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La recita antifascista

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Ieri, tre ore di lezione, la finestra spalancata sull'incipiente primavera, la Mole alle spalle, alle spalle della Mole il profilo delle Alpi. E da quella finestra sale lungo l'aria frizzantina una voce megafonata, che disturba e incuriosisce al tempo: «Fuori i fascisti dall'università!». Cosa succede?

(La Stampa, 20 marzo 2009)

Oggi Barbie compie 50 anni. Il 9 marzo 1959 venne presentata alla fiera del giocattolo di New York come «un nuovo tipo di bambola dalla vita reale»: bionda e con gli occhi azzurri, il nasino all'insù e la bocca a cuoricino, alta e con le gambe slanciate, il vitino di vespa ma le forme prosperose, il piedino di fata già predisposto a calzare tacchi vertiginosi. In realtà, Barbie aveva una progenitrice «ariana», dal momento che era la rielaborazione statunitense di un modello di bambola - di nome Lilli - commercializzato in Germania nel 1955 da un'industria di giocattoli che aveva fatto fortuna vendendo soldatini sotto il nazismo.

(La Stampa, 9 marzo 2009)

L'arte della fuga

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«Yes, the end», così ieri Elle Kappa commentava con fulminante sarcasmo le dimissioni di Veltroni, ma non ne saremmo tanto sicuri. Infatti, l'ormai ex segretario del Pd è un maestro nell'arte della fuga, una virtù che non dovrebbe mancare al buon politico. Nel 2001, da segretario dei Ds, lasciò il partito ai minimi termini organizzativi ed elettorali per candidarsi a sindaco di Roma e attendere da quello scranno il prevedibile evolversi degli eventi; nel 2007, da sindaco dell'urbe abbandonò la capitale, prima per fare il segretario del Pd e poi  per concorrere al governo del paese, lasciando a Rutelli la gestione di una sconfitta sempre più annunciata. E di nuovo, rispetto al comunismo, quando ancora fumavano le brucianti macerie del muro di Berlino: «Io? Mai stato comunista».

(La Stampa, 19 febbraio 2009)

I documenti sono come le rondini, uno solo non fa primavera. Per valutare una fonte, dunque, occorre approfondire il contesto in cui essa è prodotta. La nota del vescovo Riva, redatta nei primi giorni del gennaio 1975, anticipava la disponibilità di Paolo VI, manifestata il 22 dicembre 1975, a rivedere il concordato. Riva era parte di un fronte ecclesiastico favorevole a questo progetto, a cui apparteneva, fra gli altri, il cardinale Pignedoli.

(La Stampa, 17 febbraio 2009)

La storia tragica di Eluana è sottoposta in queste ore ai venti della strumentalizzazione politica più cinica ed è persino ridotta - horribile dictu - ad argomento di campagna elettorale nelle contrade di Sardegna.

(La Stampa, 8 febbraio 2009)


Nel gennaio 1974, ben prima dunque dell'esplosione del movimento del '77, Oriana Fallaci intervistò Giorgio Amendola. La giornalista era rimasta sorpresa dal fatto che il dirigente comunista avesse utilizzato l'espressione «fascismo rosso» per descrivere la propensione alla violenza politica dei «partitini» extra-parlamentari nati sulle ceneri del movimento del '68. 

(La Stampa, 6 febbraio 2009)

La decisione della Santa Sede di rimettere la scomunica ai 4 vescovi lefebvriani ha suscitato la perplessità e le condivisibili rimostranze di molti cittadini italiani, appartenenti alla comunità ebraica e non solo. Prevediamo l'obiezione dei radicali, cattointegristi o laicisti che siano: sono questioni interne alla Chiesa e quindi «silenzio e obbedienza, quando si pronuncia il papa», oppure «chi se ne importa, sono affari loro».
(La Stampa, 28 gennaio 2009)

