C’era una volta il Pci degli ideali

Si conclude oggi presso l’Acquario di Roma, con un concerto del maestro Antonio Gramsci jr, la prima tappa della mostra «Avanti popolo!» sui settant’anni di storia del Pci che proseguirà nelle prossime settimane a Livorno, Genova, Milano, Bologna, Perugia e Torino nell’ambito delle iniziative organizzate per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia.

(Il sole 24 ore, 6 febbraio 2011)

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Intervista di Maurizio Chierici su «Il Fatto Quotidiano», 18 luglio 2010

Più di
ogni altro paese d’Europa, l’Italia è soffocata da interessi particolari:
corporazioni, direttivi dei partiti che scelgono i candidati, lobbies, massonerie.
Reti segrete che si sovrappongono agli interessi generali della società.
Democrazia zoppa se possiamo ancora chiamarla democrazia…

 Sono convinto
di sì, anche se non da oggi l’Italia è una democrazia difficile che richiede ai
suoi cittadini un impegno e un’attenzione civile fuori dal comune. Il problema
odierno, dentro la cornice di garanzia europea, non è tanto quello della
quantità e delle forme assunte dalla democrazia, ma della sua qualità che tende
a impoverirsi sempre di più. Non è una difficoltà solo italiana, ma riguarda in
generale l’Occidente e in particolare l’Europa. Certo, da noi ricorrono in
forma più acuta alcune costanti della storia nazionale come la delegittimazione
dell’avversario, la rarefazione di un sentimento di coesione, la concentrazione
e la sovrapposizione di interessi economici e politici, la scarsa autonomia
delle professionalità, un pronunciato spirito di fazione. Ripeto, sono problemi
antichi che in momenti di crisi come questo riemergono con virulenza e offrono
l’impressione – sempre ricorrente e sbagliata – di una crisi senza ritorno. Non
è così perché proprio in questi momenti l’Italia è sempre stata capace di
ritrovare in se stessa le energie migliori per reagire.

(Il Fatto quotidiano, 18 luglio 2010) 

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L’indifferenza nordista per una bomba italiana

La bomba della ‘ndrangheta
esplosa davanti alla Procura generale della Repubblica di Reggio Calabria è un
segnale inquietante perché colpisce i simboli e i luoghi delle istituzioni,
laddove sono più fragili ed esposti che altrove. Quando si colpisce una Procura
della Repubblica si vuole «attaccare il cuore dello Stato», una formula antica
e lutulenta che ricorda come la strategia adottata dalle cosche sia intimamente
terroristica.

(Il Sole 24 ore, 6 gennaio 2010)


 


 

 

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