabria è un
segnale inquietante perché colpisce i simboli e i luoghi delle istituzioni,
laddove sono più fragili ed esposti che altrove. Quando si colpisce una Procura
della Repubblica si vuole «attaccare il cuore dello Stato», una formula antica
e lutulenta che ricorda come la strategia adottata dalle cosche sia intimamente
terroristica.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2010)</span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;"><br /></span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"></p><div style="text-align: justify;"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;"><br /></span></font></div>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt"><span style="font-size:12.0pt">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">Non è la prima volta che accade, anzi in un passato non lontano è avvenuto che la mafia - nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica - abbia dispiegato la sua potenza stragista tra Milano, Firenze e Roma. Ed era già capitato tra la Sicilia e la Calabria negli anni Settanta che non furono luoghi di terrorismo rosso, ma di un programmatico accordo tra poteri neri e mafia, ad esempio nel periodo in cui il sindaco di Palermo era il democristiano della corrente andreottiana Vito Ciancimino.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Oggi, per fortuna, non siamo davanti a un nuovo disegno stragista, ma a una bomba di avvertimento, un «warning» al nuovo procuratore Salvatore Di Landro: qui è territorio nostro, riga dritto, e ricorda che dalle nostre parti si dice «Cu è orbu, surdu e taci, campa cent'anni in paci» e «Cu dici non sacciu, si leva du 'mpacciu». E quindi i criminali scelgono di impaurire i magistrati perché sanno bene che lo Stato non è un'astrazione, ma è composto da uomini e donne che possono scegliere di fare o di non fare il loro dovere e, forse, si stanno rendendo conto che la retorica populistica contro la funzione pubblica del «tutti sono fannulloni» - da sempre la loro migliore alleata - inizia a mostrare la corda.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Pensiamo però che la bomba calabrese debba essere un «caveat» anche per un pezzo vasto e profondo dell'opinione pubblica italiana che riflette e amplifica il deterioramento generale di un lungo e faticoso percorso di convergenza fra il sud e il resto della penisola producendo un curioso paradosso prospettico: gran parte di noi oggi guarda al meridione con l'indifferente e supponente dispregio con cui gran parte del mondo guarda all'Italia: «affari loro», «sono irrecuperabili» - si sente sempre più spesso dire. In realtà, il rapporto tra il nord e il sud della penisola nella seconda metà del Novecento si è basato su un equilibrio difficile che si reggeva su un patto non scritto fra la manodopera a basso costo di origine meridionale e il capitale imprenditoriale settentrionale, dando vita, fra tensioni sociali e conflitti antropologici, a uno sviluppo economico e civile di segno espansivo. Negli ultimi anni, a essere venuto meno è questo bilanciamento virtuoso perché interdipendente dello sviluppo nazionale, a causa di ragioni strutturali evidenti, dovute a una nuova e diversa organizzazione della divisione del lavoro a livello mondiale: dalla delocalizzazione internazionale della manodopera a basso costo ai flussi migratori dentro processi e scambi ormai su scala globale.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Anche per questo l'Italia appare sempre più divisa in due: il nord è una delle zone più ricche del pianeta, il sud vive una nuova fase di depressione, ma la questione meridionale non è stata risolta, né superata, bensì semplicemente abbandonata alle sue retoriche. Il dato politico di fondo, però, è che la parte ricca del paese non solo finge di dimenticare di esserlo diventato anche grazie ai talenti intellettuali e alla forza lavoro bruta della gente meridionale, ma è divenuta indifferente ai destini di quella depressa.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Purtroppo è proprio questo grumo ideale, di isolamento, disprezzo e apatia ad alimentare la forza delle mafie su scala nazionale. Ma la 'ndrangheta occhieggia all'intimidazione terroristica anche perché infastidita dai segnali di reazione e di risveglio provenienti proprio dalla Sicilia e dalla Calabria, presso la parte migliore dei giovani e dell'imprenditoria locale: dal movimento calabrese «Ammazzateci tutti» a quello siciliano «Addiopizzo», all'impegno di Ivan Lo Bello, protagonista della svolta anti-raket della confindustria siciliana, la forma di una coraggiosa resistenza civile e politica che meriterebbe ben altro che la nostra disattenzione.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Già Antonio Gramsci nei&nbsp;<i>Quaderni dal carcere</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;aveva messo in risalto che il nodo della crisi dello Stato-nazione emergeva ciclicamente presso l'opinione pubblica italiana, in ogni fase di difficoltà e di ristrutturazione globale (allora era la crisi del 1929 a pungere e a far male): «Si può notare che tale letteratura fiorisce nei momenti più caratteristici di crisi politico-sociale, quando il distacco tra governanti e governati si fa più grave e pare annunziare eventi catastrofici per la vita nazionale; il panico si diffonde tra certi gruppi intellettuali più sensibili e si moltiplicano i conati per determinare una riorganizzazione delle forze politiche esistenti, per suscitare nuove correnti ideologiche nei logori e poco consistenti organismi di partito o per esalare sospiri e gemiti di disperazione e di nero pessimismo».<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Ecco, anche oggi non è tempo di panico né di nero pessimismo o di gemiti di disperazione, ma soprattutto non è l'ora dell'indifferenza che è il male peggiore di tutti: la bomba di Reggio Calabria è una bomba italiana, riguarda ciascuno di noi.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2010)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Quell&apos;antico mordi e fuggi</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/12/quellantico-mordi-e-fuggi.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.681</id>

    <published>2009-12-22T23:29:55Z</published>
    <updated>2009-12-22T23:31:57Z</updated>

    <summary>

La teoria della ragion di Stato, elaborata dal gesuita
Giovanni Botero nel 1589 (una decina di anni prima di essere accolto come
precettore dei figli del duca di Savoia Carlo Emanuele I), è importante nella
storia del pensiero europeo perché informerà la cultura politica del Seicento e
oltre, a prescindere dalla distinzione, nell&apos;ambito del cristianesimo
occidentale, tra cattolici e protestanti. La riflessione di Botero si concentra
sul ruolo di scambio e vicendevole vantaggio che egli auspica si instauri tra
la religione e il potere politico col fine di un rafforzamento reciproco dei
due ambiti giacché i buoni fedeli sono destinati a essere anche dei sudditi
obbedienti.(Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2009)