È trascorso un anno dalla caduta del governo di Romano Prodi, ma sembra un secolo. Oggi, come persino la moglie del Presidente del Consiglio ricordava ieri sulla Stampa, il quadro politico del centro-sinistra appare attraversato da una profonda crisi di fiducia e di prospettive, che ci consegna un Partito Democratico isolato, incapace di tonificare il proprio elettorato e di aggregare nuovi consensi, in sofferenza per l'iniziativa di Di Pietro, colui che sulla carta avrebbe dovuto essere il suo principale alleato. Se per un attimo guardiamo, senza alcuna nostalgia, a quella che fu la Sinistra arcobaleno non scorgiamo altro che pulsioni scissionistiche, lo spettro di ulteriori e inutili frammentazioni e i soliti onirismi comunisti che non preannunciano nulla di buono.
(La Stampa, 24 gennaio 2009)

Nel settembre 1930 Benedetto Croce tenne a Oxford una conferenza in cui denunciava una «sorta di decadenza del sentimento storico quando non addirittura uno spiccato atteggiamento antistorico» dell'età sua, caratterizzata da una diffusa debolezza morale, nevrosi e disperazione che si riverberavano in un'irreversibile perdita di valore della storia. In effetti, in quei mesi, per Croce non c'erano soverchi motivi di ottimismo, non solo in Italia, dove, dopo la stipula dei Patti Lateranensi si andava consolidando il regime fascista, ma soprattutto in Europa in cui ormai si era infranta l'onda della crisi economica dell'ottobre 1929.
I libri, come certi amori, a volte ritornano. È questo il caso dell'Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, un successo editoriale quando fu pubblicato nel 1976 per i tipi Einaudi, oggi riproposto dalla Minimum fax (euro 14) con una prefazione di Sergio Luzzatto e una nota della figlia dell'autore Simona. Un libro postumo due volte: Salierno è morto nel 2006 e la storia che racconta è ormai lontanissima da noi, eppure, a distanza di oltre 30 anni, si rinnovano le ragioni del suo interesse.

Un adagio mai troppo abusato recita che la storia si fa con i documenti. Tuttavia, per quanto concerne lo studio di temi come il terrorismo e lo stragismo o di personalità come Moro, la strada per i ricercatori si trasforma spesso in un percorso a ostacoli, ricoperto da uno stratificato pulviscolo di diffidenza, ostruzionismo e opacità dei comportamenti, che rende il loro cammino ancora più arduo. 

Non saremo noi a smentire il refrain che in queste ore accompagna nelle nostre contrade il trionfo di Obama: ha vinto, ancora una volta, il sogno americano della più grande democrazia del mondo. Un'opinione comune che unisce sinistra e destra, quanti scommettevano su di lui, venendo irrisi, e quanti, fino a ieri l'altro, menavano vanto delle pacche sulle spalle ricevute nel ranch dell'ex-imperatore George W. Bush; i cantori dell'America profonda (fucili, petrolio, fondamentalismo religioso e drugstore), destinati a un eterno trionfo globale sulla scia del pensiero teocon, e la spaurita pattuglia di nevrotici metropolitani ermafroditi, dispersi tra New York, Los Angeles e San Francisco, buoni solo a guardare «Sex and the city», ma incapaci di connettersi con la nuova onda conservatrice della storia del mondo.

La Santa Sede ama i tempi lunghi e i passi felpati, in materia di santità e non solo. E dunque l'autorevole smentita di padre Lombardi delle parole del gesuita Gumpel, postulatore del processo di canonizzazione di Pio XII, merita di essere sottolineata, insieme con la volontà di Benedetto XVI di continuare a fare di quella causa «oggetto di approfondimento e riflessione».

Quest'increspatura non è solo il segno di una frizione estemporanea riguardante la diplomazia tra gli Stati e subito ricomposta, né il frutto dell'inopportuna quanto comprensibile reazione di un sacerdote 

Nel 2003 fu tradotto dallo spagnolo un libro del politologo Víctor Pérez Díaz, che in Italia - ove non si è secondi a nessuno in quanto a esterofilia e gusto per l'autodenigrazione - venne intitolato La lezione spagnola. Al fratello iberico era riconosciuto il merito di avere evitato la risorgenza di conflitti politici dopo la morte di Franco. Un obiettivo raggiunto grazie al cosiddetto «pacto de olvido», implicitamente stretto tra la sinistra socialista e la destra post-franchista per celebrare la riconciliazione nazionale e aprire la via alla transizione democratica. 

