Su quel golpe il veto Usa – Il Piano Solo

Il 14 maggio 1967 «L’espresso» denunciò a tutta pagina che «Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato». Per la prima volta emerse quanto era avvenuto nel luglio 1964, quando il comandante dei carabinieri Giovanni De Lorenzo e il presidente della Repubblica Antonio Segni predisposero un piano di emergenza che prevedeva, in caso di disordini di piazza, la presa di controllo del paese da parte dell’Arma e l’internamento di centinaia di militanti della sinistra politica e sindacale.
(Il sole 24 ore, 28 novembre 2010)

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Piazza Fontana: sfuggire al ricatto della strage

Oggi sono quarant’anni
esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono
ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni
dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso
possa avere la massima soddisfazione possibile; l’opinione pubblica dovrebbe
evitare di alimentare due cortine fumogene, all’apparenza opposte, ma in realtà
complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza
Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell’ennesimo mistero italiano
irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia,
in cui i sacerdoti dell’occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali
ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.

(Il
Sole 24 ore, 12 dicembre 2009)

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Piazza Fontana. Non cade il muro dei segreti

Il 12 dicembre saranno trascorsi
quarant’anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella
sede della Banca nazionale dell’Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e
ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell’aiuola
antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe
Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura
degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della
Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente
morto nei locali della Questura». Se l’ambivalenza raggiunge persino i “luoghi
della memoria”, fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del
ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.

(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009) 

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