 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="ducatodisavoia" label="ducato di Savoia" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="valdesi" label="Valdesi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:56.35pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">La teoria della ragion di Stato, elaborata dal gesuita
Giovanni Botero nel 1589 (una decina di anni prima di essere accolto come
precettore dei figli del duca di Savoia Carlo Emanuele I), è importante nella
storia del pensiero europeo perché informerà la cultura politica del Seicento e
oltre, a prescindere dalla distinzione, nell'ambito del cristianesimo
occidentale, tra cattolici e protestanti. La riflessione di Botero si concentra
sul ruolo di scambio e vicendevole vantaggio che egli auspica si instauri tra
la religione e il potere politico col fine di un rafforzamento reciproco dei
due ambiti giacché i buoni fedeli sono destinati a essere anche dei sudditi
obbedienti.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:56.35pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2009)</span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:56.35pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;"><br /></span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 56.35pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">Dopo il pronunciamento di Martin Lutero del 1517, la pace di Augusta del 1555 stabilì, limitatamente ai cattolici e ai luterani, che dovesse esistere una totale corrispondenza tra la religione del sovrano e quella dei suoi sudditi; quanti sostenevano una fede diversa erano obbligati alla conversione, all'esilio o alla dissimulazione, altrimenti sarebbero stati uccisi e i loro beni confiscati. Nel 1648, dopo trent'anni di una terribile guerra europea, questo principio confessionale fu esteso con la pace di Westfalia anche ai calvinisti. Anche dal progressivo radicamento di tale precetto derivava come inevitabile conseguenza che l'eretico (il protestante in terra cattolica, il cattolico in terra protestante) incorreva&nbsp;<i>ipso facto</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;nel reato di lesa maestà e perciò era condannato a morte dall'autorità secolare.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 56.35pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Dentro questa temperie politica, religiosa e culturale deve essere inserito quanto avvenne nel ducato di Savoia nella primavera del 1655 nel corso delle cosiddette «Pasque piemontesi». Durante la reggenza di Maria Cristina i rapporti con i sudditi di religione valdese, che dal 1532 avevano aderito alla Riforma, subirono un brusco peggioramento. Il trattato di Cavour del 1561 aveva concesso a questa minoranza, caso unico in Europa, una qualche forma di tolleranza e dunque la facoltà di esercitare la libertà di coscienza e di praticare il culto pubblico entro i confini delle valli da loro abitate. L'accordo tuttavia fu rimesso in discussione e una serie di atti prima sopportati dalle autorità politiche furono all'improvviso giudicati sovversivi (in quanto «rebelli al suo principe», come si scriveva nelle relazioni coeve) in base alla teoria e ai nuovi equilibri boteriani sopra enunciati. Nell'aprile del 1655, nel corso di una ventina di furibonde giornate, un esercito guidato dal marchese di Pianezza mise a ferro e fuoco la Val Pellice compiendo saccheggi e massacri di civili e costringendo i sudditi piemontesi di religione valdese («che andavano a mira di farsi Repubblicanti») a fuggire in esilio oppure ad abiurare la loro fede. In una prima fase la campagna militare ebbe successo, da un lato per l'effetto sorpresa e la sproporzione delle forze in campo, dall'altro perché il marchese di Pianezza potè approfittare della contemporanea presenza di sei guarnigioni francesi che proprio in quei giorni stavano attraversando il Piemonte per raggiungere Pavia, assediata dagli spagnoli. Ma quando i francesi, all'inizio di maggio, si furono allontanati iniziò la riscossa militare valdese, guidata da Josué Janavel e Bartolomo Jahier, che riuscirono a ottenere il ritiro delle truppe ducali. Anche in seguito all'interessamento delle principali potenze europee, in particolare dell'Inghilterra del&nbsp;<i>leader</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;repubblicano puritano Oliver Cromwell, si impose nell'agosto 1655 una soluzione diplomatica, le cosiddette «Patenti di grazia», che di fatto ripristinarono il trattato di Cavour del 1561.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 56.35pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>La vicenda è significativa almeno per due ragioni: anzitutto perché suscitò un notevole movimento di opinione a livello internazionale, alimentato da numerosi&nbsp;<i>pamphlet</i></span><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;e dall'impegno di poeti come John Milton; in questo modo si mostrò, forse per la prima volta nella storia europea, che un abile uso della propaganda e l'organizzazione di collette e di digiuni di solidarietà poteva avere un ruolo nella soluzione dei conflitti militari. In secondo luogo, perché le forme di guerriglia mordi e fuggi praticate dai resistenti valdesi costituiranno un modello militare e politico destinato a durare a lungo e ancora vivo fra i partigiani piemontesi durante la guerra di liberazione dal nazifascismo.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 56.35pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Rispetto alla grande storia, la resistenza dei valdesi del 1655 è forse un episodio minore, ma brilla ancora di luce propria se inserito in un processo storico più vasto, caratterizzato da oltre un secolo e mezzo di guerre di religione fra europei da cui è scaturita - a prezzo di centinaia di migliaia di morti - la consapevolezza che i valori della libertà di coscienza e di religione e quelli della tolleranza e della laicità come metodo devono essere posti a fondamento della convivenza civile.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 56.35pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 20 dicembre 2009)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Il premier ferito: seconda Repubblica senza parole</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/12/il-premier-ferito-seconda-repu.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.678</id>

    <published>2009-12-16T13:30:56Z</published>
    <updated>2009-12-16T13:33:10Z</updated>

    <summary><![CDATA[

Il linguaggio della politica italiana è
ammalato e non da oggi. Si tratta di un problema serio perché noi siamo il
nostro linguaggio (verbale, corporeo, visivo) con il quale comunichiamo i
pensieri e quindi le intenzioni del nostro agire. Si dice che il dittatore
Francisco Franco amasse ripetere: «Si è padroni dei propri silenzi e schiavi
delle proprie parole». In effetti, le parole sono importanti, ci servono per
dire il mondo e rappresentarlo, ma «chi parla male, pensa male» urlava Nanni
Moretti contro la vittima di turno delle sue nevrosi postmoderne.&nbsp;(Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2009)




 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="berlusconi" label="Berlusconi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="bossi" label="Bossi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="dipietro" label="Di Pietro" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="populismo" label="Populismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><span class="Apple-style-span" style="color: rgb(64, 64, 65); font-size: 16px; ">Il linguaggio della politica italiana è
ammalato e non da oggi. Si tratta di un problema serio perché noi siamo il
nostro linguaggio (verbale, corporeo, visivo) con il quale comunichiamo i
pensieri e quindi le intenzioni del nostro agire. Si dice che il dittatore
Francisco Franco amasse ripetere: «Si è padroni dei propri silenzi e schiavi
delle proprie parole». In effetti, le parole sono importanti, ci servono per
dire il mondo e rappresentarlo, ma «chi parla male, pensa male» urlava Nanni
Moretti contro la vittima di turno delle sue nevrosi postmoderne.&nbsp;</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2009)</span></font></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; color: rgb(64, 64, 65); ">Per una volta hanno ragione entrambi, il dittatore e l'intellettuale. In Italia da troppo tempo, anche quando si rivestono incarichi di responsabilità politica e istituzionale, si parla tanto e male e ci si rende schiavi delle proprie parole in modo irresponsabile. Si avverte la diffusa mancanza di un ordine del discorso intessuto da legami logici e valoriali condivisi. Per fortuna a Milano - per fortuna anzitutto di Berlusconi e poi del nostro paese - a colpire è stato uno psicolabile isolato con il suo disordine costitutivo; eppure, nonostante ciò (o forse proprio per questa ragione) non riusciamo a tenere testa a quest'avvenimento e a metabolizzarlo con il dovuto equilibrio e senso di responsabilità, come anche il dibattito di ieri alla Camera ha dimostrato. Il disordine del linguaggio pubblico riguarda entrambi gli schieramenti e dunque la qualità della politica nel suo insieme. E non lo si dice per gusto dell'equidistanza, ma perché purtroppo è così: in tanti, in troppi, sembrano avere esaurito la riserva di linguaggio utile a tenere insieme un paese offeso. Il binomio principale che ha prodotto quest'effetto è quello fra personalizzazione della politica e populismo del messaggio. Lo rivelano, fra l'altro, le dichiarazioni di questi giorni di Antonio Di Pietro e Umberto Bossi e dei loro seguaci: i due populismi, nei momenti di difficoltà, si danno la mano e marciano paralleli. Le parole sono pietre e dunque bisogna smettere di usarle con leggerezza o malizia perché quando arrivano al bersaglio fanno male: l'irresponsabilità di Di Pietro è stata abbondantemente censurata come era giusto che fosse, quella di Bossi, invece, è passata sotto silenzio perché nei momenti di crisi lo squilibrio informativo, soprattutto nel settore televisivo, appare in tutta la sua palmare evidenza. Il senatùr ha dichiarato che l'episodio di Milano è un atto terroristico e ha dato il «la» al coro di quanti hanno evocato il demone degli anni Settanta come tanti apprendisti stregoni. In questo modo si sceglie di soffiare sulla fiamma della violenza e di usare le parole per attizzare nuove tensioni; oppure non si sa di cosa si sta parlando e si pronunciano frasi in libertà. Il risultato è comunque lo stesso giacché un uso violento o irresponsabile del linguaggio ha sempre effetti deleteri sul piano della convivenza civile. Allo stesso modo si comportano quanti sostengono che Berlusconi sia un nuovo Mussolini evocando subliminalmente o no lo spettro di piazzale Loreto. In realtà, il linguaggio italiano è ferito da tempo, anzi la cosiddetta seconda Repubblica è nata senza parole. L'anomalia si costruisce ai tempi di Mani pulite con il predominio del discorso giudiziario che invade il linguaggio pubblico, non per responsabilità dei magistrati, i quali, come suol dirsi, «parlano con le loro sentenze», ma con l'uso che una politica debole e svuotata di senso fa dei loro atti giudiziari. Chi ha dimenticato i cappi leghisti sventolati in un'aula parlamentare? Come non ricordare il lancio delle monetine contro Bettino Craxi, l'atto d'inizio della lunga stagione della furia anticasta e delle ingannevoli sirene dell'antipolitica, che avrebbero inevitabilmente spianato la strada alla vittoria culturale delle destre? A ben guardare, non ha davvero senso chiedersi chi e quando ha cominciato a intorbidire l'acqua perché la democrazia non è una favola di Esopo. Saggezza e amore patrio vorrebbero che ci fosse una smilitarizzazione del linguaggio bilaterale e progressiva, seguendo gli ammonimenti del presidente della Repubblica e di quanti hanno mantenuto una sufficiente riserva di responsabilità. Parlare di «violenza costituzionale», evocando una regia come fa il quotidiano della famiglia Berlusconi, dare del «terrorista mediatico» in parlamento a un giornalista o strumentalizzare a fini elettorali questo atto esecrabile - in modo opportuno inquadrato nelle sue reali dimensioni dalle parole di Gianni Letta - con l'obiettivo di colpevolizzare l'opposizione è un tentativo destinato a fallire, ma che contribuirà ad avvelenare vieppiù il clima e a radicalizzare le posizioni. La storia, con le sue lezioni, non ha insegnato nulla? Ogni momento è buono per dimostrare di essere migliori. Se non ora, quando? </span><span style="font-size: 12pt; "><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 16 dicembre 2009)</span></font></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; ">&nbsp;</span></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Piazza Fontana: sfuggire al ricatto della strage</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/12/piazza-fontana-sfuggire-al-ric.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.677</id>

    <published>2009-12-12T15:30:05Z</published>
    <updated>2009-12-12T15:38:11Z</updated>

    <summary>

Oggi sono quarant&apos;anni
esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono
ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni
dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso
possa avere la massima soddisfazione possibile; l&apos;opinione pubblica dovrebbe
evitare di alimentare due cortine fumogene, all&apos;apparenza opposte, ma in realtà
complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza
Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell&apos;ennesimo mistero italiano
irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia,
in cui i sacerdoti dell&apos;occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali
ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.