Sono trascorsi settant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Un tema di cui sempre più spesso si fa un uso pubblico distorto, volto a isolare i provvedimenti del 1938 dal fascismo nel suo insieme e, di conseguenza, a relativizzare i caratteri strutturalmente violenti e illiberali di quel regime e le sue aspirazioni totalitarie. Certo non aiuta a una maggiore consapevolezza il successo pubblicistico di un'insistita vulgata anti-antifascista tesa ad affermare l'idea che in Italia il razzismo non fu un fenomeno radicato, ma il frutto tardivo dell'opportunismo di Mussolini, che le leggi razziali vennero applicate all'acqua di rose. 

Incontro Roberto Cotroneo a Roma per parlare del suo ultimo romanzo, Il vento dell'odio, in uscita oggi per le edizioni Mondadori. Ci troviamo davanti alla libreria «Feltrinelli» e, dovendo discutere di terrorismo, siamo attratti, come da una calamita, dal ghetto adiacente, quel dedalo di vie ove si consumò l'eccidio di Moro. «Ho vissuto quegli anni ad Alessandria, avevo 17 anni. È stata una fortuna perché sono stato testimone, ma non partecipe e la provincia mi ha dato quella media distanza necessaria per poter raccontare». Ma raccontare cosa? 

Le recenti parole di Gianfranco Fini, opportunamente rivolte a una platea di giovani militanti di An, devono essere salutate con giubilo e rispetto dai democratici di questo paese: anche la destra deve riconoscersi «in pieno in alcuni valori della nostra Costituzione: libertà, uguaglianza, giustizia sociale. Valori che sono a tutto tondo antifascisti» e «non può esistere una democrazia che neghi l'antifascismo». Il presidente della Camera ha poi contestato le precedenti sortite di Alemanno e La Russa. Al sindaco di Roma, che ha distinto tra fascismo «complesso» e leggi razziali cattive, ha mandato a dire: «Le leggi razziali sono state un'infame abominia, ma il fascismo tutto è negativo, è stato una dittatura che ha negato alcune libertà fondamentali». 

Fino a qualche mese fa i viaggiatori in arrivo alla stazione di Torino potevano apprezzare un'immagine pubblicitaria assai efficace che accompagnava il loro incedere frettoloso: una carta geografica dell'Europa completamente bianca in cui spiccava una macchia rossa dagli inconfondibili e familiari confini, una sorta di cuore pulsante al centro del vecchio continente, la regione Piemonte.


In questi giorni di fine agosto sta andando in scena uno spettacolo degno della migliore commedia dell'arte all'italiana che osserviamo con assuefatta malizia e il dovuto disincanto.

Il fatto è questo: Adriano Galliani, ex presidente della Lega Calcio fino al 2006 e attuale amministratore delegato del Milan, ha presieduto l'assemblea della Lega che sta trattando con la Rai e con Mediaset la vendita dei diritti televisivi in nome del libero mercato.

Sotto il solleone si scalda l'ennesima polemica: i nostri governanti non capiscono l'arte contemporanea. Con l'ossessione di rimanere sintonizzati con le pulsioni della «ggente», forse persuasi che il nuovo bersaglio possa valere in termini elettorali quanto la millenaria caccia allo zingaro, dichiarano anche loro, come il ragioniere di fantozziana memoria: «La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca». In questo caso, però, non si tratta di un atto di coraggio, né di un gesto di ribellione, ma di un'ennesima prova di demagogica furbizia.

Ieri il ministro della Giustizia Alfano ha annunciato che reintrodurrà il 41 bis per il boss mafioso Nino Madonia. Una buona e attesa notizia che attenua lo sconcerto di quanti avevano dovuto constatare con rammarico come la rinuncia al carcere duro avesse interessato proprio l'assassino di Pio La Torre. Un dirigente politico oggi quasi dimenticato al quale la democrazia repubblicana deve invece moltissimo. 

