Su quel golpe il veto Usa – Il Piano Solo

Il 14 maggio 1967 «L’espresso» denunciò a tutta pagina che «Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato». Per la prima volta emerse quanto era avvenuto nel luglio 1964, quando il comandante dei carabinieri Giovanni De Lorenzo e il presidente della Repubblica Antonio Segni predisposero un piano di emergenza che prevedeva, in caso di disordini di piazza, la presa di controllo del paese da parte dell’Arma e l’internamento di centinaia di militanti della sinistra politica e sindacale.
(Il sole 24 ore, 28 novembre 2010)

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Eleonora Moro: da sola contro la ragion di Stato

Gli italiani impararono a conoscere Eleonora
Chiavarelli,  morta a Roma a 94
anni,  nei giorni della tragedia di
32 anni fa, quando il marito Aldo Moro fu sequestrato e poi ucciso. Sempre
lontana dai riflettori, le uscite pubbliche limitate a quelle imposte dal
protocollo,  fu una donna tenace e
dignitosa che all’improvviso si trovò nell’occhio del ciclone, impegnata a
dipanare una matassa inestricabile in cui il filo della ragion di stato si
intrecciò con le trame dell’efferatezza terroristica.

(Il Sole 24 ore, 20 luglio 2010)


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Il «caso Moro» ostaggio di fiction e giudiziaria

Martedì 16 marzo ricorre l’anniversario della strage
di via Fani, quando Aldo Moro fu sequestrato e gli agenti della scorta Raffaele
Jozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi
vennero trucidati da un commando terrorista. Col trascorrere degli anni, la
strage di via Fani, il rapimento e la morte dell’uomo politico democristiano si
sono trasformati in un luogo paradossale della memoria pubblica italiana
giacché tutti sono inclini ad affermare il valore simbolico e periodizzante di
quei 55 giorni nella storia repubblicana, ma non esiste probabilmente un altro
argomento in grado di suscitare divergenze interpretative tanto profonde e
laceranti e un comune sentimento di irrisolutezza.

(Il Sole 24 ore, 14 marzo 2010)

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Italia troppo stabile per la Cia


Dopo anni trascorsi a discettare di doppio
Stato, di lealtà diverse e sovrapposte e di sovranità limitata delle classi
dirigenti della penisola, oggi gli studiosi dell’Italia contemporanea inclinano
a dirsi immuni da questa retorica storiografica e si profondono in giuramenti
affatto diversi, a guisa di formule propiziatorie utili a delimitare i confini
della propria cittadinanza storiografica (e non solo).

 (Il Sole 24 ore, 26 luglio 2009)

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Il «divo Giulio», il grande concimatore – La Stampa, 25 maggio 2008

Un film su Andreotti, per riuscire, doveva evitare due scogli: l’effetto «Bagaglino», che ricorre in analoghe fictions televisive, e lo spettro neo-realistico del film di denuncia moralista, naturaliter contro il cinquantennio di regime democristiano. Sorrentino vince la sfida in quanto non elude l’ostacolo, ma lo affronta con coraggio. Anzitutto, sceglie la cifra della surrealtà e il registro della trasfigurazione caricaturale per raccontare il «divo Giulio» e la sua corte. In secondo luogo, costruisce il film attraverso un minuzioso scavo archivistico, mettendo in bocca ai suoi personaggi una serie di frasi tratte da interviste, atti processuali, commissioni d’inchiesta e dichiarazioni ufficiali.

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Le tre Italie di Moro – La Stampa, 29 aprile 2008

Aldo Moro è sepolto a Torrita Tiberina, un pugno di case arroccate a strapiombo sul Tevere. La tomba, nascosta nell’angolo estremo del cimitero, è molto semplice e solo il nome scolpito nel marmo ricorda che lì è seppellito uno dei maggiori protagonisti della vita politica italiana del dopoguerra. Ma un particolare colpisce l’osservatore e forse aiuta a capire per quale motivo Moro, nelle angoscianti lettere scritte durante il sequestro nella primavera del 1978, chiese di essere tumulato proprio lì, in quel piccolo camposanto sospeso sulla sommità di una collina. Un finestrone circolare lascia penetrare un intenso fascio di luce ed è come se un grande occhio guardasse per sempre la sconfinata vallata sottostante, che si può senza fatica immaginare attraversata da millenari eserciti, commerci e civiltà che hanno segnato la sua antichissima storia, rendendo quella conca verdeggiante un battuto crocevia di comunicazione e di scambio tra Nord e Sud.

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Moro, la crudele storia di quelle lettere – La Repubblica, 15 marzo 2008

Le lettere dalla prigionia di Aldo Moro sono il prodotto di una storia
crudele e hanno avuto un percorso assai accidentato sino a diventare l’esatta
metafora della tormentata vicenda che testimoniano. Si tratta di 97 messaggi
tra missive, biglietti e testamenti, ma soltanto una trentina di lettere furono
distribuite dai brigatisti nel corso del sequestro e appena otto vennero
pubblicate sugli organi di informazione e quindi concorsero a formare l’immagine
pubblica del prigioniero durante quei 55 giorni.  

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