(Il
Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)




</summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="berlinguer" label="Berlinguer" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="lamalfaugo" label="La Malfa Ugo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="moro" label="Moro" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="neofascismo" label="Neofascismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="ordinenuovo" label="Ordine nuovo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="stragedipiazzafontana" label="Strage di Piazza Fontana" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:
none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt">Oggi sono quarant'anni
esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono
ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni
dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso
possa avere la massima soddisfazione possibile; l'opinione pubblica dovrebbe
evitare di alimentare due cortine fumogene, all'apparenza opposte, ma in realtà
complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza
Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell'ennesimo mistero italiano
irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia,
in cui i sacerdoti dell'occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali
ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.</span></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">(Il
Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)<o:p></o:p></span></p>

<!--EndFragment-->


]]>
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:black">Bisogna sfuggire a questo doppio ricatto,
affermando che sulla strage di piazza Fontana e in generale sulla strategia
della tensione in Italia, grazie al meritorio lavoro della magistratura e di
un'apposita Commissione parlamentare d'inchiesta, sappiamo quanto basta per
incominciare a mettere a fuoco il tema sul piano della ricerca storica. S'impongono,
però, due passaggi preliminari: bisogna tenere ben presente il nesso
nazionale/internazionale e avere la piena consapevolezza che si tratta di una
svolta decisiva nella storia dell'Italia repubblicana. La prima certezza
riguarda l'evidenza di una matrice neofascista che ha insanguinato l'Italia dal
1969 al 1974, ossia dalla strage di piazza Fontana a quella di Brescia. Un
impasto di reducismo mussoliniano e di nuova militanza delusa dalla progressiva
e faticosa parlamentarizzazione del Msi; un grumo di ossessioni razziali e
anticomuniste disponibili a farsi infiltrare dai servizi italiani e stranieri e
a infiltrare i gruppi anarchici in nome del proprio delirio superomista. Dalla
fine del fascismo erano trascorsi 25 anni, e non c'erano solo nostalgie e
revanscismi, ma anche conti da regolare con un regime democratico sempre
subito, mai accettato. Alla luce di questa consequenzialità di atti stragisti
(6 in 5 anni per un totale di 50 morti) l'argomento che a Milano la bomba sia
scoppiata per errore è risibile: la manovalanza che ha partecipato
logisticamente all'impresa o ha materialmente portato l'ordigno poteva forse
non avere la piena consapevolezza dei suoi spaventosi effetti; ma chi ha
organizzato il piano era certo di volere alzare all'improvviso e a sorpresa il
livello dello scontro, facendo in modo che la colpa ricadesse sugli anarchici. La
seconda certezza è che alcuni esponenti dei servizi segreti italiani hanno
deliberatamente depistato le indagini affinché prendesse piede la pista
anarchica e si cancellassero le prove della responsabilità neofascista. È
inverosimile ritenere che agissero autonomamente, al di fuori cioé di una
precisa catena gerarchica, certo selezionatissima, ma di origine politica e
governativa che fu presa in contropiede dagli effetti della strage. La terza
certezza riguarda il contesto internazionale di quegli anni. Il nostro paese
era un'isola giovane e democratica in un mare mediterraneo e panfascista: in
Portogallo con il regime di Salazar, in Spagna con Franco, in Grecia con i
colonnelli. Quest'anomalia italiana dispiaceva a quanti in Occidente ritenevano
che ai gesticolanti popoli latini, per loro natura calorosi e decadenti, fosse
più consona la sferza di un buon governo autoritario; la democrazia era un
privilegio spettante ai popoli del nord, freddi, moderni e protestanti.  C'era
un evidente interesse geopolitico, nell'ambito degli equilibri e delle logiche
della guerra fredda definiti a Yalta, a tenere l'Italia destabilizzata e sotto
schiaffo: prima con il terrorismo nero (dal 1969 al 1974) e poi, come un
orologio svizzero, con il terrorismo rosso (dal 1976 al 1982). Sia detto con
semplicità e a prezzo di qualche schematismo: per quanto riguarda i nessi e i
rapporti internazionali, lo stragismo nero sta al blocco occidentale, come il
terrorismo rosso sta a quello orientale. Incentivi, protezioni, garanzie,
rifornimenti, lasciapassare, senza però mai perdere di vista che si è trattato
di un fenomeno soprattutto endogeno, una maledetta e crudele storia italiana
perché ogni popolo al fondo è padrone del suo destino. L'ultima certezza ha le
sembianze del lieto fine: la democrazia italiana, nonostante tutto, ha vinto
grazie all'impegno, fra gli altri, di dirigenti politici come Aldo Moro, Enrico
Berlinguer e Ugo La Malfa che hanno combattuto coraggiose battaglie dentro i
loro rispettivi partiti, per contenere fermenti sovversivi e autoritari che vi
erano presenti. Ma questo risultato non si sarebbe raggiunto senza la vigilanza
democratica e la mobilitazione dei grandi partiti popolari e di massa. Si
tratta di una lezione politica e civile da non disperdere quarant'anni dopo,
che non rimargina la ferita senza giustizia, ma è il modo migliore per onorare
la memoria di quelle vittime innocenti.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#000000" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)</span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt"><span style="font-size:12.0pt;
color:black">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<!--EndFragment-->]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Intervista di Pietro Spataro</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/12/intervista-di-pietro-spataro.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.676</id>

    <published>2009-12-09T12:31:36Z</published>
    <updated>2009-12-09T12:42:35Z</updated>

    <summary><![CDATA[

«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica»«Il popolo viola è già politica, ma i partiti evitino strumentalizzazioni...». Miguel Gotor, giovane storico all'Università di Torino, è convinto che in Italia si sia aperta una fase nuova ma non si fa illusioni: «Il tramonto di Berlusconi sarà lungo e velenoso ». Ritiene che l'«antiberlusconismo democratico» sia un fenomeno importante. «Dobbiamo sapere però che in Italia ci sono due minoranze mobilitate, berlusconiani e antiberlusconiani. Il resto è altrove».Quindi lei è convinto che si stia chiudendo l'era Berlusconi?&nbsp; «Credo sia in crisi la leadership di Berlusconi. Su questo aspetto ho tre certezze. La prima è che l'uscita di scena sarà lunga, difficile e velenosa. La seconda è che sarebbe un errore pensare di sconfiggere il premier attraverso la via giudiziaria o con una spallata. Se mi passa la metafora:come in un combattimento "Sumo" Berlusconi deve essere "schienato" per via elettorale. Cioè messo a terra, ma politicamente: il centrosinistra deve entrare nel suo blocco sociale ».(l'Unità, 9 dicembre 2009)




