La lunga scia di una tragedia

Il 1980 fu un anno
terribile per l’Italia perché il terrorismo raggiunse l’apice della sua spinta
sovversiva. Ormai la memoria di quegli eventi si fa confusa o è del tutto
assente: confusa per chi c’era e, davanti a una minestra fumante, guardava il
telegiornale in silenzio, come se ascoltasse un quotidiano bollettino di una
guerra incivile; assente per chi non c’era e non è stato educato a ricordare.
In
quel tragico anno il terrorismo “rosso” (le Br, Prima linea, il
pulviscolo di organizzazioni nate per imitare i fratelli maggiori) uccise 24
uomini; quello “nero” (con i Nar) ne assassinò 4, rendendo inoltre la
sua manovalanza disponibile a perpetrare il più grave attentato della storia
repubblicana, quello della stazione di Bologna, dove il 2 agosto 1980 morirono
85 persone. 

(Il sole 24 ore, 8 maggio 2010)

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Conferenza sugli anni Settanta – Liceo Marchesi Fusinato, Padova 26 marzo 2010

Per ascoltare la conferenza e vedere l’intervista clicca qui


  • L’uso pubblico della storia contemporanea

             – i reazionari, i conservatori, i rivoluzionari
             – i riformisti
             – cosa vuol dire uso pubblico della storia

  • L’inquadramento storico degli anni Settanta

            – il concetto di crisi
            – il concetto di reduce
            – storia, memoria e verità 

  • Crisi di che cosa?

            – crisi economica. L’austerity
            – l’Autunno Caldo – il movimento operaio
            – la gambizzazione
            – crisi dei partiti
            – crisi sociale: operai, studenti, donne
            – i referendum
            – il doppio volto della crisi

  • La tempesta del terrorismo

          – Il terrorismo di sinistra e il terrorismo di destra
          – lo stragismo neofascista 

Il «caso Moro» ostaggio di fiction e giudiziaria

Martedì 16 marzo ricorre l’anniversario della strage
di via Fani, quando Aldo Moro fu sequestrato e gli agenti della scorta Raffaele
Jozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi
vennero trucidati da un commando terrorista. Col trascorrere degli anni, la
strage di via Fani, il rapimento e la morte dell’uomo politico democristiano si
sono trasformati in un luogo paradossale della memoria pubblica italiana
giacché tutti sono inclini ad affermare il valore simbolico e periodizzante di
quei 55 giorni nella storia repubblicana, ma non esiste probabilmente un altro
argomento in grado di suscitare divergenze interpretative tanto profonde e
laceranti e un comune sentimento di irrisolutezza.

(Il Sole 24 ore, 14 marzo 2010)

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Piazza Fontana. Non cade il muro dei segreti

Il 12 dicembre saranno trascorsi
quarant’anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella
sede della Banca nazionale dell’Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone e
ferendone oltre 80. Oggi chi attraversa quella piazza può scorgere nell’aiuola
antistante la Banca due lapidi dedicate al ferroviere anarchico, Giuseppe
Pinelli, la diciottesima incolpevole vittima di quella strage: la prima, a cura
degli Studenti democratici milanesi, recita: «Ucciso innocente nei locali della
Questura»; la seconda, patrocinata dal comune di Milano, riporta «Innocente
morto nei locali della Questura». Se l’ambivalenza raggiunge persino i “luoghi
della memoria”, fino a scolpirsi nei processi di monumentalizzazione del
ricordo, ciò è il sintomo di una grave fragilità politica, culturale e civile.

(Il Sole 24 ore, 6 dicembre 2009) 

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Colpe che non si cancellano

In
questi giorni è nelle sale il film La prima linea, liberamente tratto da un
libro di Sergio Segio, tra i fondatori dell’omonima organizzazione armata, che
seminò disperazione e morte tra il 1976 e il 1980. 

Una delle prime scene
della pellicola mostra la ricostruzione manierata di un corteo studentesco, uno
fra i tanti che hanno percorso le strade italiane dal 1968 in poi;
all’improvviso la regia stringe sui manifestanti schierati nella prima linea
del corteo, parte la dissolvenza e compare il logo del gruppo terroristico,
appunto Prima linea. 


(Il Sole 24 ore, 29 novembre 2009)
 

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Addio meglio gioventù

«Non abbiamo né
passato, né futuro, la storia ci uccide»: questa scritta, come un graffito di
disperato nichilismo, comparve sui muri dell’università di Roma durante il
movimento del ’77. Allora erano trascorsi solo nove anni dal ’68, ossia da
quando una generazione imbevuta di inquiete, ma vitali speranze si era posta l’obiettivo
di dare «l’assalto al cielo» al grido di «vogliamo tutto». 

(Il Sole 24 ore, 1° novembre 2009)

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La storia c’è…ma non si vede. Cinema & Memoria

Marco Bellocchio
nel corso della sua ormai lunga carriera ha affrontato a più riprese il tema
del rapporto fra cinema e storia. Per restare ai film più recenti, basti
ricordare Buongiorno, notte
(2003),
in cui si è soffermato sulla tragica vicenda del rapimento e dell’uccisione di
Aldo Moro, oppure Vincere
(2009),
ove ha ricostruito una storia sino a oggi poco conosciuta al grande pubblico,
quella dell’esistenza di un figlio segreto di Benito Mussolini rinchiuso
insieme con sua madre in manicomio fino alla morte prematura di entrambi.

(Il Sole 24 ore, 20 settembre 2009)

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Il rosso e i neri. Morucci a casa Pound

Nel gennaio 1974, ben prima dunque dell’esplosione del
movimento del ’77, Oriana Fallaci intervistò Giorgio Amendola. La giornalista
era rimasta sorpresa dal fatto che il dirigente comunista avesse utilizzato l’espressione
«fascismo rosso» per descrivere la propensione alla violenza politica dei «partitini»
extra-parlamentari nati sulle ceneri del movimento del ’68. 

(La Stampa, 6 febbraio 2009)

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L’Italia ammalata di odio – La Stampa, 23 settembre 2008

Incontro Roberto Cotroneo a Roma per parlare del suo ultimo romanzo, Il vento dell’odio, in uscita oggi per le edizioni Mondadori. Ci troviamo davanti alla libreria «Feltrinelli» e, dovendo discutere di terrorismo, siamo attratti, come da una calamita, dal ghetto adiacente, quel dedalo di vie ove si consumò l’eccidio di Moro. «Ho vissuto quegli anni ad Alessandria, avevo 17 anni. È stata una fortuna perché sono stato testimone, ma non partecipe e la provincia mi ha dato quella media distanza necessaria per poter raccontare». Ma raccontare cosa? 

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