A dieci anni dalla morte di Carlo Dionisotti, insigne storico della letteratura italiana, giunge inaspettata e perciò ancora più gradita questa sua raccolta di Scritti sul fascismo e sulla Resistenza (a cura di Giorgio Panizza, Einaudi, pp. LXVIII-276, euro 25). Gli oltre quaranta saggi sono stati scritti nel biennio 1944-1946 e tra il 1964 e il '68. Forse non a caso, ma col senno di poi, i due soli periodi della recente storia italiana caratterizzati da un fecondo lievito riformatore, un impasto di progetti e di speranze di cui l'autore registra la consistenza iniziale e il progressivo scadimento.

Se oggi, a meno di un anno dalla morte di Bruno Trentin, possiamo leggere il suo Diario di guerra (Donzelli, pp. 226, euro 16), lo dobbiamo alla moglie Marcelle Padovani, la quale, frugando tra le carte del marito, ha scovato una vecchia agenda di tela nera che è riuscita a trasformare in un estremo atto d'amore. Trentin redasse questo "Journal de guerre" che non aveva ancora compiuto 17 anni e lo scrisse in francese perché era nato oltralpe dopo che il padre Silvio vi si era rifugiato a causa del regime fascista. 

Un film su Andreotti, per riuscire, doveva evitare due scogli: l'effetto «Bagaglino», che ricorre in analoghe fictions televisive, e lo spettro neo-realistico del film di denuncia moralista, naturaliter contro il cinquantennio di regime democristiano. Sorrentino vince la sfida in quanto non elude l'ostacolo, ma lo affronta con coraggio. Anzitutto, sceglie la cifra della surrealtà e il registro della trasfigurazione caricaturale per raccontare il «divo Giulio» e la sua corte. In secondo luogo, costruisce il film attraverso un minuzioso scavo archivistico, mettendo in bocca ai suoi personaggi una serie di frasi tratte da interviste, atti processuali, commissioni d'inchiesta e dichiarazioni ufficiali.

Dopo una serie di fortunati saggi dedicati alle violenze inflitte dai partigiani ai fascisti nel periodo successivo alla fine della Resistenza, Giampaolo Pansa si cimenta ora con la scrittura di un romanzo, I tre inverni della paura, in uscita da Rizzoli. Come testimoniato dall'autore; egli ha raccolto il suggerimento di «una ragazza di destra», che nel corso di una presentazione del libro Il sangue dei vinti lo avrebbe invitato a scrivere il «Via col vento della guerra civile italiana». Detto, fatto.

Oggi si celebra la Giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, nell'anniversario dell'assassinio di Aldo Moro. Tale provvedimento, caldeggiato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e approvato in modo pressochè unanime dal precedente Parlamento, ha tra i suoi obiettivi quello di correggere lo squilibrio esistente tra l'esposizione mediatica degli ex terroristi e la coltre di silenzio che, fino a poco tempo fa, avvolgeva il ricordo delle vittime e il quotidiano vissuto dei parenti, troppo spesso abbandonati dalla comunità civile e dalle istituzioni. Per ricucire questo strappo si è avvertita l'esigenza di trasformare quel dolore privato in un rito pubblico, un passo obbligato se si vuole avviare una riflessione critica sugli anni del terrorismo, come da più parti auspicato.

Aldo Moro è sepolto a Torrita Tiberina, un pugno di case arroccate a strapiombo sul Tevere. La tomba, nascosta nell'angolo estremo del cimitero, è molto semplice e solo il nome scolpito nel marmo ricorda che lì è seppellito uno dei maggiori protagonisti della vita politica italiana del dopoguerra. Ma un particolare colpisce l'osservatore e forse aiuta a capire per quale motivo Moro, nelle angoscianti lettere scritte durante il sequestro nella primavera del 1978, chiese di essere tumulato proprio lì, in quel piccolo camposanto sospeso sulla sommità di una collina. Un finestrone circolare lascia penetrare un intenso fascio di luce ed è come se un grande occhio guardasse per sempre la sconfinata vallata sottostante, che si può senza fatica immaginare attraversata da millenari eserciti, commerci e civiltà che hanno segnato la sua antichissima storia, rendendo quella conca verdeggiante un battuto crocevia di comunicazione e di scambio tra Nord e Sud.

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