 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Interventi diversi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="antiberlusconismo" label="Antiberlusconismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="berlusconi" label="Berlusconi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="centrosinistra" label="Centro-sinistra" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="veltroni" label="Veltroni" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:
none;text-autospace:none"><font class="Apple-style-span" face="Georgia-Bold, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="7"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 32px; "><b style=""><span class="Apple-style-span" style="font-family: Verdana-Bold, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif; font-size: x-large; -webkit-text-decorations-in-effect: none; "></span></b></span></font></p><font class="Apple-style-span" face="Georgia-Bold, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="7"><b style=""><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; font-family: Helvetica; "><b>«Berlusconi, un leader in crisi che va sconfitto con il voto. Il popolo viola? È gia politica»</b></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; font-family: Helvetica; "><b><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal; line-height: 21px; ">«Il popolo viola è già politica, ma i partiti evitino strumentalizzazioni...». Miguel Gotor, giovane storico all'Università di Torino, è convinto che in Italia si sia aperta una fase nuova ma non si fa illusioni: «Il tramonto di Berlusconi sarà lungo e velenoso ». Ritiene che l'«antiberlusconismo democratico» sia un fenomeno importante. «Dobbiamo sapere però che in Italia ci sono due minoranze mobilitate, berlusconiani e antiberlusconiani. Il resto è altrove».</span></b></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10pt; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; line-height: 16pt; "><span style="font-size: 12pt; font-family: Helvetica; "><b>Quindi lei è convinto che si stia chiudendo l'era Berlusconi?&nbsp;</b></span><span style="font-size: 12pt; font-family: Helvetica; "> «Credo sia in crisi la leadership di Berlusconi. Su questo aspetto ho tre certezze. La prima è che l'uscita di scena sarà lunga, difficile e velenosa. La seconda è che sarebbe un errore pensare di sconfiggere il premier attraverso la via giudiziaria o con una spallata. Se mi passa la metafora:come in un combattimento "Sumo" Berlusconi deve essere "schienato" per via elettorale. Cioè messo a terra, ma politicamente: il centrosinistra deve entrare nel suo blocco sociale ».<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10pt; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; line-height: 16pt; "><font class="Apple-style-span" face="Helvetica, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; ">(l'Unità, 9 dicembre 2009)</span></font></p><div style="text-decoration: underline;"><font class="Apple-style-span" face="Helvetica, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; font-weight: normal; line-height: 21px;"><br /></span></font></div></b></font><a name="OLE_LINK1"></a><p></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10pt; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; line-height: 16pt; "><font class="Apple-style-span" face="Verdana-Bold, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="5"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 17px;"><b>
<!--StartFragment-->

</b></span></font></p><font class="Apple-style-span" face="Verdana-Bold, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="5"><b><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:
none;text-autospace:none"><font class="Apple-style-span" face="Helvetica, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; line-height: 21px;"><b>
<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>E la terza certezza? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «L'Italia sta vivendo una crisi
di rappresentanza. Il nostro linguaggio pubblico gira attorno a due minoranze
mobilitate. C'è poi una maggioranza di non mobilitati e insoddisfatti che
aspetta una proposta politica che sia fuori dal ricatto su cui ha puntato
Berlusconi: o stai con me o contro di me».<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Non crede che se si fosse
fatta una legge sul conflitto di interessi non staremmo in questa situazione? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Guardi, io sono infastidito
quanto lei da questo enorme conflitto di interessi. Però credo sia una
semplificazione dire che una legge avrebbe risolto il fenomeno Berlusconi,
ossia una questione politica e di consenso. Il problema sta alla radice: dentro
la fine della prima repubblica c'erano i presupposti dell'arrivo del
Cavaliere».<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Però poi lui vince provocando
rotture nel sistema... </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:
Helvetica"> «Sì, certo. Ma non dimentichiamo che il primo governo non aveva la
maggioranza al Senato e durò solo sei mesi. Nel 1996 vinse Prodi e poi ci fu la
responsabilità storica di Bertinotti che aprì la crisi...».  <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Insomma, lei non ritiene che
si sia affermata una egemonia culturale berlusconiana? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Sì, però in politica vincere o
perdere conta molto. So bene che nei libri di storia questa sarà ricordata come
l'età berlusconiana. Però non sottovalutiamo la dialettica o lo scontro che ci
sono stati. Prodi e l'Ulivo non sono stati una meteora, in questi quindici anni
c'è stata per la prima volta l'alternanza. Insomma non esiste un paese
berlusconiano». <o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Eppure a guardarsi attorno
non si direbbe: qualunquismo, assenza di regole... </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Guardi, l'egemonia di
Berlusconi è stata anche frutto degli errori del centrosinistra. Non sipuò
stare in un eremo con lo specchio che riflette indignazione e purezza e
lasciare che il paese vada altrove. Dirò di più: se Berlusconi fosse un buon
politico, con i mezzi economici che ha e con il suo impero mediatico, avrebbe
un potere ancora più forte e il centrosinistra non sarebbe nelle condizioni di
giocarsi la partita».  <o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b> È d'accordo con chi dice che
in Italia c'è un regime? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:
Helvetica"> «No, perché le parole sono pietre. Vi è una situazione anomala che
tende alla patologia: quando non ci sono contrappesi forti e manca il rispetto
per l'equilibrio dei poteri si tende inevitabilmente a debordare. Però credo
sia un errore evocare Mussolini e il fascismo. Mi colpisce quanto la politica
in Italia abbia bisogno di continui riferimenti al passato e alle ideologie.
Abbiamo sempre la testa rivolta all'indietro e poca capacità di costruire
narrazioni del presente e del futuro ».  <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Che cosa vede nel futuro? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «È difficile dirlo. Intravedo
uno scontro non più tra centrosinistra e centrodestra ma tra populisti e
riformisti. Potrebbe essere un'evoluzione interessante a patto che nessuno
pretenda che l'altro sia diverso da ciò che è. Credo esista un minimo comun
denominatore che può unire pezzi di centrosinistra, del centro e della destra
per battere Berlusconi ».  <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Sta immaginando per caso
un'alleanza con Fini? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:
Helvetica"> «No, nel quadro attuale non arrivo a tanto anche se credo che il
tentativo di Fini vada guardato con molta attenzione. Quel che voglio dire è
che il centrosinistra non vince su una piattaforma
berlusconismo-antiberlusconismo. Bisogna immaginare diverse configurazioni ». <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Dove ha sbagliato il
centrosinistra? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Negli
anni dell'ascesa di Berlusconi è mancato il realismo. Si è pensato che bastasse
l'efficienza di alcuni bravi sindaci e cavalcare tangentopoli per cavarsela. Si
è pensato che mentre il mondo comunista veniva preso a picconate si potesse
andare avanti indisturbati. È stata una linea velleitaria».  <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>E oggi? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Oggi il centrosinistra deve
sapere che non è vero che tutti i buoni sono dalla sua parte e tutti i cattivi
con Berlusconi. Che non è vero che il qualunquismo è solo a destra. Che non è
vero che la borghesia illuminata e socialmente virtuosa sta tutta con il
centrosinistra. Insomma, non si è migliori per principio. Bisogna dimostrarlo
ogni volta».  <o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b> E questo che cosa comporta? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Si deve capire che la crisi
del sistema democratico non si risolve con le manifestazioni e basta».  <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Però servono: il "popolo
viola", nato spontaneamente sul web, ha portato in piazza tanta gente. Quale
segnale manda alla politica? </b></span><span style="font-size:12.0pt;
font-family:Helvetica"> «Il popolo viola è già politica. L'anno scorso il Pd ha
riempito il Circo Massimo. Il punto è non contrapporre le due piazze, anche
perché la loro somma non credo sia un'addizione: i partecipanti sono più o meno
gli stessi, elettori delusi o motivati del centrosinistra, iscritti ai partiti,
esponenti della società civile ».  <b><o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Proprio perché in piazza
c'erano tanti suoi elettori non pensa che il Pd abbia sbagliato a essere un po'
tiepido con quella manifestazione? </b></span><span style="font-size:12.0pt;
font-family:Helvetica"> «Non credo. L'antiberlusconismo democratico è un
fenomeno importante, parte costitutiva, ovviamente, di un'alternativa
all'attuale maggioranza, necessario ma non sufficiente per battere Berlusconi.
Bisogna però evitare la strumentalizzazione dei partiti, lasciar vivere questo
movimento, giungere a una sintesi che sia anche una proposta di governo nuova.
Il Pd in tal senso ha un ruolo fondamentale».  <o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>E allora che cosa si deve
fare per riuscire a battere Berlusconi? </b></span><span style="font-size:12.0pt;
font-family:Helvetica"> «I problemi del centrosinistra sono legati a due
questioni: unità e leadership. Ha vinto con Prodi perché era unito e aveva una
leadership. Bisogna ricreare quelle condizioni. E poi c'è il grande tema delle
alleanze. Veltroni ha commesso un errore: ha giocato la partita al momento
sbagliato e nelle condizioni peggiori. Se si fosse candidato nel 2006 oppure
nel 2013...». <o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Quella sconfitta del 2008 ha
pesato molto... </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Ecco,
oggi il centrosinistra deve liberarsi dalla sindrome del "perdismo". Ogni volta
che si perde sembra una catastrofe. L'altra sindrome da evitare è il "consumo
di eventi ».  <b> <o:p></o:p></b></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b>Cioè? </b></span><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"> «Il centrosinistra non riesce
mai a costruire dalle imprese importanti. Guardi le primarie del Pd: un
segretario legittimato come Bersani è una novità forte, è il segno della
vitalità di un partito. Eppure sono già cominciati i distinguo».  <o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none"><span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica"><b> Chi sarà il prossimo leader
di governo del centrosinistra? </b></span><span style="font-size:12.0pt;
font-family:Helvetica"> «Bella domanda. Immagino che non verrà dagli attuali
gruppi dirigenti. Il centrosinistra deve individuare qualcuno che sia in grado
di entrare nel blocco sociale di Berlusconi. E poi credo che il futuro leader
debba essere qualcuno che non abbia la testa rivolta all'indietro e non sia
permeato dalle divisioni che hanno segnato la storia degli ultimi venti anni».<o:p></o:p></span></p>

