La politica di Bersani: Il lottatore di sumo a centro ring

In questi ultimi mesi l’opinione pubblica italiana sembra percorsa da una sola parola d’ordine: il Pd è nel pantano, prova ne sia che Berlusconi perde consensi senza che quel partito riesca a intercettarli. I democratici appaiono come un pesce in barile e il loro segretario un novello san Sebastiano infilzato, sul fianco destro, da Fini e Casini e, su quello sinistro, da Di Pietro e Vendola, ovvero dalle alchimie del politicismo neo-democristiano e dai facili personalismi delle primarie di coalizione all’amatriciana. Due modi ugualmente efficaci per morire tra delusioni maliziose e interessati scoramenti.

(Il sole 24 ore, 3 dicembre 2010)

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L’Italia un satellite immobile e senza idee

Al rientro dal viaggio in Cina il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha segnalato le «gravi fibrillazioni e incertezze politiche e istituzionali» di cui soffre il paese. Un’immagine ancora più acuta se confrontata su scala globale, a contatto di una realtà come quella cinese che affronta sfide economiche enormi con spirito di innovazione. A Oriente come a Occidente, dal momento che negli stessi giorni le elezioni negli Stati Uniti hanno proposto, con storico dinamismo, volti ed energie nuove: il rinnovatore Obama che solo due anni fa sembrava inarrestabile, oggi è costretto a reinventarsi per rilanciare il lavoro e riparlare al mondo dimenticato del business.

(Il sole 24 ore, 7 novembre 2010)

Sul pendolo costante del Pd


Due fili tanto
sottili da sembrare invisibili uniscono la trama bipolare italiana: il primo va
da Berlusconi a Vendola passando per Veltroni, il secondo da Fini a D’Alema
passando per Casini. Tali personalità, seppur divise in destra, sinistra e
centro, sono accomunate da una medesima cultura politica.

(Il sole 24 ore, 24 maggio 2010)

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Il Pd un elefante immobile travolto dai candidati Avatar

Con procedure diverse sono stati scelti i
candidati del centrosinistra in due regioni di strategica importanza come la
Puglia e il Lazio. È inevitabile che gli amanti della politologia discetteranno
sui criteri di selezione adottati (primarie sempre, primarie mai, solo quando
conviene, solo quando non conviene), ma ciò che più importa sono gli esiti «a
prescindere», ossia le possibilità che i due candidati prescelti avranno di
vincere contro il centrodestra e poi, eventualmente, di governare le due
regioni. Anzi, la variabilità degli stili adottati nel Lazio e in Puglia è lì a
dire che intorno alle primarie non si gioca affatto una battaglia di principio,
ma di più scaltre convenienze, un puro mantello metodologico depositato sul
nudo corpo della politica, a coprire convincimenti, rapporti di forza e
interessi.

(Il Sole 24 ore, 27 gennaio 2010)

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