<!--EndFragment-->


</b></span></font></p><font class="Apple-style-span" face="Helvetica, helvetica, hirakakupro-w3, osaka, 'ms pgothic', sans-serif" size="4"><p class="MsoNormal" style="margin-bottom:10.0pt;text-align:justify;line-height:
16.0pt;mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none;text-autospace:none">(l'Unità, 9 dicembre 2009)</p>

<!--EndFragment-->


</font><p></p>

<!--EndFragment-->


</b></font><p></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Piazza Fontana. Non cade il muro dei segreti</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/12/piazza-fontana-non-cade-il-mur.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.675</id>

    <published>2009-12-09T12:28:12Z</published>
    <updated>2009-12-09T12:30:18Z</updated>

    <summary><![CDATA[Il 12 dicembre saranno trascorsi
quarant'anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella
sede della Banca nazionale dell'Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e
ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell'aiuola
antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe
Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura
degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della
Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente
morto nei locali della Questura». Se l'ambivalenza raggiunge persino i "luoghi
della memoria", fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del
ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009)&nbsp;



 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="calabresiluigi" label="Calabresi Luigi" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="neofascismo" label="Neofascismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="pinelligiuseppe" label="Pinelli Giuseppe" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="stragedipiazzafontana" label="Strage di Piazza Fontana" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="strategiadellatensione" label="Strategia della tensione" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="terrorismo" label="Terrorismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment--><span style="font-size:12.0pt;font-family:&quot;Times New Roman&quot;;
mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:IT">Il 12 dicembre saranno trascorsi
quarant'anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella
sede della Banca nazionale dell'Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e
ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell'aiuola
antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe
Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura
degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della
Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente
morto nei locali della Questura». Se l'ambivalenza raggiunge persino i "luoghi
della memoria", fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del
ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.</span><div><span style="font-size:12.0pt;font-family:&quot;Times New Roman&quot;;
mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:IT">(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009)&nbsp;</span><!--EndFragment-->



 </div>]]>
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">Sin
dai primi momenti, per spiegare quella strage, si gridò alla pista anarchica,
ma già il 14 dicembre 1969 il quotidiano inglese The Observer sostenne la
matrice fascista dell'attentato e denunciò un piano di destabilizzazione che
avrebbe dovuto portare allo scioglimento delle Camere da parte del presidente
della Repubblica, Giuseppe Saragat e all'insediamento di un governo
autoritario. Per la prima volta apparve, sulle pagine di quel giornale, la
formula «strategia della tensione», destinata a triste e duratura fortuna.
L'obiettivo dell'azione sovversiva sarebbe stato quello di sbarrare la strada a
ogni accordo presente e futuro tra la Dc, i socialisti e soprattutto i
comunisti, di cui si iniziavano a intravedere le prime avvisaglie con la
cosiddetta «strategia dell'attenzione», enunciata da Aldo Moro il 29 giugno
1969 durante il congresso democristiano. Dieci giorni dopo la strage, il 23
dicembre 1969, Moro, allora ministro degli Esteri, incontrò al Quirinale,
Saragat per il rituale scambio di auguri. Secondo alcuni in quell'occasione fu
stabilito un compromesso istituzionale e politico funzionale a contenere e a
governare gli effetti destabilizzanti di quel tragico 12 dicembre: Moro avrebbe
ottenuto da parte del presidente della Repubblica la rinuncia allo scioglimento
delle Camere, offrendo in cambio la disponibilità politica da parte della Dc a
coprire la matrice fascista della strage, accreditando la pista anarchica, come
puntualmente avvenne nei mesi successivi. I fatti dicono che da quel momento si
aprì un ciclo stragista che fino al 1974 insanguinò l'Italia: con la bomba sul
treno Freccia del Sud il 22 luglio 1970 (6 morti e 50 feriti), la strage di
Peteano (31 maggio 1972, 3 carabinieri uccisi), l'attentato alla Questura di
Milano (17 maggio 1973, 4 morti e 45 feriti), l'attentato di piazza della
Loggia a Brescia (28 maggio 1974, 8 morti e 103 feriti) e la strage del treno
Italicus (4 agosto 1974, 12 morti e 44 feriti). La giustizia, in questo come in
quasi tutti gli altri processi per strage, non è arrivata a formulare una
sentenza definitiva di condanna, pur ricostruendo un quadro probatorio che ha
dimostrato la responsabilità della manovalanza neofascista e una tenace attività
di depistaggio di una parte dei servizi segreti italiani. I mandanti restano
ancora oscuri. Di là dalle risultanze giudiziarie, il nesso tra neofascismo
italiano e stragismo è storicamente motivato da almeno tre fatti: un arrestato
(Gianfranco Bertoli, autore della strage alla Questura di Milano), un reo
confesso (Vincenzo Vinciguerra, autore della strage di Peteano) e un incidente
di percorso (il camerata Nico Azzi, ferito nel 1973 dallo scoppio di una bomba
che stava innescando sul treno Torino-Roma, con una copia di Lotta Continua in
tasca). Nel corso degli anni il trauma di piazza Fontana si è trasformato in un
simulacro generazionale: per molti il giorno dell'innocenza perduta, per altri,
una minoranza, l'alibi che li portò a imboccare la strada sciagurata della
lotta armata, la "strage di Stato" che avrebbe dovuto giustificare
davanti al foro della propria coscienza e agli occhi della storia quella
scelta. Non a caso, il primo a morire fu il commissario Luigi Calabresi, ucciso
da due militanti di Lotta continua il 17 maggio 1972, tragico epilogo di una
furibonda campagna di stampa orchestrata dal giornale dell'organizzazione
extraparlamentare che l'accusava della morte di Pinelli. Quarant'anni dopo, il
tempo della politica parla le parole della riconciliazione e a questo proposito
sono preclari gli sforzi compiuti dal presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano che ha creato le condizioni per un incontro pubblico, in occasione
della giornata della memoria del 9 maggio 2009, tra Gemma Calabresi e Licia
Pinelli, potendo contare sulla solidarietà umana, la dignità e il senso di
civismo delle due vedove. La voce incrinata dalla commozione. Atti del genere
inducono a ritenere che sia finalmente giunto il tempo di lasciare lo spazio
alla buona ricerca storica, ma la strada permane irta di ostacoli. In effetti,
perché ciò avvenga sarebbe necessario avere la massima disponibilità dei
documenti. Al riguardo la recente legge sulla "disciplina del
segreto" del 3 agosto 2007 voluta dal governo guidato da Romano Prodi, ha
compiuto due importanti passi in avanti: da un lato, ha limitato a un massimo
di 30 anni la durata complessiva del segreto di Stato, dal momento in cui è
apposto sul documento od opposto alla magistratura; dall'altro, ha stabilito un
criterio di declassificazione automatica dei documenti riservati (ossia non
quelli soggetti al segreto di Stato) al livello inferiore di 5 anni in 5 anni,
salvo motivata opposizione. Si tratta di due principi di civiltà giuridica
comuni ad altri Stati democratici che si sono faticosamente affermati anche in
Italia grazie a un meritorio sforzo legislativo bipartisan.<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt"><span style="mso-tab-count:1"> </span>Tuttavia, a partire dal decreto attuativo dell'8
aprile 2008, rimangono aperti almeno due problemi. Anzitutto, nella legge si
precisa che «la cessazione del vincolo del segreto di Stato non comporta
l'automatica decadenza dal regime di classifica», e quindi ai 30 anni di attesa
per il segreto di Stato si possono aggiungere i tempi previsti dalle nuove
procedure di declassifica - teoricamente estendibili a oltranza - in barba a
ogni principio di liberalità e trasparenza. In secondo luogo, accanto a tali
vincoli persiste uno strisciante «segreto di fatto», alimentato dall'esistenza
di santuari inaccessibili come gli archivi dell'Arma dei Carabinieri, dal modo
in cui le diverse amministrazioni civili conservano i documenti e, infine,
dalla discrezionalità con cui devolvono i loro fondi all'Archivio centrale
dello Stato. Permane una certa resistenza che produce effetti deleteri sul
piano della salvaguardia della memoria storica, anche perché spesso le carte
vengono custodite in luoghi inadatti e quando giungono a destinazione sono così
disordinate da restare inaccessibili per lungo tempo. Anche per questi motivi,
e nonostante gli apprezzabili sforzi istituzionali, si ha l'impressione che la
doppia lapide di piazza Fontana sia destinata a rimanere lì ancora a lungo:
certo, è la metafora di un conflitto politico ancora irrisolto, ma soprattutto
di una difficoltà a svolgere corretta informazione e buona ricerca su temi
centrali che non interrogano solo la storia di ieri, bensì la qualità della
nostra democrazia oggi. Senza mai dimenticare, però, che la democrazia di ieri,
malgrado tutto, ha vinto, perché quanti hanno messo le bombe a tradimento e
hanno sparato alle spalle sono stati sconfitti. Quarant'anni dopo, dunque,
ricordiamo «Viva l'Italia», «l'Italia del 12 dicembre», «l'Italia derubata e
colpita al cuore», quella «che non ha paura», «metà giardino e metà galera», «l'Italia
che lavora», «metà dovere e metà fortuna», «l'Italia nuda come sempre», «l'Italia
con gli occhi aperti nella notte triste, viva l'Italia, l'Italia che resiste»:
perché la poesia arriva prima e guarda più lontano della politica, figuriamoci
della storia.<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><font class="Apple-style-span" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009)</span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<!--EndFragment-->


]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Colpe che non si cancellano</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/11/colpe-che-non-si-cancellano.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.672</id>

    <published>2009-11-29T20:00:06Z</published>
    <updated>2009-11-29T20:01:47Z</updated>

    <summary><![CDATA[

 In
questi giorni è nelle sale il film La prima linea, liberamente tratto da un
libro di Sergio Segio, tra i fondatori dell'omonima organizzazione armata, che
seminò disperazione e morte tra il 1976 e il 1980.   Una delle prime scene
della pellicola mostra la ricostruzione manierata di un corteo studentesco, uno
fra i tanti che hanno percorso le strade italiane dal 1968 in poi;
all'improvviso la regia stringe sui manifestanti schierati nella prima linea
del corteo, parte la dissolvenza e compare il logo del gruppo terroristico,
appunto Prima linea.  (Il Sole 24 ore, 29 novembre 2009) &nbsp;




 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="annisettanta" label="Anni settanta" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="antipolitica" label="Antipolitica" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="primalinea" label="Prima linea" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="segiosergio" label="Segio Sergio" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="terrorismo" label="Terrorismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:#404041"><span style="mso-tab-count:1"> </span>In
questi giorni è nelle sale il film La prima linea, liberamente tratto da un
libro di Sergio Segio, tra i fondatori dell'omonima organizzazione armata, che
seminò disperazione e morte tra il 1976 e il 1980.   Una delle prime scene
della pellicola mostra la ricostruzione manierata di un corteo studentesco, uno
fra i tanti che hanno percorso le strade italiane dal 1968 in poi;
all'improvviso la regia stringe sui manifestanti schierati nella prima linea
del corteo, parte la dissolvenza e compare il logo del gruppo terroristico,
appunto Prima linea.  </span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:84.7pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:#404041">(Il Sole 24 ore, 29 novembre 2009) <span style="mso-tab-count:1">&nbsp;</span></span></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; color: rgb(64, 64, 65); ">Da lì comincia la storia, la ricostruzione dell'ardimentosa fuga dal carcere di Rovigo di Susanna Ronconi, organizzata nel gennaio 1982 dal suo compagno Segio, che provocò la morte accidentale di un ignaro passante.  Questo primo stacco già riassume l'ideologia del film: il terrorismo italiano, quello di sinistra, deriva dal 1968, ossia dal movimento studentesco, il conflitto genera inevitabilmente la violenza armata, la contestazione porta dritti all'omicidio seriale, chi vuole cambiare l'Italia finisce per uccidere. Prendere o lasciare, ma da questa trappola reazionaria non si scappa perché è sempre breve e rapido da percorrere lo spazio che separa gli apocalittici dagli integrati.  All'inizio e alla fine della pellicola gli avvertiti sceneggiatori hanno inserito quello che nel linguaggio inquisitoriale del Seicento si sarebbe chiamato "scarico di coscienza", utile a fissare la temperatura media dell'opera, a renderla politicamente corretta.   Il protagonista Scamarcio-Segio viene così trasformato in un metallico Renzo Tramaglino dei nostri giorni, in grado però di alternare la mistica della sconfitta («Abbiamo scambiato il tramonto con l'alba», declama lui; «Non sogno mai che vinciamo», sussurra lei), l'esistenzialismo del bel gesto («Abbiamo fatto cose da pazzi»), la rivendicazione contrita, ma non troppo, del proprio incandescente vissuto, sospeso tra palingenesi rivoluzionaria e psicopatologia della vita quotidiana (amore/morte, sesso/pistole).  In fondo, mentre Scamarcio-Segio strizza i suoi occhioni blu al pubblico e sembra battersi il petto, ci fa e si fa la morale, il viso da bello e dannato sparato in primo piano: ho sbagliato, ma volevo cambiare il mondo, ho sbagliato perché volevo cambiare il mondo, ho sbagliato perché non ho cambiato il mondo, ma io almeno ci ho provato. E voi, invece, che chiaccherate tanto?  Sfugge nel film che a cercare di cambiare e rendere migliore il paese in quegli anni non fu quel manipolo di giovani della piccola e media borghesia italiana che scelsero la lotta armata dentro Prima linea, bensì le loro stesse vittime, ad esempio il magistrato Emilio Alessandrini trucidato da Segio e da Marco Donat Cattin, il figlio del noto politico democristiano, o il suo collega Guido Galli.  Per questa ragione l'opera, che sul piano della tecnica cinematografica e della qualità dei suoi attori è apprezzabile, appare insoddisfacente sotto il profilo culturale, politico e civile. Anzitutto perché le manca la libertà di un punto di vista di rottura, anche brutale, persino contro corrente, ma preferisce cercare l'italico giusto mezzo tra esibita conciliazione e dissimulata ambiguità.   Mancano la forza per raccontare una storia tragica e il nitore di assumersene sino in fondo la drammatica responsabilità, quella forza e quel nitore che invece si possono trovare in analoghe opere tedesche, dai tempi ormai lontani degli Anni di piombo della Margarethe von Trotta fino ai nostri giorni, quelli del film La banda Baader Meinhof.  In secondo luogo è insoddisfacente perché snoda un sottile, ma robusto filo (tanto insidioso perché quasi invisibile) di indulgenza che non rende la verità della storia di Prima linea che, rispetto ad altre organizzazioni terroristiche, è stata soprattutto una vicenda banditesca, le cui presunte ragioni e giustificazioni ideologiche sono state costruite dai suoi adepti soltanto a posteriori, negli anni lunghi della carcerazione.  Iniziano infatti a sparare per emulare le Br e porsi in concorrenza con esse; la liberazione della Ronconi viene compiuta quando i protagonisti sanno ormai di essere stati sconfitti, ma sono avanzate armi ed esplosivo e Segio vuole provare a liberare la sua morosa, modello Vallanzasca, semmai per provare a fuggire al caldo del Brasile, modello Cesare Battisti, senza pagare dazio; giustiziano un compagno che ha parlato con i carabinieri come fa la mafia con i suoi pentiti; uccidono Alessandrini pur essendo consapevoli che aveva scoperto la trama eversiva neo-fascista nella strage di piazza Fontana ed era un giudice progressista, ma aveva il torto di avere incominciato a indagare su di loro e dunque era diventato pericoloso.  Quasi senza darlo a vedere, si blandisce una presunta grandezza tragica che mai come in quelli di Prima linea è stata misera, volgare, piccola, in una parola sola squadristica perché in questo paese è esistito anche uno squadrismo di sinistra che non è solo una tecnica, ma un modo mentale di essere, prodotto di un impasto di antistatualismo, indifferentismo, cinismo, giustizialismo, estetismo, sovversivismo che appartiene alle fibre profonde del corpaccione italiano, a prescindere dalla sua collocazione ideologica. <o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; color: rgb(64, 64, 65); "><span></span>Sfugge, infine, nel film che la principale responsabilità del terrorismo è stata quella di avere distrutto l'idea di politica come partecipazione collettiva e impegno personale, costituendo una delle premesse del lievitare dell'antipolitica di oggidì che ha consentito il lungo prevalere delle forze più conservatrici: o noi, o lo schifo di oggi, sembrano dirci; noi abbiamo perso e lo accettiamo, ma voi ci fate ribrezzo lo stesso e vi trascineremo nella nostra sconfitta senza riconoscere un briciolo delle ragioni di quanti allora ci hanno combattuto in nome della democrazia e del rispetto della convivenza civile. Al massimo abbiamo torto entrambi.  Chi allora non c'era e si reca al cinema non può capire come avvenne che un'esigua minoranza si sia arrogata il diritto di distruggere un lievito di cambiamento a forza di colpi di pistola alle spalle, pistole che continuano a rappresentare l'unica voce, trent'anni dopo, per l'assordante e disertore silenzio degli altri, della maggioranza che pure c'era e quelle pistole ha scelto di non prendere, senza però riuscire a esserne pubblicamente orgogliosa.   Perché qui sta un altro triste paradosso di questa storia. È incredibile che oggi sia lasciato ai figli delle vittime di quella violenza, da Mario Calabresi a Giovanni Moro a Benedetta Tobagi, l'onere di ricordare che gli anni 70 non sono stati solo bombe e morti, stragi e piombo, ma anche diritti civili, speranze, partecipazione, allargamento democratico, l'ultima modernizzazione di senso progressivo vissuta da questo paese in settori nevralgici come la magistratura, gli ospedali, la scuola, il lavoro, i sindacati, la polizia, la Chiesa, i rapporti famigliari, i diritti della persona.  <span>&nbsp;</span>Un processo di trasformazione che il terrorismo ha traumatizzato affogando nel sangue la cultura, le intelligenze e le speranze riformatrici di questo paese.   E gli altri, la maggioranza? Gli altri vanno al cinema e quando tornano a casa si possono sempre ristorare leggendo l'ultimo libro di memorie di Segio, oscenamente intitolato Una vita in prima linea, il cui esergo è dedicato ai figli dei suoi compagni di battaglia affinché «non gli venga mai meno la certezza che i loro genitori sono state persone buone e leali»; se fosse un film, sarebbe un B-movie dell'orrore, ma purtroppo è la storia d'Italia, i suoi titoli di coda.</span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 84.7pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 29 novembre 2009)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Tre Italie nel super-giornale</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/11/tre-italie-nel-supergiornale.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.660</id>

    <published>2009-11-06T19:24:03Z</published>
    <updated>2009-11-06T19:27:00Z</updated>

    <summary><![CDATA[

Un adagio mai troppo abusato recita che
«i quotidiani l'indomani servono per incartare il pesce». A smentirlo è
l'antologia Giornalismo italiano, in uscita per i tipi Mondadori a cura di Franco Contorbia, il
quale ha vinto la scommessa di edificare un monumento al giornale di carta, in
una stagione in cui si discute del suo superamento, quando sembra ormai
destinato a essere sopraffatto dalle nuove tecnologie e dai ritmi di una
comunicazione sempre più veloce. (Il Sole 24 ore, 6 novembre 2009)

&nbsp;

&nbsp;




 ]]></summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="giornali" label="Giornali" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:#404041">Un adagio mai troppo abusato recita che
«i quotidiani l'indomani servono per incartare il pesce». A smentirlo è
l'antologia <i>Giornalismo italiano</i></span><span style="font-size:12.0pt;
color:#404041">, in uscita per i tipi Mondadori a cura di Franco Contorbia, il
quale ha vinto la scommessa di edificare un monumento al giornale di carta, in
una stagione in cui si discute del suo superamento, quando sembra ormai
destinato a essere sopraffatto dalle nuove tecnologie e dai ritmi di una
comunicazione sempre più veloce. </span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 6 novembre 2009)</span></font></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt;color:black">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt"><span style="font-size:12.0pt;
color:black">&nbsp;<o:p></o:p></span></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><span style="font-size: 12pt; color: rgb(64, 64, 65); ">Certo, quest'opera per essere apprezzata esige la disponibilità di un tempo appassionato per la lettura e una qualche bramosia da collezionista: oggi, infatti, escono gli ultimi due volumi (sui periodi 1939-1968 e 1968-2001) di un'impresa editoriale di qualità iscritta nella migliore tradizione della collana «i Meridiani», che nel 2007 ha già visto pubblicati due tomi sugli anni 1860-1901 e 1901-1939. Ora la raccolta è finita e l'eccellenza del giornalismo italiano (quotidiani e periodici) è finalmente a portata di mano in un solo scaffale. Si consiglia Giornalismo italiano a quanti amano, nel bene come nel male, l'Italia perché sembrerà loro di sfogliare un unico enorme giornale, l'autobiografia di una nazione con i suoi vizi, le sue virtù e le innumerevoli sfumature di grigio che conducono da un estremo all'altro. A colpo d'occhio, si percepisce la lunga durata di tre tendenze profonde che variano nei loro contenuti formali ed espressivi con il trascorrere del tempo, ma si ereditano da una generazione all'altra come certi ninnoli di famiglia. La prima tendenza è condizionata dal fatto che siamo un paese di militanti e dunque ognuno è reduce da qualche battaglia. Naturalmente, il problema non riguarda la minoranza di coloro che aderiscono a una parte politica. E no, perché in Italia il partito più vasto e rappresentativo è quello degli scettici e dei rassegnati, ossia di quanti sostengono di avere ormai rinunciato a sventolare qualsiasi bandiera e, mentre lo giurano solennemente, in primo luogo a se stessi, ne stanno già ghermendo un'altra. Poi c'è il partito, anch'esso ben nutrito, degli anti-qualcosa (antidemocratici, antisemiti, antifascisti, anticomunisti, anticlericali, antipolitici) che avversano fino al disprezzo il loro contrario, il quale però non è meno militante di loro. Infine, c'è il partito di quelli che rivendicano di non essere mai stati iscritti a nulla e che scambiano per atto di indipendenza, l'arte di non schierarsi mai, magari per il gusto di rimanere sempre col ditino alzato e di ruggire come conigli.  Sfogliando queste pagine si avverte una strutturale difficoltà alla formazione di un discorso progettuale e riformista: le professioni di scetticismo, di antagonismo e di indifferentismo finiscono col predominare in quanto sono viste come una forma di libertà senza responsabilità, che non paga mai dazio e al massimo muta casacca, tra silenziose abiure e pubbliche conversioni. A proposito di militanza è significativa per la sua ricchezza e specificità italiana la stagione dei quotidiani di partito (formatori di quadri politici e inesauribile fucina di professionisti), ma anche la tendenza dei giornali a sostituirsi alla politica, a svolgere una funzione di supplenza, a identificare a livello culturale, ideologico e persino morale il quotidiano con il suo lettore e viceversa. Il tutto avviene (nel 1940, nel 1948, nel 1956, nel 1968, nel 1977 e nel 1994) alimentando un perenne clima da ultima battaglia tra «noi» e «loro», perché i barbari, come insegna il poeta Kavafis, sono comunque una soluzione. Da questo atteggiamento di eterna fibrillazione, in cui la cronaca è sempre storia, abbiamo, per un verso, l'esposizione di una continua retorica bellicista, utile in realtà a nascondere la fitta trama di «scaramucce a ogni ora in cui ciascuno teneva il campo nel forte suo» già cara al Guicciardini, e, per un altro, la rendita di posizioni dei cosiddetti terzisti, di destra o di sinistra, i partigiani dell'equidistante. La seconda tendenza rivela che siamo un paese di inguaribili moralisti: tendiamo a fare la morale, a esibire la morale, a giudicare la morale, ma solo quella altrui perché «italiani sono sempre gli altri». Insomma, la teniamo sempre lì, in bella vista sul tavolino, turgido rigonfiamento del nostro senso di colpa. Intendiamoci: ciò produce, e non da oggi, grande letteratura e ottimo giornalismo perché eccelliamo nella descrizione dei caratteri e dei comportamenti come nella ricerca di un perenne «dover essere» in contrasto con la reietta realtà che rimane indifferente al nostro grido di dolore. La forza prevalente del giornalismo italiano non sta nell'informazione o nella formazione, ma nell'interpretazione. E si assiste così alla continua riproposizione di una dialettica tra strapaese ed esterofilia, arcitaliani e antitaliani, provinciali e cosmopoliti che come una ferita slabbrata percorre la fragile, ma profonda identità italiana in scontro costante tra due patriottismi: l'uno rivolto alla tradizione, l'altro alla sfida della modernizzazione. Proprio dal moralismo scaturisce quel sentimento di indignazione che ha alimentato in passato una gloriosa storia di giornalismo di inchiesta (sulla mafia, sui movimenti sociali, sulle stragi, sul terrorismo, su tangentopoli), il prodotto felice e rabbioso di quella sfiducia nel potere, nello Stato e nelle istituzioni che è il marchio di fabbrica egemone. E purtroppo, da questa curiosità per l'inchiesta, è derivata anche la troppo lunga lista per una democrazia di giornalisti uccisi, a ricordarci che il nostro è un paese intimamente violento: quelli antologizzati in quest'opera come Carlo Casalegno, Walter Tobagi, Mino Pecorelli e Giancarlo Siani oppure no come Mauro De Mauro e Giuseppe Fava. La terza tendenza conduce al retoricismo della prosa, al virtuosismo della penna, al lirismo melodrammatico. Il più delle volte il grande giornalista si mette in mezzo tra il personaggio e il lettore e incomincia ad ammiccarlo tra ipertrofia dell'io e accondiscendente sussiego. Tuttavia, anche quest'attitudine può produrre effetti virtuosi: da un lato, la prestigiosa tradizione delle interviste a personaggi famosi e un'impareggiabile tecnica del ritratto eccellente e dei reportage di guerra, dall'altro, la centralità assegnata al linguaggio. Non solo l'inesauribile capacità di coniare espressioni icastiche come «partitocrazia», «razza padrona», «album di famiglia», «professionisti dell'antimafia», «lucciole», «palazzo», «processo», «casta» e «mani pulite», ma anche la ricchezza media di una lingua sempre viva in grado di rivelare a ogni riga uno dei tratti più sommersi dell'identità italiana: quello di un paese che riesce a sopravvivere alla sua storia a condizione di autodenigrare di continuo il proprio presente, per poi riscoprirsi sorpreso a rimirare con rispetto e persino con nostalgia il bel tempo, il bel giornalismo che fu. Questa volta di nuovo, la prossima ancora.</span><span style="font-size: 12pt; color: black; "><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-top: 0px; margin-right: 113.05pt; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; text-align: justify; "><font class="Apple-style-span" color="#404041" size="4"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px; ">(Il Sole 24 ore, 6 novembre 2009)</span></font></p>]]>
    </content>
</entry>

<entry>
    <title>Addio meglio gioventù</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://miguelgotor.italianieuropei.it/2009/11/addio-meglio-gioventu.html" />
    <id>tag:miguelgotor.italianieuropei.it,2009://21.656</id>

    <published>2009-11-02T09:00:49Z</published>
    <updated>2009-11-02T09:02:42Z</updated>

    <summary>

«Non abbiamo né
passato, né futuro, la storia ci uccide»: questa scritta, come un graffito di
disperato nichilismo, comparve sui muri dell&apos;università di Roma durante il
movimento del &apos;77. Allora erano trascorsi solo nove anni dal &apos;68, ossia da
quando una generazione imbevuta di inquiete, ma vitali speranze si era posta l&apos;obiettivo
di dare «l&apos;assalto al cielo» al grido di «vogliamo tutto». (Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009)




 </summary>
    <author>
        <name>Miguel Gotor</name>
        
    </author>
    
        <category term="Articoli «Il Sole 24 ore»" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#category" />
    
    <category term="annisettanta" label="Anni settanta" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="strategiadellatensione" label="Strategia della tensione" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    <category term="terrorismo" label="Terrorismo" scheme="http://www.sixapart.com/ns/types#tag" />
    
    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://miguelgotor.italianieuropei.it/">
        <![CDATA[<!--StartFragment-->

<p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span style="font-size:12.0pt">«Non abbiamo né
passato, né futuro, la storia ci uccide»: questa scritta, come un graffito di
disperato nichilismo, comparve sui muri dell'università di Roma durante il
movimento del '77. Allora erano trascorsi solo nove anni dal '68, ossia da
quando una generazione imbevuta di inquiete, ma vitali speranze si era posta l'obiettivo
di dare «l'assalto al cielo» al grido di «vogliamo tutto». <br /></span></p><p class="MsoNormal" style="margin-right:113.05pt;text-align:justify"><span class="Apple-style-span" style="font-size: 16px;">(Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009)</span></p>

<!--EndFragment-->


 ]]>
        <![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; "><span style="font-size: 12pt; ">Una parabola bruciante di cui ora prova a dare conto Giovanni De Luna nel suo <i>Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria</i></span><span style="font-size: 12pt; "> (Feltrinelli, euro 17). Si tratta di una ricerca originale perché consapevolmente sospesa tra lo sguardo del testimone e l'analisi dello storico. A questo proposito una frase di Gaetano Arfé percorre l'intero libro: «la storiografia sull'Italia contemporanea è vissuta soprattutto come autobiografia». Non a caso, dunque, nelle pagine è presente molta Lotta continua, l'organizzazione extra-parlamentare in cui l'autore militò in quegli anni, e molta Torino, la sua città d'adozione. Gli anni 70 nello sguardo storiografico di De Luna sono più remoti ed estranianti di quanto possa sembrare e hanno un valore parentetico: dopo il boom economico, un passaggio troppo brusco e rapido trasformò l'Italia da una società agricola a una industriale; in mezzo l'intervallo degli anni '70, con le loro speranze e tempeste, le une come le altre l'espressione di un disagio per la radicalità di quel cambiamento sociale, politico, economico e antropologico che ha avuto il suo più penetrante interprete nell'intelligenza tormentata di Pier Paolo Pasolini, presenza silenziosa che percorre l'intero libro.</span></p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Le fonti su cui De Luna ha lavorato sono prevalentemente gli archivi personali dei militanti di Lotta continua; documenti, giornali e testimonianze che sono state inserite in una cornice di canzoni, film, fotografie e programmi televisivi, poiché lo studio della contemporaneità - questo è il secondo precetto metodologico dell'autore - implica il necessario approfondimento dei linguaggi utilizzati per raccontarla. <o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Anzitutto, il libro ha il merito di offrire una visione poliedrica del decennio che si rifiuta di leggere come un tempo continuo che porta dalla rivoluzione al riflusso, ossia da un'ideologia all'altra. Non abbiamo un monolite, quindi, ma un prisma dalle tante sfaccettature, una decade «frammentata e convulsa» che non si lascia imprigionare nello stereotipo degli anni di piombo e basta. In secondo luogo, l'autore individua in modo convincente nella cosiddetta «strategia della tensione» un fattore condizionante per spiegare le dinamiche profonde di quel giro di anni. In effetti, bisognerà comprendere per quale ragione il nostro paese sia stato l'unico in cui il movimento studentesco del 1968, esploso nei principali Stati industrializzati dell'Occidente, si sia progressivamente trasformato in un violentissimo conflitto tra avanguardie armate di destra e di sinistra, a sua volta alimentato e accompagnato, altra specificità nazionale, da una serie di stragi di centinaia di cittadini inermi. Un ciclo stragista che ha avuto inizio nel 1969 con la bomba di piazza Fontana e si è concluso solo nel 1984 con l'attentato sul treno rapido 904 coincidendo, anche temporalmente, con la parabola della lotta armata. I due fenomeni e le varie tipologie di violenza presenti al loro interno vanno tenuti insieme non solo a causa dell'evidenza cronologica, ma perché si è trattato di una ferocia endemica, perfida, selettiva, reiterata nel tempo, un sordo rumore di sottofondo che ha inevitabilmente influenzato la storia della democrazia repubblicana, che pure è stata capace di resistere a tanta pressione. Una crudeltà che contraddice radicalmente il vacuo e in fondo sprezzante stereotipo esterofilo o benpensante che farebbe dell'Italia il luogo dell'«eterno compromesso», dove «tutto prima o poi si aggiusta»: sì certo, ma a quale prezzo, in termini di vite umane, di biografie violentate, di energie perdute, e quale corrosivo condizionamento per la qualità della democrazia e del tasso di civismo nel nostro paese<span class="msoIns"><ins cite="mailto:Utente%20della%20copia%20di%20valutazione%20di%20Office%202004" datetime="2009-12-02T23:15">.</ins></span><o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; "><span style="font-size: 12pt; "><span></span>Infine, il libro ha il merito di lasciarsi leggere tutto in un fiato sviluppando al massimo le potenzialità ermeneutiche del rapporto fra storia e memoria, tra autobiografia e giudizio storiografico. De Luna è consapevole dei rischi di un'ipertrofia della memoria e di una dittatura del testimone presenti nella storiografia contemporanea e perciò cerca di fare di entrambi i fattori un uso avvertito e parsimonioso. Egli sa che la verità storica di una battaglia non può coincidere con il ricordo dei reduci e la nostalgia non può sostituirsi alla filologia. Non a caso le parti migliori del volume sono quelle in cui l'autore sfugge alla tentazione di una storiografia militante in cui la memoria viene utilizzata come un batuffolo di cipria per imbellettare, tra rimozioni, anacronismi e abiure, il proprio vissuto. In questo sforzo generoso e in buona parte riuscito sta l'utilità del libro: accidenti come è difficile far passare quel passato, ma l'unico antidoto è la storia, al di là di quel graffito, oltre quel «maledetto muro».<o:p></o:p></span></p><p class="MsoNormal" style="text-align: justify; border-top-width: 0px; border-right-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px; border-style: initial; border-color: initial; padding-top: 0px; padding-right: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; font-size: 1em; font-weight: normal; margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0.75em; margin-left: 0px; "><span style="font-size: 12pt; "> (Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009) </span></p>]]>
    </content>
</entry>

</feed>
